Le mani sulla città: così la ‘ndrangheta ha cementificato Reggio Emilia

Inchiesta Aemilia
Inchiesta Aemilia
di Paolo Cagnan

Vent’anni di gru, di camion, di escavatori. Di “economia che gira”. Economia legale e illegale. Imprenditoria sana e imprenditoria malata, criminale. Legate in un groviglio d’interessi a volte inestricabile, di cui ora resta il pesante lascito fatto di migliaia di appartamenti vuoti, ditte fallite e una città cementificata che sta tentando di riprendersi. Eccolo qui, il Sacco di Reggio.

1. La crescita dell’urbanizzazione

In questa prima puntata della nostra inchiesta sulle mafie in edilizia, ripercorreremo insieme a ritroso quanto accaduto dalla fine degli anni Ottanta sino a pochi anni fa. Diciamo sino al 2001. Vent’anni in cui, complici due piani regolatori che sembravano ritagliati su misura per assecondare la lobby del mattone, si è costruito di tutto, e dappertutto.

Il numero record d’imprese di costruzioni

L’onda lunga di quel periodo è giunta sino ai giorni nostri. Basti dire che nel 2010, quando già la crisi del biennio precedente iniziava a mietere le sue numerose vittime, alla Camera di commercio di Reggio erano ancora registrate – fonte Narcomafie – 13.246 imprese di costruzioni, di cui 10.756 artigiane: uno dei numeri più alti d’Italia, in relazione alla superficie del territorio di riferimento.

La mangiatoia dell’urbanizzazione: il vitello d’oro

Negli anni del boom edilizio, a Reggio come in molte altri città d’Italia, numerosi attori politici, economici e sociali si sono arricchiti (legalmente) sul mattone. Una concomitanza d’interessi che ha reso cieca buona parte della società rispetto allo squilibrio che si stava mettendo in atto.

I Comuni, i gruppi bancari, le imprese, i fondi d’investimento, le fondazioni, la cooperazione, la chiesa: tutti si sono gettati sul business, pubblico e privato. Chi per fare cassa con gli oneri di urbanizzazione (i Comuni), chi per costruire, chi per concedere prestiti e mutui, chi per speculare. Interi quartieri, centri commerciali, infastrutture: l’edificazione non ha risparmiato alcun settore: gli interessi particolari elevati a sistema, e diventati strutturali. Era difficile, forse impossibile, pensare che al Sacco di Reggio non partecipasse anche la malavita organizzata, a partire dal business – gestito pressoché in esclusiva – del movimento terra sino ad arrivare all’edilizia vera e propria.

Il consumo del suolo, questo conosciuto

La prima infografica che vi mostriamo parla da sola: mostra la crescita esponenziale dell’urbanizzazione di Reggio Emilia, con uno stacco incredibile dalla seconda metà degli anni Ottanta sino a pochi anni fa.

2. La crescita dell’urbanizzazione e l’abbraccio tra cosche e coop

Il censimento del 2011 è lo strumento più recente per capire la situazione attuale, anche se ovviamente non considera le modifiche intervenute da allora ai giorni nostri. Noi segnaliamo il dato centrale, ovvero i 17.916 appartamenti vuoti. Un default figlio della crisi che dal biennio 2008-2009 si è abbattuta sull’intero circuito economico e sull’edilizia in particolare, ma non solo: Se costruisci case non solo (e non tanto) per venderle ma anche e soprattutto per riciclare denaro sporco, queste sono le conseguenze

Gratteri: “Tutto quell’invenduto puzza lontano un miglio”

Nicola Gratteri, procuratore aggiunto alla procura della Repubblica di Reggio Calabria, sotto scorta dal 1989, conosce bene le ‘ndrine perché le combatte da sempre. E ne conosce bene anche la genesi e l’evoluzione in Emilia, dove è ormai quasi di casa, impegnato nella battaglia per la legalità.

Come siano andate le cose, in quegli anni, a Reggio, lo ha detto in molte interviste e interventi pubblici: “Un imprenditore normale, quando decide di costruire un palazzo di cinque piani, vende almeno metà degli appartamenti sulla carta: con quei soldi costruisce il palazzo e il resto è il guadagno. Se io imprenditore costruisco cento appartamenti e non li vendo, mi puzza. Non rientra nel libero mercato, mi pare strano no? In tutta Italia diminuiscono i depositi bancari, in provincia di reggio Emilia sono aumentati del 20-25 per cento”.

La ndrangheta a Reggio Emilia nella videodenuncia del M5S

Gratteri: “Un imprenditore sano non si muove così-Migliaia di appartamenti sfitti, e molte delle imprese che li hanno costruiti non sono fallite. Strano, no?”

Il boom che parte da lontano: addirittura dagli anni Settanta

Ma torniamo alle cifre nude e crude. Sempre il censimento del 2011 ci mostra lo spaccato storico dell’edificazione del capoluogo. Il decennio di sviluppo più accentuato è stato quello degli anni Settanta: quasi diecimila edifici costruiti in quegli anni. Nel ventennio successivo, dal 1981 al 2000, sono comunque stati edificati quasi undicimila edifici.

Case censite: lo “storico”

Così come bisogna sfatare almeno in parte il mito negativo secondo cui a Reggio Emilia si è costruito come in nessun altro capoluogo dell’Emilia. Il raffronto qui sotto riguarda solo uno “spezzone” del ventennio da noi preso in esame, ma Parma ha edificato di più.

5. L’arrivo dei cutresi nelle attività edilizie, il terremoto, l’ndrangheta

La comunità curtense [Cutro è un comune della provincia di Crotone in Calabria) fa dell’edilizia la sua specialità. Si calcola che siano attivi nel settore oltre il 60 per cento dei calabresi impegnati in attività economiche. I cutresi sono bravi muratori. Ma passa poco, prima che la manovalanza sia gestita direttamente da una miriade di ditte riconducibili ai cutresi. Tutte in mano alla ‘ndrangheta? Certo che no. Ma molte, sì. Lo dimostreranno, anni dopo, le inchieste antimafia che ricostruiscono la ragnatela di società collegate, la fitta rete di prestanome, le scatole cinesi dietro alle quali si nascondono sempre (o quasi) gli stessi: loro, i signori della cosca.

Nell’edilizia e nel movimento terra i soldi girano. Tanti soldi. Appalti su appalti: ce n’è per tutti. Sino alla crisi che inizia nel 2008 e che finirà per falcidiare il settore delle costruzioni, tutto sembra girare a meraviglia. Chi segnala, denuncia, sospetta, non viene preso in considerazione. Il confine tra economia sana ed economia malata si fa molto sottile.

La crisi inizia a farsi sentire già nel 2004, anche se il peggio accadrà dal 2008 in poi. Nel 2006-2007 alla Camera di Commercio di Reggio sono registrate oltre 11 mila ditte edili. Il modello è “prendi e scappa”. Eppure, malgrado gli evidenti segnali di difficoltà, la politica tira dritto: ancora nel biennio 2009-2011, i privati puntano a far inserire nel Psc l’edificabilità di ulteriori terreni agricoli: come se nulla fosse.

E intanto, pezzo dopo pezzo, il sistema inizia a scricchiolare. Ditte che falliscono, cantieri che chiudono, appalti sia pubblici sia privati sempre più con il contagocce. «Qui non c’è più molto da fare per le ditte edili, né possibilità al momento di tornare a galla. Per questo le imprese cutresi di Reggio si stanno spostando verso le zone del terremoto. Solo lì c’è possibilità di trovare un po’ di lavoro» dichiara nel 2012 – l’anno del sisma in Emilia – Antonio Olivo, punto di riferimento per la comunità cutrese di Reggio e a sua volta un imprenditore edile

Nelle zone terremotate cercano di lavorare le ditte sane, ma non solo quelle ovviamente. Il business della ricostruzione fa gola soprattutto alla ‘ndrangheta La fetta è grossa, grossissima: meglio spartirsela, piuttosto che litigare. Al punto che le cosche si alleano con il clan dei casalesi: «Sono stati accertati rapporti con appartenenti al clan dei casalesi, residenti in provincia di Modena, in una sorta di pericolosa alleanza imprenditoriale» scrivono i carabinieri in un rapporto citato in un articolo di Giovanni Tizian per l’Espresso . Che aggiungono: «Gli affiliati hanno utilizzato le loro società, regolarmente costituite, per creare le basi logistico/operative per la progressiva espansione imprenditoriale nel cratere del sisma, così da poter gestire sul posto e quindi pilotare l’aggiudicazione di gare di appalto bandite per la ricostruzione post-terremoto».

La composizione della geografia imprenditoriale nel settore edile aggiornata al giugno del 2012, parla di 2.406 ditte edili cutresi attive in provincia di Reggio. Un’impresa su cinque appartenente al settore è quindi diretta da un nativo calabrese che ha poi trasferito i suoi affari nel Reggiano.

La massiccia esposizione degli abitanti giunti da Cutro rispetto all’edilizia è ancora più emblematico se si dà un ulteriore sguardo all’anagrafica custodita nei registri della Camera di Commercio di Reggio. Le persone nate in Calabria che hanno attività economiche a Reggio – cifre del 2012 – sono 4 mila. Il 60% di queste sono attive nelle costruzioni, principalmente attraverso ditte individuali e piccole imprese con meno di 10 dipendenti. Il 6% invece è titolare di bar, pizzerie, ristoranti e altri esercizi commerciali. Dopo gli emiliani (68.783), i lombardi (4.341) e i calabresi, ci sono gli imprenditori campani con 3.796 attività con sede a Reggio.

La pluripremiata videoinchiesta di Cortocircuito “La ‘ndrangheta di casa nostra, radici in terra emiliana” ricostruisce bene la penetrazione delle cosche nel settore edile, dagli appalti per la Tav alle prime intimidazioni.

L’invenduto offerto alla Regione Emilia-Romagna

La Regione Emilia-Romagna ha indetto un bando denominato “Una casa alle giovani coppie e ad altri nuclei familiari”. La relativa delibera (1572/2014) è datata 13 ottobre 2014: governatore era ancora Vasco Errani. Un’operazione realizzata assieme ai proprietari di alloggi da “ricollocare”. Alla chiamata generale hanno ovviamente risposto in molti, se non in tutti. L’elenco che segue – è un atto pubblico, dunque accessibile a chiunque – riguarda le disponibilità di alloggi e rappresenta un’interessante fotografia dell’invenduto in provincia di Reggio Emilia. Ci sono società per azioni, cooperative, immobiliari, moltissime Srl e Scrl. Questa fotografia, lo ribadiamo a scanso di equivoci, non ha nulla a che vedere con attività illegali ma è una mappa della crisi del settore edile.

3. Antonio Dragone: una storia che parte da lontano

Nel 1982 il Comune di Reggio Emilia approva il piano regolatore Benassi-Venturi. Ed è solo un caso, sicuramente, che proprio a quell’anno si fa risalire ufficialmente la nascita della ‘ndrangheta alla reggiana. Perché in quel 1982, estatamente il 14 maggio, il Tribunale di Catanzaro sottopone Antonio Dragone, capo della cosca di Cutro (ma ufficialmente custode della scuola elementare) alla misura del soggiorno con obbligo di dimora, per due anni, nel comune di Quattro Castella.

Antonio Dragone arriva in Emilia il 9 giugno del 1982 e in pochissimo tempo – dice una nota del 12 febbraio 1983 della Questura di Reggio Emilia – fa affluire nel Reggiano familiari e fedelissimi, con cui inizia a tessere la sua ragnatela fatta da un “portafoglio” di attività criminali: dal traffico di droga al controllo degli appalti edili, alle estorsioni.

In quegli anni, a voler mano libera sulle concessioni edilizie sono un po’ tutti: i costruttori reggiani, la cooperazione, persino la Curia. Il Prg passa in Sala del Tricolore senza colpo ferire. Negli anni successivi, costruiscono un po’ tutti. Inizia l’emigrazione da Cutro, paesino del Crotonese che oggi conta poco più di diecimila abitanti quando i cutresi residenti nella provincia di Reggio Emilia sono stimati nell’ordine delle ventimila unità: gli emigrati sono il doppio dei residenti. Un’emigrazione massiccia, fatta inizialmente proprio di addetti all’edilizia, soprattutto manovali. Operai al soldo di Dragone, ma non solo. Inizia l’intreccio tra legale e illegale, tra sano e malato. C’è fame di case.

Il Prg dell’era Spaggiari e il boom migratorio

Devono passare altri 17 lunghi anni prima che si ponga mano a un nuovo piano regolatore. Dal 1982 al 1999, quando vede la luce il Prg varato dalla giunta guidata da Antonella Spaggiari detta la “zarina” per il suo forte temperamento. Resterà sindaco per 13 lunghi anni, dal 1991 al 2004. Un mandato che parte con il subentro del primo cittadino allora in carica Giulio fantuzzi (Pci) eletto parlamentare europeo alle consultazioni del 1989, confermato poi dal voto popolare alle amministrative del 1995 e del 1999, alla guida della coalizione passata dal vecchio Pci all’ Ulivo

Il nuovo piano regolatore destinato a dare l’ultima mazzata alla città vedrà la luce in gran fretta nel 2001 (iter complesso, vanno messi in conto 18 mesi di procedure), pochi mesi prima del varo della nuova legge urbanistica regionale che avrebbe introdotto il cosiddetto Psc, un nuovo strumento che – in estrema sintesi – avrebbe posto un argine ad un eventuale, ulteriore cementificazione del territorio.

Il cosiddetto “default urbano” – che è insieme sociale, economico ed ecologico – si verifica proprio quando avviene lo stop dell’incontro tra domanda e offerta. Doveva essere evidente a tutti che il sovradimensionamento del capoluogo non avrebbe potuto reggere. Si è realizzato uno sviluppo quantitativo, non qualitativo: e senza nessuno strumento di governance: una situazione che ha avuto nella concessione di “mutui facili” uno dei suoi elementi decisivi.

4. Il boom demografico a Reggio e la cementificazione delle periferie

Come si vede dal grafico dell’andamento demografico di Reggio Emilia l’aumento demografico del capoluogo non conosce soste: nei vent’anni che vanno dal 1990 al 2009, è una continua – e costante – crescita verso l’alto. Complici i suoi confini estesi, il capoluogo arriva a sforare i 170 mila abitanti.

La cementificazione delle periferie

Pieve Modolena, Buco del Signore, Ospizio, Rivalta: sono queste, oggi, le frazioni più popolose del capoluogo, così come censite dal Comune. Negli anni del boom si è costruito un po’ ovunque. Oggi, le ferite inferte al territorio sono più che visibili, soprattutto nella cintura di Reggio. La cementificazione massiva che è stata operata nel nostro territorio, unita ad un “concessionismo edilizio” senza freni, ha determinato un’accumulazione d’invenduto, residenziale e non. Gli edifici e i capannoni dismessi sono centinaia.

Dal boom alla crisi. Negli anni d’oro del mattone, tutti costruiscono dappertutto. Reggio e la sua provincia sono una sorta di enorme cantiere senza soluzione di continuità, dove il consumo del suolo non fa paura a nessuno, le distanze tra paese e paese si assottigliano, la campagna viene cementificata.

Se si analizza la cartina della Provincia del 2005. Il colore verde corrisponde alle zone agricole e/o boscate: Appennino a parte, è evidente il consumo di suolo in pianura.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 30 gennaio 2016 riprendendolo dalla Gazzetta di Reggio

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *