La vita felice di mia zia Enrichetta, lesbica 100 anni fa in Lucania

Zia Enrichetta - Foto sulla sua lapide
Zia Enrichetta - Foto sulla sua lapide
di Simonetta Sciandivasci

Se sapesse come ce la contendiamo, in famiglia, zia Enrichetta sarebbe felice. Ogni Natale è la stessa storia. Era più zia a me che a te: io sono la bisnipote del figlio del fratello. Ed io sono la procugina dello zio del nonno.

Dopo l’entusiasmo iniziale, tuttavia, la zia scatenerebbe le sue ire, rimaste indelebili nel ricordo di chi l’ha conosciuta: “Sciagurate. Non ero vostra zia quando avete permesso a degli esseri di sesso maschile di mettere piede nella mia cappella, eh? Come avete potuto permetterlo?” Se c’era una cosa a cui teneva era questa: mai nessun uomo, neppure per rifare l’intonaco o mettere a posto l’impianto elettrico, avrebbe dovuto entrare nella tomba che aveva fatto costruire esclusivamente per sé e per la sua compagna, Giuseppina, che lei chiamava “sorella di vita”. Da quando zia Enrichetta è morta, però, è passato quasi un secolo e le sue volontà le abbiamo dimenticate – o abbiamo fatto finta di: meritiamo un paio di esemplari punizioni divine a testa.

Mia zia Enrichetta Lavigna, che già solo per il suo nome e cognome sarebbe stata la perfetta protagonista di un romanzo minore di Alessandro Manzoni o di Giovanni Verga, è stata la prima lesbica accertata di Ferrandina, un delizioso e minuscolo paesino nella provincia di Matera, Basilicata (quella di Albino Pierro, Mango, Arisa) e dove vive tutta la mia famiglia (che si attesta sui sessanta membri, se non conto propaggini tipo procugini e prozii).

Nacque sul finire dell’Ottocento, quando nel nord nasceva il Partito Socialista Italiano e nel sud la mezzadria non dava cenni di cedimento, in una famiglia di ricchi proprietari terrieri che le assicurarono una vita di agi non meritocratici. Potendo vivere di rendita, zia Enrichetta imparò a scrivere e leggere bene, si dedicò all’arte e imparò a suonare il mandolino, ma soprattutto evitò accuratamente di sposarsi. Era alta, robusta e poco bella. Vestiva sempre in stile casual ottocentesco: abiti scuri, niente corpetti, stivali e gonnelloni.

Insieme al suo fido bastone, si metteva in viaggio verso Lecce, dove andava spesso a commissionare statue sacre per le sue amiche del convento dei Cappuccini di Ferrandina. Era una donna devota? Certo, Dio le piaceva, ma più di lui, che comunque era un maschio (dovevano passare molti decenni ancora prima che Papa Paolo Giovanni I dicesse “Dio è papà, ma ancora di più è madre”), le piacevano le suore. Non tutte le donne, a quei tempi, potevano permettersi lo stile di vita indipendente di zia Enrichetta: le suore erano quelle che più vi si avvicinavano. Credo che ci andasse d’accordo soprattutto per questo, cristianesimo a parte.

Al suo amore per Dio, tuttavia, non mancò di fare omaggi: fece piastrellare la cupola di San Domenico, che tuttora sovrasta il paese da qualsiasi angolo lo si guardi e finanziò il dipinto della parete sinistra della cappella del Santo Sacramento in Chiesa Madre. In ogni chiesa di Ferrandina c’è qualcosa che lei contribuì a realizzare.

Tranne che per Altissimo e suore, zia Enrichetta non lavorò mai. Visse tutta la sua vita insieme a Giuseppina: insieme formarono una coppia di fatto, con la casa condivisa e tutto il resto. Come nei migliori lesbo-cliché, Giuseppina era eterea e femminile, mentre mia zia era mascolina e possente. Non fecero mai coming out, né qualcuno fece outing per loro, sebbene tutto il paese mormorasse. Nessuno, nemmeno le teppe e le bande di ragazzini che scorrazzavano per le strade, le prese mai in giro per il loro amore, forse perché tutti sapevano cosa fosse l’omosessualità, ma i termini gay e lesbica non erano stati inventati – o comunque non si sentivano spesso, almeno a Ferrandina – e se non c’è parola con cui dire lo scandalo, lo scandalo non c’è.

Zia Enrichetta veniva tormentata per il suo stile austero, le dicevano che assomigliava a un uomo, che aveva “la pigna”, ma mai nessuno osò dirle qualcosa sui suoi gusti sessuali. Lei e Giuseppina vissero felici e contente, esposte, attive e integrate in una minuscola comunità ai confini del Regno, nel profondo sud. Tutte le volte che ci penso, mi viene in mente la risposta che Luciano De Crescenzo diede a Umberto Bossi, all’inizio dei suoi sproloqui su Padania, secessione e terroni: “quando voi vivevate sugli alberi, noi eravamo già froci”. Dopotutto, Ferrandina faceva parte della Magna Grecia, che a De Crescenzo è sempre stata cara.

Quando Giuseppina morì, zia Enrichetta fece edificare la cappella nella quale tuttora riposano entrambe. Le tombe – e i loro ritratti – sono posizionate una di fronte all’altra e sotto il nome di Giuseppina è scritto “La sua sorella di vita, Enrichetta, pose”.

Quando morì anche lei, zia lasciò tutto alle suore, scatenando l’odio dei suoi familiari, che però non si è affatto tramandato, tant’è che io e le mie cugine gareggiamo a chi, di noi, come dicevo sopra, ha i titoli per essere la sua discendente più vicina.

Se non avessi sentito la sua storia non avrei mai nemmeno pensato che a Ferrandina, agli inizi del secolo scorso, una storia che oggi verrebbe scaffalata tra i romanzi LGBT, si fosse snodata tra i sentieri che preferisco: quelli della normalità.

Questo articolo è stato pubblicato su DonnaEuropa.it il 25 agosto 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

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