Lo stato della piscina di Bologna

Bologna, la città e lo sport: funzioni pubbliche da ridefinire

di Silvia R. Lolli

Dopo vari anni in cui si è liberalizzato lo sport, spesso con soldi pubblici, continuo a proporre le mie convinzioni, spesso senza ottenere ascolti. Infatti il tema sport è un tema ampio che necessita di competenze e sguardi oltre la visione spettacolaristica o l’ormai consumato sport per tutti.

Dietro alla mia visione c’è il bisogno di capire se anche per lo sport si può ricominciare ad avere l’idea di attività fisica per tutte le età da promuovere per il benessere psico-fisico e sociale della società in cui si vive. Ed è un tema che riguarda tanti aspetti del sociale: la sanità, la scuola, l’ambiente e l’urbanistica, oltre che lo sport professionistico e quindi la sicurezza.

Prima di tutto l’impostazione di un programma dovrebbe tener conto dei principi più generali che si vogliono mettere in campo. Così la questione è oggi il recupero, da parte del pubblico, della sovranità sulle decisioni e sulle gestioni dell’attività sportiva di carattere sociale, cioè non di quella professionistica. Ed una precisa visione delle proprie funzioni, non delegabili.

Allora, se si è d’accordo su questo punto, cioè di andare contro la deriva neoliberistica e delle privatizzazioni, occorre definire che cosa per lo sport deve mantenersi pubblico. Cruciale diventa dunque il tema delle gestioni, cioè delle convenzioni per gli impianti sportivi pubblici.

In questi ultimi dieci-quindici anni, dopo che la liberalizzazione anche lenta e latente era cominciata negli anni Novanta abdicando prima di tutto alla gestione diretta delle piscine, si è poi espansa con i grandi impianti pubblici, rinnovabili negli anni con scadenze sempre più prolungate e anche con i più piccoli come le palestre scolastiche.

Si sono definite convenzioni con società sportive più o meno grandi e successivamente (dall’epoca Foschini) con enti che avevano e hanno solo il compito della gestione degli impianti senza nulla a che fare con l’attività sportiva. Enti che spesso fanno attività come qualsiasi privato su impianto e suolo pubblico.

Per me è stata un’abdicazione da parte del Comune al suo ruolo di garante per la miriade di soggetti che la caotica organizzazione sportiva mette in campo e che ormai credo sia diventata parte stabile degli uffici comunali. La frammentazione sportiva che si è creata far l’altro per me non fa bene allo sport, anche se il problema è loro.

Quindi la prima questione da verificare e cambiare sarà molto difficile da esaminare, perché il potere di decidere le attività e gli eventi sui suoi impianti non è più appannaggio del Comune, ma dei vari enti gestori. Ci sarà da verificare la durata di tutte le convenzioni per capire che cosa si può fare. Nel contempo occorre attuare un controllo più stretto sulle diverse gestioni ordinarie e straordinarie: in molte situazioni si stanno facendo manutenzioni straordinarie, ma occorre verificare se tempi e l’esecuzione delle opere sono fatte bene; si tratta pur sempre di un impianto ancora di proprietà pubblica e alla fine dovrebbe mantenersi bene.

In alcuni casi, vedi il Centro sportivo Barca di Bologna, c’è poi una situazione mai sanata negli anni: si tratta di un grande impianto, forse uno fra i più grandi di tutta la città metropolitana, ma è sempre stato gestito da varie parrocchie. Perché non ci deve essere una gestione unica? Tra l’altro essendo vicino al fiume Reno se ci fosse un direttore d’impianto competente e con contratto comunale, vista anche l’ubicazione, potrebbe diventare un punto di riferimento sportivo ancora più importante.

Il caso poi della palestra Baratti, conosciuto anche come Sferisterio, apre sulle gestioni un tema importante: la verifica precisa delle finalità degli enti gestori, oltre che della provenienza. Il mafioso di turno era riuscito ad ottenere quella gestione; come mai? Sappiamo da troppe indagini che in diversi mondi sportivi le società sono in mano a mafiosi o comunque persone che non sono troppo trasparenti nelle conduzioni societarie.
La proposta per cambiare il verso sulle gestioni diventa capire quanti sono i grandi impianti, quali le gestioni degli ultimi anni e quindi decidere di mantenere la gestione pubblica solo dei pochi che si riescono a gestire con un direttore di centro pagato dal Comune e che ha la responsabilità di svilupparlo. Il resto venderlo all’associazionismo, cioè a coloro che stanno lavorando più come privati, che come volontari nello sport. E sono tanti, tra l’altro con leggi a favore e magari con pochissima competenza, altro tema che il Comune dovrebbe verificare di più nelle società sportive private (vedi legge regionale ed il suo controllo sulle competenze dei direttori dei centri fitness).

Un altro tema che deve essere in capo al Comune: il rapporto con le società professionistiche dei vari sport, rivedendo meglio anche qui il controllo sulle gestioni che fanno degli impianti sportivi comunali. Ci sono poi altri temi cruciali che toccano vari aspetti: mobilità prima durante e dopo le partite (calcio, basket o altri eventi sportivi); tema sicurezza rispetto ai tifosi (le spese devono essere in capo alle società e non al Comune, vedi polizia municipale).

Altro punto: verifica personale e funzionalità degli uffici comunali per lo sport. Credo che in questi anni non ci siano troppe persone del Comune, ma più spesso dirigenti di enti di promozione sportiva (Eps) o società sportive che decidono il da farsi. Verificarne le competenze. Esiste negli ultimi anni una consulta, ma non vorrei che ci fosse solo questa negli uffici comunali.

Non credo che gli uffici comunali debbano interessarsi di altro attualmente. Penso infine che il discorso risorse economiche distribuite per la promozione sportiva sono date spesso a pioggia alle varie società sportive, quando possono usufruire già di altri emolumenti delle federazioni o enti oppure di sovvenzioni regionali sia da attuare almeno per alcuni anni. Credo che occorra cominciare a restringere la platea d’interlocutori. Non è compito di un ente pubblico assecondare l’esasperata frammentazione di associazionismo sportivo, spesso con entità piccole, ma sempre con molte pretese (campi a disposizione, risorse).

Lo sport si può fare in qualsiasi spazio all’aperto, soprattutto se non si vuole contribuire alla spesa, almeno finché questa è del pubblico, perché quando invece è per un gestore privato di impianto pubblico si contribuisce, eccome. Queste risorse invece potrebbe introiettarle direttamente il pubblico qualora avesse un direttore d’impianto e non un ente di gestione sull’impianto che, non dimentichiamo, è ancora di sua proprietà.

Un tema collaterale sarà il rapporto con la scuola e le palestre scolastiche. L’ente pubblico, da quando c’è l’autonomia delle scuole, non dovrebbe mantenere il ruolo di ente gestore o come si vede, di indiretto gestore. Purtroppo la situazione è ancora così per il vizio di fondo delle gestioni che si è espanso negli anni Ottanta-Novanta; l’ente costruisce la scuola e la palestra scolastica, poi anche per questa la gestione sarà organizzata dalla scuola e dall’ente, senza altri interlocutori. Oggi le scuole dovrebbero essere autonome e quindi con capacità di gestione oltre il loro orario per tutte le strutture, anche le palestre.

Nel tempo si sono create solo delle sovrastrutture che a mio parere non hanno portato a minori spese nel lungo periodo, ma solo a non investimenti sugli impianti sportivi pubblici. Per esempio non sono stati sviluppati troppi investimenti per la sostenibilità energetica. Quindi in tempi di riforme io vedo questa come vera riforma dello sport per il Comune di Bologna: riportare la centralità all’ente pubblico per il benessere di tutti e non solo di pochi.

Autore dell'articolo: Amministratore

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