Vive la France?

Vive la France? Testimonianza di due attivisti arrestati

di Luca Mozzachiodi

Parigi non è più un sogno, finisce così l’articolo-memoriale di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, due giovani attivisti per l’ambiente portoghesi che hanno fatto sulla loro pelle le spese dello Stato di Emergenza e dei poteri speciali concessi alla polizia di Parigi e i tratti sono più quelli di un incubo allucinato. Nel proseguire il report che si concluderà con le riflessioni su alcune interviste mi è parso ineludibile il dovere di portare a conoscenza degli abusi legittimati (ah i controsensi della reazione!) nei confronti delle proteste e dei cittadini da parte della polizia, soprattutto durante la Cop21 che si è appen, e deludentemente conclusa. Per questa ragione, grazie alla gentile concessione e collaborazione degli autori, do qui di seguito la traduzione italiana, la prima, del loro testo e mi associo nell’appello finale a rompere il silenzio che ha tutta l’aria di essere desiderato, come ogni volta che una liberaldemocrazia passa il segno.

Questo è pertanto un articolo con la più viva preghiera di diffusione
Vive la France? (di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, traduzione di Luca Mozzachiodi)

La scorsa domenica, il 29 novembre, io e il mio fidanzato Vicente abbiamo deciso di andare a Place de la Republique per vedere come stava procedendo la Marcia Globale per il clima. Io sono una studentessa Erasmus, studio filosofia e antropologia, vivo a Parigi da Settembre e Vicente era venuto a trovarmi quel finesettimana. Guardavo da un mese i cartelloni per strada e in metropolitana e controllavo le pagine facebook riguardo alle iniziative che stavano venendo organizzate. Alla mia università (Parigi Diderot 7) già settimane prima di COP21 si tenevano dibattiti e proiezioni e c’erano pranzi vegani di gruppo gratuiti organizzati dagli studenti. Mi pareva gran cosa trovarmi per la prima volta in una città che si univa per agire, che discuteva e che si organizzava intorno a questioni tanto importanti come l’ambiente, il clima e la Natura.

Per questo quando dopo gli attacchi del 13 Novembre la marcia fu cancellata ero triste. I dibattiti però continuarono e presero corpo altre iniziative per non tralasciare di fare qualcosa quel giorno, come per esempio lasciare dozzine di paia di scarpe sparse per Place de la Republique: Quando quella domenica ci siamo svegliati, attorno a mezzogiorno, e abbiamo visto su facebook le foto della piazza piena di scarpe abbiamo deciso di andare là per dare un’occhiata. Era l’ultimo giorno a Parigi per Vicente, aveva un volo la mattina dopo e volevamo tornare e vedere com’era Place de la Republique e dopo andare a Belleville a passeggiare.

Arrivammo per le due. La piazza era piena di gente e le strade principali sembravano essere state tutte bloccate dalla polizia con moltissimi furgoni dietro. Abbiamo capito che era molto difficile entrare o uscire dalla piazza. Al centro della piazza c’erano due furgoni che distribuivano a tutti pasti vegetariani. Là abbiamo incontrato una mia amica italiana, anche lei in Erasmus, e i suoi amici. A lato stava un gruppo seduto a terra ad ascoltare alcune persone che parlavano ai microfoni sul clima, la COP21, la natura, nuove tecnologie ecologiche e altro. Abbiamo sentito cose interessanti e tutti applaudivano. Non c’era, a dire il vero, nessuna manifestazione, piuttosto diversi gruppi di persone che facevano varie cose come musica, danze, dibattiti e anche un gruppo di pagliacci che si esibiva.

Andammo a vedere l’installazione con le scarpe in un angolo della piazza e quanto siamo stati là abbiamo sentito i primi petardi e il fumo dei gas lacrimogeni venire dall’altro lato della piazza. I gruppi che stavano al centro della piazza si sono dispersi e i furgoni con il cibo sono andati via. La maggior parte delle persone si è riunita al centro della piazza per vedere cosa stava succedendo, tappandosi occhi e narici per via del gas, li abbiamo raggiunti per vedere anche noi, volevo fare alcune foto.

Iniziammo a vedere persone che tiravano rifiuti e bottiglie contro i cordoni di polizia, alcuni prendevano le candele che circondavano il memoriale per le vittime dell’attentato e le lanciavano spargendo vetri ovunque. La maggior parte era vestita di nero e indossava una maschera. La polizia rispose in maniera più aggressiva, sparando petardi alle gambe delle persone e gas agli occhi, tutti iniziammo al lacrimare, con gli occhi che bruciavano e difficoltà a respirare. Ci siamo avvicinati, curiosi ed impauriti al tempo stesso e abbiamo visto la violenza ogni volta aumentare tra i manifestanti e la polizia, con da un lato manifestati pacifici che si tenevano per mano e andavano con fiori di fronte alla polizia dicendo frasi come “Senza odio, senza armi, senza violenza” e dall’altro lato un gruppo che continuava a lanciare oggetti e a provocare la polizia ignorando gli appelli di tutti a cessare le violenze.

Ci siamo accorti che la polizia stava circondando la piazza e ci stava spingendo verso il centro, la c’erano gruppi che danzavano con la musica, facevano capoeira e acrobazie pacifiche, curiosi siamo andati a vedere. La polizia stette un po’ la a guardarci senza far nulla poi cominciò a stringere il cerchio senza darci possibilità di andarcene. Quando ci rendemmo conto che eravamo completamente circondati (addossati al fianco di un edificio) era tardi e nessuno ci avrebbe lasciato andare. Siamo rimasti là qualche ora (più o meno tra le 15 e le 17) aspettando di vedere cosa sarebbe accaduto. Stavamo aspettando da tanto, ma nessuno poteva andarsene, nemmeno giornalisti, anziani e persone che erano apparentemente lì per caso. Eravamo circa cinquecento persone circondate e non si permetteva almeno di andare i bagno o bere acqua.

Vedemmo che la polizia caricava per prendere alcune persone e portarle sulle camionette (che erano molte, moltissime) e tutti formammo una catena umana, perché la polizia ci sparava addosso il gas lacrimogeno. Dopo le cose si calmarono un po’ e cominciammo lentamente a scioglierci. Qualcuno ha messo della musica e abbiamo cominciato a ballare per tentare di scaldarci, eravamo tutti gelati, con il viso e gli occhi che bruciavano e sfiniti del tutto di stare lì.

C’erano ancora alcune cariche ma io e Vicente abbiamo deciso che sarebbe stato meglio trovarsi alla fine della catena, di fronte alla barriera della polizia, nella speranza di riuscire a uscire e per non mescolarsi con manifestanti che ancora avessero voluto manifestare o reagire violentemente. Là prendemmo a chiacchierare e giocare per passare il tempo e improvvisamente sentimmo tre poliziotti prenderci e trascinarci fuori. Non li abbiamo visti arrivare, eravamo completamente distratti a ridere e conversare. In un primo momento fummo presi dal panico, pensavamo che ci avrebbero separati, gridavamo e facevamo resistenza, Vicente non voleva lasciarmi, ma poi uno dei poliziotti assicurò che saremmo andati insieme e cessammo di resistere.

Ci perquisirono, ci presero le borse, ci fecero poi entrare in una camionetta già con undici persone. Ci chiesero la nostra nazionalità e quando rispondemmo che eravamo portoghesi un poliziotto disse con molto orgoglio “baccalà”, io stavo ancora piangendo per il panico. Gli altri dentro la camionetta ci dissero che avrebbero preso tutta la gente nel cerchio, era solo una questione di tempo, perciò ci rincuorammo e ridemmo della situazione (completamente surreale) e ci prese la sciocca speranza di essere a casa di lì a qualche ora.

Intanto ci portarono al commissariato di Bobigny dove fummo di nuovo perquisiti e fatti oggetto di scherno da parte di tutte le forze di polizia che ci aspettavano all’entrata, dovemmo implorare di andare in bagno, sempre essendo bersaglio di battute. Nel frattempo uno dei poliziotti disse che stavano per identificarci e ascoltare le nostre deposizioni e abbiamo chiamato le nostre madri ancora ridendo, per dire che andava tutto bene, che sarebbe finito in poche ore e che non avrebbero dovuto preoccuparsi.

Ci fecero poi entrare dentro uno per uno. Chiesi se potevo entrare con Vicente perché lui non sa il francese e loro dissero di no, ma che ci saremmo ritrovati tutti là dentro, Entrammo uno alla volta in una sala dove fummo informati delle accuse: manifestare illegalmente e non obbedire agli ordini di sgombero della polizia (ma quali ordini?). Sebbene avessi detto che avrei voluto un avvocato e avessi fornito un nome, mi dissero che non avrebbero cercato il numero per me e che avrei dovuto dichiarare che non volevo un avvocato. Vicente chiese quale fosse la soluzione più rapida, al che essi risposero immediatamente che sarebbe stata senza avvocato e lui accettò senza saper bene che fare, completamente perso; nessuno nella squadra parlava un minimo di inglese né si sforzava di fargli capire cosa stava succedendo. Sia io che lui non ci preoccupavamo molto della faccenda della avvocato perché ancora non sapevamo cosa ci aspettava e pensavamo che sarebbero state solo alcune ore.

Solo dopo che abbiamo firmato tutto ci hanno detto che avremmo passato la notte intera in guardiola e che ci avrebbero rilasciato solo la mattina dopo presto. Abbiamo detto del volo che Vicente avrebbe dovuto prendere per Lisbona alle 10 e ci hanno risposto che, in teoria, sarebbe stato ancora possibile prenderlo perché saremmo stati sentiti presto, e forse saremmo usciti di notte o all’alba. Dopo hanno preso le nostre cose: braccialetti, orecchini, lacci delle scarpe, reggiseni, elastici per capelli, occhiali e ci hanno perquisiti da capo a piedi, dalle calze alle mutande letteralmente. Allora ho capito che avremmo passato la notte separati perché le celle non erano miste e cominciai a piangere dal panico. Non mi avevano nemmeno lasciato parlare con Vicente per spiegargli quello che stava accadendo, l’ambiente era orribile, ci sentivamo miserabili.

Ognuno fu portato alla sua cella. Vicente fu messo in una con un ragazzo che era venuto con noi sulla camionetta e un altro che era accusato di tentato omicidio, in seguito si unirono altri tre che erano venuti alla manifestazione, io finì con due altre ragazze che erano venute con noi. Le celle erano sporche, puzzavano orribilmente, c’era piscio dappertutto sul pavimento e cose scritte con la merda sui muri e c’era solo una panca di pietra per sedersi. Nella cella delle ragazze in particolare c’era molto piscio sul pavimento, un pozza enorme, ci hanno lasciate la a gridare e a piangere molto tempo perché ci mettessero in un altro posto, al che uno dei poliziotti che passavano rispose “per le donne c’è solo questa”. I commenti razzisti e macisti non sono finiti lì: a Vicente e ai ragazzi hanno detto di non aver mai visto tanti bianchi al commissariato di Bobigny, per esempio.

Finalmente ci cambiarono di cella, che almeno non aveva il pavimento coperto di piscio, anche se anche così il puzzo era insopportabile e le condizioni estreme. Nel frattempo erano passate alcune ore e molta gente gridava reclamando il diritto a un avvocato o a un medico, a chiedere di andare in bagno o a bere un po’ d’acqua. Uno alla volta andammo a fare le fotografie e a farci prendere le impronte (solo ad alcuni chiesero il DNA). Le ore passavano tra il freddo e lo sconforto. Alle ragazze hanno dato la cena ma alla cella di Vicente e degli altri ragazzi non hanno dato cibo fino alle 9 della mattina (solamente due crackers e un succo). Non c’erano coperte per tutti, noi ragazze ne abbiamo trovata una per fortuna che abbiamo divisa in tre, pur avendo chiesto tutta la notte delle coperte in più nessuno volle saperne, ci dissero che le celle erano sovraffollate. L’uomo che era accusato di omicidio fu poi trasferito nella cella piena di piscio e stette tutta la notte a urlare e a dare calci alla porta.

La mattina cominciammo a capire che non saremmo usciti presto come ci avevano promesso e io iniziai ad esigere di parlare con un avvocato e con il consolato portoghese, al che risposero che non potevano fare nulla e non spettava a loro. Una delle ragazze che erano con me (di 37 anni) soffriva di reumatismi e aveva chiesto diritto ad un medico che non è venuto nonostante i lamenti che aveva dato tutta la notte in preda ai dolori. Alle 11 uno alla volta parlammo con un ispettore per fare la nostra deposizione. Vicente ne trovò uno che parlava portoghese, il che facilitò molto le cose. Nel complesso furono gentili (i primi dopo ore) e ci dissero che saremmo usciti in serata. Siamo tornati alle celle, alle 15 ci hanno portato il pranzo e solo alle 17 e 30. uno per volta, ci hanno lasciati uscire. Ho chiesto una carta che dichiarasse le mie colpe ma a quanto pare non è permesso: è come se mai fossimo stati lì e non possiamo provarlo a nessuno. Ugualmente poco si curarono del volo che Vicente ha perso senza alcuna ragione valida. Tutti ci avevano detto dall’inizio di sapere che eravamo innocenti ma che avremmo dovuto comunque rimanere là e non si preoccuparono affatto di noi.

Nessuno riuscì a dormire, il cibo era immangiabile, dovevamo implorare per andare al bagno o per dell’acqua e passavamo ore senza sapere cosa succedeva perché nessuno era in grado di darci informazioni. Oltretutto ci hanno negato il diritto ad un medico e a un avvocato.

Dopo essere arrivati a casa, aver mangiato, esserci lavati e ripresi dal trauma abbiamo cercato informazioni su quello che era accaduto e non abbiamo trovato nulla. Seppi nel frattempo che siamo stati più di trecento pacifisti ad essere arrestati in Place de la Republique, che siamo stati distribuiti per tutti i commissariati di Parigi e dell’Ĩle de France, e che infine solo 9 di questi furono trattenuti; probabilmente alcuni di quelli che avevano tirato oggetti contro la polizia (o almeno così spero).

Ciò che è accaduto è molto grave. Sono state diverse le violazioni dei diritti umani in quelle 24 ore. Lo stato di emergenza a Parigi per via degli attentati non può essere la giustificazione per commettere legittimamente delle atrocità, non può essere una dittatura, e è a questa che comincia a somigliare. La cosa più ironica è che il divieto di organizzare manifestazioni, che è in vigore dagli attentati del 13 novembre, si suppone essere per nostra sicurezza, siamo stati arrestati, dunque, per la nostra sicurezza… e i mercati natalizi, le maratone, i centri commerciali con migliaia di persone non sono proibiti.

Ci sono molte cose da denunciare: la violenza della polizia, le detenzioni illegittime, le condizioni disumane, la negazione dei nostri diritti. Non taceremo dunque finché tutti non sapranno cosa è successo a questa Marcia Globale per il clima. Viva la Francia, il paese dei diritti umani?…

Aiutateci a diffondere la nostra storia, una tra più di 300 simili. Non possiamo ignorare, non possiamo restare in silenzio, Parigi non è più un sogno.

Autore dell'articolo: Amministratore

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