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Nuovo statuto dei lavoratori: osservazioni minime sul progetto

di Piergiovanni Alleva

Il giudizio è senz’altro positivo con riguardo ai contenuti normativi, in particolare per quanto riguarda la reintroduzione delle due garanzie fondamentali abolite dal Governo Renzi, ossia:

  • a) causalità dei contratti a termine e precari, stipulabili solo per esigenze lavorative specifiche ed effettivamente temporanee, a pena di trasformazione in rapporto a tempo indeterminato;
  • b) Stabilità reale del posto di lavoro in caso di licenziamenti ingiustificati.

Vi sono, comunque, molti altri contenuti positivi nella disciplina del rapporto individuale di lavoro, anche se una problematica assai seria riguarda la scelta di ammettere – seppur circondandola di cautele – la sussistenza, accanto al rapporto di lavoro subordinato, delle collaborazioni autonome coordinate e continuative, e la possibilità di uso ed abuso della partita Iva.

Altre serie critiche riguardano le soluzioni “deboli” proposte per l’interposizione nel rapporto di lavoro (si aderisce alla teoria della sufficienza della effettiva direzione da parte dell’interposto, invece di reintrodurre il divieto di appalto di mera mano d’opera) e per alcuni altri istituti (es. trasferimento di azienda e mantenimento delle condizioni di miglior favore, solidarietà negli appalti, eccetera) ma si tratta di difetti facilmente emendabili con semplici riscritture.

Vi sono, poi, dimenticanze, omissioni e lacune che devono essere colmate, con specifico riguardo almeno ai seguenti argomenti:

  • 1) rapporti di lavoro nei gruppi di imprese;
  • 2) rapporti di lavoro nelle cooperative di produzione e lavoro e di servizi, costituenti ormai l’ultimo “girone infernale” dello sfruttamento;
  • 3) tutela effettiva e positiva e non solo passiva della professionalità;
  • 4) disciplina e contrasto alle delocalizzazioni produttive;
  • 5) disciplina generale del danno non patrimoniale nel rapporto di lavoro per violazione di diritti primari e problemi di prova;
  • 6) riunificazione del diritto del lavoro alle dipendenze di privati e di enti pubblici.

Un discorso a sé merita poi la parte riguardante i rapporti collettivi, rappresentanza sindacale, contratti collettivi erga omnes: non tutti i problemi mi sembrano convenientemente risolti, specie con riguardo alla legittima esistenza di sindacati autonomi e non confederali, e ai rapporti tra livello nazionale e locale.

Mi sembra che l’incostituzionalità di un “vestito” un po’ troppo “cucito addosso” alle confederazioni possa essere in agguato. È necessario procedere ancora ad una verifica attenta. La critica più seria non riguarda, però, il merito della proposta, ma il metodo, ovvero la sua configurazione generale, che è quella di una sorta di “summa teologica”, la quale riprende ogni argomento ab ovo, e riscrive, spesso solo parafrasandola, la disciplina legislativa attuale.

La domanda è: davvero crediamo che un Parlamento come questo o anche diverso da questo approverà una normativa di ben 97 articoli, alcuni dei quali riempiono, ognuno, diverse pagine? Il pericolo di “perdersi per strada” nel tentativo di trasformare in legge una proposta così ampia e complessa è molto grave ed alla fine l’operazione potrebbe concludersi in un serissimo scacco.

Diversa prospettiva sarebbe quella di utilizzare il testo di questa proposta come strumento di discussione e di condivisione tra i lavoratori perché la loro comprensione dei problemi sia ampia e completa, avendo però ben chiaro, che per realizzare l’intervento normativo in senso tecnico occorrerà un testo molto più compatto e, capace di incidere sulla legislazione in maniera diretta, essenziale ed efficace. A mio parere, insomma, la proposta è buona, e con qualche modifica e completamento potrebbe diventare ottima, ma, per trasformarlo davvero in legge, è necessario – per dirla con padre Dante – trarre fuori da essa “il troppo e il vano”.

Vorrei consigliare una sorta di “spremitura” del testo individuando le novità positive e la loro inserzione nella legislazione vigente, invece di riscrivere tutto, a cominciare dai principi generalissimi. Basta sapere “dove mettere le mani” nella legislazione vigente, anche se, ovviamente, per certi istituti (vedi disciplina dei licenziamenti) resta la necessità di sostituire del tutto alcune norme.

Personalmente vorrei provare, appunto, ad analizzare accuratamente il testo normativo, e a ridurlo a non più di 20-25 articoli (o possibilmente meno) ognuno di lunghezza “normale”, compresa l’aggiunto di previsioni normative per gli argomenti che sono stati omessi e che mi sembrano molto importanti.

Questo testo “operativo” dovrebbe essere giocato come naturale insieme alla campagna referendaria, nel senso che, dopo aver presentato dei quesiti referendari sul Jobs Act, l’accoglimento delle modifiche legislative portate in quel testo sarebbero il modo per evitare la celebrazione del referendum stesso.

Autore dell'articolo: Amministratore

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