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La chimica verde in Sardegna è una balla e Matrìca un miraggio

di Nello Rubattu

La chimica verde in Sardegna è una balla, e Matrìca un miraggio. Questo stabilimento dell’Eni, inaugurato nel 2014 in pompa magna da tutte le autorità anzionli, regionali e locali, è ormai in via di smobilitazione. Matrìca, nata fra i capannoni e le ferraglie in via di demolizione dell’esausto petrolchimico nella zona industriale di Porto Torres, che doveva occupare nel giro di due anni almeno 500 persone, oltre al fatto di dare vita ad un florido indotto, è in una fase di chiara ed evidente agonia.

Era tutta una balla quello stabilimento e non ci voleva molto per capirlo. Era una balla e noi lo avevamo detto su queste pagine. I fatti di questi giorni – con operai che non ricevono lo stipendio e l’Eni che si sta precipitosamente allontanando prima che crolli questo loro castello dalle fondamenta di argilla – lo dimostrano senza ombra di dubbio. Ed era una balla, perché quando l’Eni parlava di chimica verde, tutto il loro discorso non reggeva dal punto di vista industriale.

Purtroppo per la Sardegna, questo ennesimo sogno di rinascita e si è dimostrata una tragica commedia ai danni di una popolazione come quella del nord ovest della mia isola, stremata ormai da decenni di licenziamenti e cassa integrazione. “Certo che se l’Italia non ci fosse, bisognerebbe inventarla”. La battuta era un classico dell’avanspettacolo del primo dopoguerra, un modo come un altro per fare dell’ironia sui casini che stavano venendo fuori fra governi, ministeri e funzionari voraci che già dalla fine degli anni quaranta e i ruggenti anni cinquanta della rinascita del Nord, cominciavano a spuntare come cioccolatini in giorno di battesimo.

Era un modo come un altro per descrivere quel caos industriale di cui ancora stiamo pagando le conseguenze, che con la solita leggerezza italica, ha favorito le porcate dei primi sciuri con macchina, autista e amante al seguito, protagonisti di quella pochade industriale per bassa truppa che è stata recitata nelle stanze del potere al posto di una sana politica economica.

L’Italia è così, quando può si rovina… e quando può rovina anche quello che gli passa a livello di mani.

Lo so, forse il mio è moralismo di bassa lega, una orazione senza senso di buoni propositi da bar che inopportunamente viene fuori come un rutto in un momento di silenzio quando ci si trova invitati ad una serata elegante. Ma quando sui giornali si leggono le cronache dei disastri provocati dalla leggerezza con la quale sono state sconvolte intere porzioni di territorio e la vita di intere popolazioni della mia isola, allora proprio la voglia di mandare il nostro Governo, il nostro Parlamento, i nostri “solerti” funzionari, i nostri conglomerati industriali più o meno di Stato, insieme a pensatori di varia natura e origine, a quel paese ti viene spontaneo.

In Sardegna, poi, il malgoverno è da molto che può contare su un terreno fertile. La nostra casta sembra non riesca a smetterla di comportarsi come un alcolista in una cantina di barolo. Combinano solo terremoti e buoni buoni, continuano a stare sotto i tavoli del potere bisticciandosi per l’avanzo di un osso.

Tutto questo, purtroppo per i sardi, accade da oltre cinquanta anni. E tanto per essere chiari: non è importante che al governo “nazionale”vi siano destra, sinistra o centrosinistra, le porcate sono sempre le stesse e si basano sul solito giochino di inventarsi in Sardegna scenari industriali falsi e senza futuro, operando il peggiore strozzinaggio sociale che mai cervello bacato sia riuscito ad immaginarsi. Roba del meglio Grand Guignol politico governativo.

Per questo bisogna parlare di quel mostro immaginario che i nostri poteri forti hanno voluto regalare alla Sardegna e che hanno chiamato “chimica verde”.

“Matrìca”, questo stabilimento fantasma di “chimica verde”, è stata la peggiore cattiveria che si potevano inventare per prendere in giro un intero popolo. Sono stati bravi, bisogna dire, come bisogna anche ricordare che a credere in questa bufala industriale, quelli dell’Eni, hanno trovato autorità locali compiacenti che aspettavano l’uomo delle stelle che li avrebbe fatto sognare. Tutti: amministratori locali, sindacati, autorità regionali, partiti di destra e di sinistra, avevano risposto contenti al flauto magico dell’Eni, perché speravano che l’innovazione “verde” avrebbe bloccato il declino del Nord Ovest della nostra isola. Le scene di giubilo, quando fu annunciata la nascita dello stabilimento, non sono di certo mancate e tutti si sono felicitati per la pensata dell’Eni, appoggiata senza pudore dalle massime autorità pubbliche dell’isola :”Le speranze di una rinascita industriale del Nord Sardegna è finalmente arrivata”, aveva a suo tempo sottolineato Maria Grazia Piras, assessore all’industria dell’attuale Giunta.

“Matrìca”, aveva chiamato l’Eni, questo suo nuovo giochino industriale per la chimica verde. Un nome che gli attenti comunicatori del gruppo Eni, a cui apparteneva il marchio avevano estratto giocando su una parola del sardo, “matrìca” appunto, con il quale viene indicato il lievito madre che si usa nella lavorazione del pane. Un prodotto per questo “prodotto”con sistemi naturali… e “Bio”, che quindi si sposa bene con la strada della green economy che l’Eni dice di avere finalmente sposato.

E infatti, l’Eni, sui comunicati di questi ultimi anni non ha fatto altro che parlare di “chimica verde”, presentandola come il core business del loro futuro destino industriale. Matrìca, per questo, avrebbe dovuto rivoluzionare la stessa idea di chimica nell’immaginario della gente e allo stesso tempo dare un incredibile impulso eonomico all’intero territorio del Nord Sardegna. Inoltre, nei loro comunicati, l’Eni parlava di sistemi industriali finalmente non impattanti e coltivazioni a basso rischio ambientale.

Non per niente, dopo un attenta analisi dei territori che si volevano adibire a coltivazioni “intelligenti e rispettose del territorio”, si consigliò – e con una incredibile faccia di tolla, si continua a consigliare – agli agricoltori del Nord Sardegna, di adibire quaranta mila ettari di Nurra – una bella pianura che si estende fra i territori dei grandi comuni di Sassari, Porto Torres e Alghero – a coltivazioni di cardo selvatico. Una essenza che secondo quei volpini dell’Eni, produce un buon seme oleoso a basso costo adatto alle lavorazioni industriali utilizzabili nel ciclo della “chimica verde”.

Una balla soltanto a pensarci… ma siccome l’ha detta l’Eni… tutte le autorità dell’isola hanno ritenuto doveroso crederci!

Perché nessuno sull’isola, se non i soliti quattro ambientalisti e indipendentisti, ha mandato l’Eni a quel paese, nessuno ha detto loro che è una pazzia pura coltivare con una sola essenza un così vasto territorio e che così facendo si sarebbe sconvolto l’intero equilibrio ambientale del nord ovest sardo.

Invece tutti: politici, amministratori locali e sindacalisti, nonostante ormai le strategie del gioco dell’Eni fossero tragicamente evidenti si sono azzardati a dire un basta rumoroso e definitivo. Non c’è stato nessun membro della casta al potere isolana che abbia finalmente avuto il coraggio di dire che tutta questa impalcatura industriale di Matrìca è una stronzata galattica e che sarebbe ora che il governo romano, la smettesse di prenderci per boccaloni da commedia di serie B. Tutti, invece, stanno aspettando che l’Eni, nonostante l’evidenza dei fatti ci ripensi, dia nuova vita al suo giochino “verde” e lasci un poco dei suoi soldi dalle nostre parti, pagando almeno gli arretrati degli stipendi… e per fare questo, ricordano neanche tanto in segreto, la nostra casta regionale sarebbe disposta a lasciare l’Eni libera di fare della Sardegna carne di porco, come si dice dalle nostre parti.

Perciò, a Porto Torres, si è arrivati ad una bella giornata di sciopero in difesa della chimica verde. All’assemblea con i lavoratori nello stabilimento di Matrìca, è arrivato il segretario nazionale della Femca-Cisl, Luca Bianco, in rappresentanza non solo delle tre segreterie nazionali della Chimica (Filctem e Uiltec) ma delle segreterie confederali. Con lui, al tavolo della presidenza, i segretari sindacali territoriali dei Chimici e i tre segretari regionali, mentre, confusi con gli operai di Matrìca e delle aziende dell’indotto, c’erano il sindaco cinque stelle di Porto Torres Sean Wheeler che ha portato il saluto e la solidarietà dell’amministrazione comunale; i sindaci di Castelsardo, Sorso e Ittiri, i rappresentanti dei Comuni di Sassari e di Alghero.

La manifestazione di protesta è, però, iniziata già prima dell’alba, quando la Portineria centrale dello stabilimento ex petrolchimico è stata presidiata dai lavoratori Matrìca e delle imprese dell’indotto. Uno sciopero che è un punto di partenza e non di arrivo dell’intera vertenza Versalis, così ha voluto sottolineare Massimiliano Muretti nella relazione introduttiva. Una vertenza che non riguarda solo la chimica ma l’intera industria manifatturiera italiana. Per questo, Massimiliano Muretti, ritiene sia necessario che il territorio, se non l’intera Sardegna, si unisca in una grande mobilitazione. Dopo il suo intervento, hanno parlato un po’ tutti gli invitati. Sono stati brevi interventi di solidarietà, prima che nel dibattito “irrompessero” i lavoratori. Che con toni più o meno accesi, hanno raccontato le difficoltà di chi si è ritrovato all’improvviso senza un lavoro, di chi non trova più una controparte nello stabilimento, dal momento che l’amministratore delegato di Matrìca, Catia Bastioli, come hanno detto molti lavoratori, sembra improvvisamente “colpita da una sindrome di mutismo”. E un po’ tutti, alla fine, hanno puntato il dito contro la Regione sarda, ieri assente ingiustificata. I tanti rappresentanti del territorio, ironizzando, hanno sottolineato che gli assessori “evidentemente avevano altri impegni istituzionali”.

Eppure proprio la Regione è una delle firmatarie, con il governo, le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali, dell’accordo di programma per la chimica verde.

Ma siccome la stangata (si proprio come quella del film) bisogna saperla dare bene sino alla fine, adesso, al centro dei pensieri della casta locale, si è cominciato a insinuare il tarlo di possibili vendite dello stabilimento Matrìca ad altro gruppo industriale. In pratica, molti sognano la cessione di Versalis, società che possiede Matrìca a un soggetto privato e già si mormora che l’Eni abbia già individuato il solito fondo finanziario statunitense che secondo questi rumors, dovrebbe portare avanti il progetto della chimica verde.

Per fortuna, il segretario nazionale della Femca Luca Bianco, ha detto che in questa ipotesi non ci crede molto e forse bisognerebbe diffidare. Ma va a capire come si evolverà questa ultima pensata dell’Eni: “Non siamo particolarmente affezionati al cane a sei zampe – ha detto Luca Bianco – e se il nuovo socio di maggioranza di Matrìca fosse affidabile non avremmo alcun problema. Ma così non è: i fondi statunitensi non guardano al lungo termine, alle produzioni industriali, ma solo a un rapido tornaconto economico-finanziario. E questo significherebbe la fine della chimica verde e di quella tradizionale. Il gruppo dirigente dell’Eni ha sbagliato, ha commesso una serie di errori di valutazione e di programmazione, ma non possiamo essere noi, non possono essere i 4500 lavoratori di Versalis a dover pagare per questi errori”.

Purtroppo, è difficile credere che il gruppo dirigente dell’Eni abbia sbagliato. In realtà, tutti sono convinti che il grande gruppo italiano, voleva togliersi il sassolino delle bonifiche ambientali del petrolchimico di Porto Torres che è roba loro, dal momento che esiste un protocollo di accordo firmato con Stato e Regione e quindi Matrìca, era per loro l’ideale. Per questo parlare della balla dei semi oleosi era funzionale ai loro scopi. Questo nonostante il fatto che tutti sanno che il ciclo di coltivazione e lavorazione dei semi in Sardegna, costerebbero comunque troppo se paragonato ai prezzi che viaggiano sulla borsa agricola internazionale.

Costano troppo perché costa troppo la lavorazione e perché i semi oleosi possono essere coltivati a buon mercato senza eccessivi problemi in vaste aree africane stracciando prezzi infinitamente inferiori. I cinesi e molti altri competitori l’hanno capito e sono avanti anni luce sul problema della reperibilità delle materie prime.

Qual’è, allora, la convenienza dell’Eni di investire in Sardegna su cicli agricoli prima e industriali dopo, dispendiosi e fuori mercato? Se lo fa lo scopo non è di certo industriale. Una delle ipotesi più accreditate ricorda che la convenienza iniziale dell’Eni era legata alla possibilità di abbassare i costi attraverso aiuti di Stato. Ma probabilmente non sarebbero bastati perché una parte di tali aiuti rischiavano di entrare in rotta di collisione con le regole sulla concorrenza comunitarie. Ma il discorso e le varianti da analizzare, sarebbero davvero tante e si dimostrano un esercizio inutile

La verità è che il ciclo della chimica verde, pur non essendo ancora nato, in Sardegna è già morto. Come è morta una certa mitologica forma di industria chimica. Sono modelli economici che appartengono al passato e di cui certamente bisogna tenere conto, ma il discorso è un altro e sta alle forze ancora dotate di logica capirlo e progettare con un minimo di realismo, una uscita credibile da questo tunnel angosciante nel quale hanno voluto infilare la Sardegna.

Speriamo che questo accada il più presto possibile. Non si può continuare a illudere la gente che la chimica verde sulla nostra isola ha un futuro. Non l’ha mai avuto e l’Eni si è comportata da queste parti come un truffatore incallito a cui troppi, per dabbenaggine o malafede hanno voluto dare retta.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 26 gennaio 2016

Autore dell'articolo: Amministratore

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