Frank Cimini: è la politica che trasforma la società, non il diritto

Frank Cimini
Frank Cimini
di Roberto Loddo

Frank Cimini è un cronista giudiziario dalla barba nera e la battuta pronta. Ha attraversato 36 anni di giornalismo giudiziario italiano svelando i retroscena del palazzo di giustizia di Milano. Ex ferroviere, poi praticante al Manifesto, per venticinque anni al Mattino, inviato al Palazzo di Giustizia di Milano. In pensione dalla fine del 2013, cura il blog Giustiziami.it insieme alla giornalista Manuela D’Alessandro.

Sono poche le voci del giornalismo che hanno maturato una sensibilità libertaria e garantista. Come sei arrivato ad occuparti di cronaca giudiziaria?

La mia formazione di cronista giudiziario nasce come continuazione dell’attività politica, mi occupavo delle ingiustizie del carcere e dei diritti dei detenuti. La professione giornalistica è stata l’evoluzione politica nata dalla militanza nella sinistra extraparlamentare da quando facevo parte di Soccorso Rosso.

La crisi della carta stampata e dei media tradizionali ha pregiudicato l’indipendenza e la qualità dell’informazione?

Non esiste l’obbiettività dell’informazione e i media non sono indipendenti. Ricordiamoci della famosa vignetta di Altan, con l’omino che va in edicola e chiede un giornale indipendente sentendosi rispondere dall’edicolante “indipendente da chi?”. I giornali non sono indipendenti perché sono legati al carro della politica, soprattutto di chi governa. L’Italia è il paese dei contributi pubblici per tutti i giornali compresi quelli che non vanno nemmeno in edicola ma che ricevono milioni di euro all’anno.

C’è differenza con la stampa di altri paesi europei?

La specificità della stampa italiana è rappresentata delle sette, otto, anche dieci pagine al giorno dedicate dal dibattito politico interno. Negli altri paesi il dibattito politico va nelle prime pagine solo nel momento in cui stanno per essere prese delle decisioni che riguardano la vita dei cittadini. In Italia al contrario tutti i giorni c’è un dibattito fatto di pettegolezzi, dichiarazioni e controdichiarazioni. La carta stampata sta morendo anche per questo motivo, fino a qualche anno fa Il Corriere e La Repubblica, quotidiani più diffusi, vendevano circa 600 mila copie a testa, ma oggi sono poco al di sopra dei 200 mila. Vendono tre volte di meno e anche quello che è sembrato un fenomeno editoriale degli ultimi anni, che io chiamo il “manette daily” cioè Il fatto quotidiano, è sceso sotto le 50 mila copie da quando non c’è più “quello là” al governo.

La politica non ha interesse a cancellare le leggi che criminalizzano le persone e il mondo dell’informazione non sembra dare attenzione a questa strage di legalità.

In Italia c’è un opinione pubblica fortemente forcaiola. Sono da anni convinto che se si facesse un referendum per reintrodurre la pena di morte vincerebbe la pena di morte. L’opinione pubblica è più forcaiola dei politici, dei magistrati e dei giornalisti perché è un’opinione pubblica che viene creata dal modo di fare politica, di fare giornalismo e di fare giustizia. Un cane che si morde la coda.

Quando è iniziato questo percorso di congelamento dei principi costituzionali?

Bisogna risalire indietro di qualche decennio. In nessun paese dell’occidente il processo penale ha questa centralità. Sono circa quarantanni che in materia di giustizia questo paese passa da un’emergenza ad un’altra. La madre di tutte le emergenze, i cosiddetti “anni di piombo” hanno rappresentato il corto circuito di cui paghiamo le conseguenze ancora oggi: in Italia c’era un fenomeno di sovversione politica e diverse persone avevano scelto di prendere le armi per cambiare la società, un fenomeno politico che non poteva essere trattato solo come un fenomeno criminale. La politica decise di delegare interamente alla magistratura la soluzione di questo problema approvando leggi incostituzionali come quelle sui pentiti e sui dissociati. E così l’emergenza è diventata la prassi ordinaria di governo.

Arriveremo ad avere una legge sulla tortura?

Mai. Almeno fino a quando avremo un Capo dello Stato che firma i decreti di grazia per i torturatori di Abu Omar.

Sei stato uno dei pochi cronisti giudiziari ad essere uscito fuori dal coro durante Tangentopoli. Come mai questa ubriacatura collettiva dei mass media a favore dei magistrati di mani pulite?

Con Tangentopoli, attraverso una classe politica sempre più indebolita, la magistratura decise di andare all’incasso per riscuotere il credito che aveva acquisito. Credito acquisito per aver tolto le castagne dal fuoco alla politica con la sconfitta del terrorismo. La corruzione c’era anche prima del 1992 ma le procure non intervenivano. La magistratura scoprì solo in parte il sistema di corruzione, un sistema che c’è ancora oggi perché mani pulite non è stat molto efficace.

Come si è consolidato il potere della magistratura sulla politica?

Le procure hanno utilizzato all’interno del potere gli stessi metodi utilizzati per risolvere il problema della sovversione interna, cioè il processo penale. È qui che la classe politica ha rivelato il suo masochismo e la sua imbecillità. Non solo non hanno utilizzato lo strumento di difesa dell’immunità parlamentare sotto forma di autorizzazione a procedere, ma hanno addirittura deciso di toglierla perché è prevalsa la paura di quattro signori che avevano vinto un concorso. È così che la magistratura ha consolidato il suo potere che dura tutt’oggi.

Perché in Italia non si può fare una riforma della giustizia?

Ieri non si poteva fare perché c’era Berlusconi a Palazzo Chigi che utilizzava la giustizia per badare agli affari suoi. Oggi invece i vecchi avversari di Berlusconi non possono fare nessuna riforma perché sono tutti sotto scacco delle procure. A partire dal PD che è uno dei partiti più inquisiti della storia repubblicana. Basta vedere quello che è successo alla procura di Milano con Expo. Su Expo la magistratura ha sospeso le indagini per due motivi: la ragion di stato per salvare la patria era il motivo principale, perché se avessero continuato a fare le indagini Expo sarebbe saltata. L’altro motivo di cui nessuno parla, tranne noi di Giustiziami, è la distribuzione dei fondi Expo a ditte amiche in assenza di gare pubbliche. La magistratura ha sospeso le indagini per salvare anche se stessa.

Chi ha controllato i controllori?

Nessuno. La politica rimane in silenzio perché di questa moratoria ne hanno beneficiato tutti. A partire da Sala, il candidato della procura di Milano che dice che si dimetterà se riceverà un avviso di garanzia. È successo anche per il G8 de La Maddalena.

La cronaca giudiziaria oggi è una gara dei giornali: arrivare alla notizia prima di tutti gli altri. Una gara cinica che non si fa scrupoli di calpestare la dignità di coloro che hanno la disgrazia di entrare nel sistema della giustizia. Si può fare cronaca giudiziaria rispettando la dignità delle persone?

In teoria sì ma nella pratica il problema è che con la diffusione delle nuove tecnologie, dai nuovi media ai social network, i danni causati dal processo mediatico sono mille volte superiori. I grandi quotidiani si sono piegati alla ricerca del contenuto scandalistico. Il problema è quello dei contenuti depositati tra gli atti dalle procure. Pensiamo al caso Bossetti: La procura ha depositato le pagelle dei figli di Bossetti, e ha chiesto alla Corte d’Assise di sentire come testimoni gli amanti della signora Bossetti. Faccio l’esempio di questo processo perché è un processo comune, come tanti.

Ci si può difendere da un processo mediatico?

Da un processo mediatico non puoi difenderti. Le fatiche della difesa sono inimmaginabili perché i giornali spalleggiano le procure. Nelle indagini preliminari praticamente la difesa non esiste, perché ha tutto in mano la procura e quando si arriva in aula al processo i primi ad essere influenzati da quello che è uscito dai giornali sono i giudici. Esce tutto prima nei giornali, anche cose che non dovrebbero uscire e che non c’entrano con il processo.

Perché l’aspetto penale è così importante in Italia?

Con una classe politica priva di progettualità che governa sulla base degli umori della cronaca, il processo penale diventa il primo strumento della risoluzione dei problemi della società. L’esempio delle leggi sull’omicidio stradale e sul femminicidio è indicativo di questo clima in cui si fanno delle leggi superflue che non servono a nulla se non a perpetuare la politica dell’emergenza. Si è arrivati all’assurdo con la famosa legge Severino fatta perché alla Regione Lazio c’era Batman che rubava, ma la legge è stata votata dagli stessi parlamentari di Forza Italia.

A Quarto c’è stato un cortocircuito dell’utilizzo dell’onestà come categoria politica.

Chi di spada ferisce di spada perisce. Questa vicenda è la dimostrazione che i guai della politica possono essere sanati solo dalla stessa politica, perché non è assolutamente vero che la legalità è il potere di chi non ha potere. Il diritto non può essere considerato in nessun caso uno strumento di trasformazione della società. Purtroppo questo concetto ha fatto talmente tanta strada finendo per devastare non solo lo stato di diritto ma tutta la cultura della sinistra.

Un consiglio a chi vuole diventare giornalista.

Questo è un mestiere privo di prospettive. Purtroppo è un mestiere che affascina ancora tanta gente, soprattutto i giovani. Oggi c’è chi lo fa gratis e i giornalisti rappresentano una delle categorie che è stata più precarizzata. Gli editori non sono capaci di fare gli imprenditori perché non investono sulle risorse umane, e si arricchiscono, tagliando, facendo uno stato di crisi dietro l’altro e scaricando i costi sui contribuenti e sull’Inpgi.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito del Manifesto sardo il 16 gennaio 2016

Autore dell'articolo: Amministratore

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