Jobs act

Il Jobs Act non funziona: tutti i dati dello studio che lo certifica

di Gianni Balduzzi

Il Jobs Act è stato probabilmente l’argomento politico più usato sia dal campo governativo, in particolare quello renziano, ma anche da diversi suoi detrattori. L‘abolizione dell’articolo 18 per motivazioni economiche è stato l’elemento che ha più infiammato gli animi, si trattava di un tema in discussione da almeno 15 anni, e l’ambito della riforma per molti si è ristretto a questo, ma in realtà c’è di più, e questo di più influnza sugli effetti del Jobs Act stesso, che ora sono giustamente diventati l’argomento di polemica e discussione.

Un working paper di tre studiosi dell’Istituto di di Studi Politici di Parigi e della Scuola Superiore San’Anna fa chiarezza, e il Jobs Act non ne esce affatto bene.
Jobs Act, invece di aumentare diminuisce la proporzione di contratti a tempo indeterminato

L’abolizione del reintegro del lavoratore anche nel caso di licenziamento ingiustificato, e l’introduzione della decontribuzione, erano mirati a diminuire il costo, non solo monetario, dell’assunzione di un lavoratore a tempo indeterminato, nella convinzione che fosse questo costo una delle principali cause del basso tasso di occupazione e soprattutto del crescente ricorso al tempo determinato, che possiamo vedere molto bene di seguito, in particolare per i più giovani (scala a destra). In pochi anni l’incidenza del tempo determinato è salito dal 20% al 60% tra i 15 e i 24 anni.



Non solo, in particolare è salito il ricorso a scadenze sempre più brevi, la maggioranza relativa delle assunzioni è per contratti di 1-6 mesi.

E si pensava quindi che agendo su questi fattori di costo il tempo indeterminato sarebbe stato la prima scelta dell’imprenditore al momento dell’assunzione.

Non è stato così, o meglio, vi è stata una fase iniziale, addirittura precedente all’entrata in vigore del Jobs Act stesso a marzo 2015, in cui effettivamente le assunzioni a tempo indeterminato sono aumentate, anche se si è trattato in gran parte di trasformazioni di contratti a termine in permanenti più che di nuovi posti di lavoro, ma già da maggio, e poi a giugno, e come sappiamo anche dagli ultimi dati, i nuovi contratti permanenti sono andati a diminuire, così come l’occupazione in generale per chi ha meno di 50 anni.

Job Acts, il boom dei voucher e le minori restrizioni al tempo determinato. Tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 la decontribuzione, assieme al principio della flebile ripresa avevano provocato l’aumento della proporzione di lavoratori a tempo indeterminato tra i dipendenti, ma poi, all’entrata in vigore del Jobs Act, 3 mesi dopo quella della decontribuzione, le cose sono cambiate come si vede di seguito.

Il punto è che da un lato la labilissima ripresa (+0,7% nel 2015) non permette realmente, vista anche la bassa produttività del lavoro, di assumere personale, e difatti si assiste anche a un aumento del ricorso al part time, proprio perchè non vi è spazio spesso per un lavoro a tempo pieno, dall’altro ci sono alcuni strumenti, come il voucher per il lavoro temporaneo che hanno avuto un boom di utilizzo negli anni, e non sono stati limitati dal Jobs Act.

Soprattutto, tuttavia, con la nuova legge sul lavoro non è obbligatorio assumere il dipendente a tempo determinato che superi la soglia del 20% di assunti che sono legalmente permessi in un’azienda, ma basta pagare un’ammenda.

Questo per gli studiosi che hanno redatto il working paper è un minore ostacolo all’utilizzo del tempo determinato, particolarmente benvenuto in quelle piccole e medie aziende che non hanno anche culturalmente alcuna voglia di “sposare” un dipendente in questi tempi insicuri e turbolenti, né di farsi impelagare in costose cause di licenziamento, anche se con un esito che non può più includere il reintegro.
Jobs Act, bassa produttività e poca ricerca le vere cause del suo fallimento

Il Jobs Act quindi non funziona? Diciamo che non poteva essere sufficiente, non in un Paese in cui la produttività del lavoro stabilmente è inferiore a quella del resto d’Europa.

Quando i margini rimangono bassi c’è poco spazio anche per l’elemento lavoro, ed è su questo fronte che si dovrebbe agire, anche se nel dibattito si continua a parlare di tasse sulla proprietà come la Tasi di domanda, ma una domanda di beni a basso margine è praticamente inutile, non crea posti di lavoro, o li crea appunto a basso salario e bassa sicurezza.

Direttamente collegato è il problema inerente alla spesa in Ricerca e Sviluppo, strutturalmente basso in Italia, un Paese dominato da piccole e medie imprese, in cui l’importanza della manifattura, tradizionale culla della ricerca, è in diminuzione, mentre non viene sostituita dai servizi ICT come altrove.

Il Jobs Act insomma non può bastare, e non sembra sia servito neanche a innescare un’inversione di tendenza.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito di Termometro politico il 14 dicembre 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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