Il sapere costituente / 1

Sinistradi Aldo Tortorella

Torna d’attualità in Italia il ricorrente proposito (troppo spesso improvvisato ed evanescente) della costruzione di una sinistra politica adeguata ai tempi attuali e sufficientemente robusta per poter contare qualcosa. Si parte dalla giusta idea, sollevata dalla direttrice del quotidiano il manifesto, che «c’è vita a sinistra» per affrontare i temi di una possibile nuova costruzione e/o di una eventuale nuova coalizione delle molte anime della sinistra più o meno alternativa.

Si avvertono, contemporaneamente, scricchiolii significativi, e abbandoni, nell’area che fu del centro-sinistra e che, trasformatasi nel Partito democratico, ha imboccato la strada del centrismo secondo un modulo già esperimentato e già fallito altrove: fallito, intendo, dal punto di vista dello scopo stesso che veniva dichiarato dalle socialdemocrazie iniziatrici del cammino neoliberista ai tempi di Blair e di Schröder.

Piuttosto che la maggiore equità promessa è venuto un più accentuato distacco tra i più ricchi e la grande maggioranza della popolazione, sia pure con una gradazione in discesa che fa di un ceto medio impoverito nella crisi un impaurito guardiano di quel che gli rimane – contro gli ultimi e i penultimi. Ciononostante, la maggioranza dei partiti della sinistra moderata ha continuato a seguire, in posizione sempre più indebolita e con qualche fragile distinguo, la medesima strada, che è poi quella dei partiti della destra conservatrice europea (con cui spesso si governa in coalizione): una strada che sta portando l’Europa, tra molti drammi, verso chine pericolose.

È perciò che si cerca un nuovo cammino per la sinistra. Ma temo che non sia sempre ben chiaro che la parola “sinistra” non solo ha perso il fascino che ha potuto avere nel passato, ma, per i più, è divenuta priva di significato. Mi si può giustamente obiettare che una tale constatazione, banale e quasi ovvia (e molto abusata a destra) è assai critica anche verso questa stessa rivista che ha iscritto nel motto della sua nuova serie ormai più che ventennale «analisi e contributi per ripensare la sinistra».

Voi ripensate, mi dice una maligna vocina interiore, gli altri banchettano. È vero, ma non siamo mai stati così presuntuosi da credere di aver qualche parola decisiva da pronunciare dato che avevamo capito almeno questo: che dopo le rivoluzioni fallite è molto lungo e molto difficile il cammino per la costruzione di idee nuove che rispondano alla parte giusta delle domande da cui quelle rivoluzioni erano nate. È poco, ma è già qualcosa sapere, come diceva il poeta, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Questo ci ha almeno portato, pur cercando di sostenere ogni generoso tentativo di rinascita, a non credere nella politica che predica frettolose escogitazioni (nel gergo del mestiere ricorre la frase a me odiosissima: «non possiamo perdere il treno») e porta, di regola, a scadenti improvvisazioni. Se – sia detto in parentesi – nei momenti di “svolta”, cioè quando veramente venne il tempo di cambiare, oppure di accettare le massime responsabilità di governo, oppure di comporre frettolose fusioni, si fosse riflettuto di più, non si sarebbe perso tempo, come pareva a molti, ma si sarebbero forse evitati gli errori per cui il paese che aveva una delle sinistre più consistenti d’Europa ne è oggi del tutto privo.

La costruzione di una sinistra adatta ai tempi nuovi ha proprio bisogno di essere reinventata nelle finalità e nei contenuti se si vuole ridarle un significato, non solo in Italia. È indicativo il caso dei laburisti tra i quali, nonostante la sconfitta della sinistra giovane di Ed Miliband, ha mostrato vasta popolarità anche tra le nuove generazioni, con vivo stupore dei commentatori e con ampia scomunica di Blair, una linea di sinistra antica che è quasi un ritorno al passato (rinazionalizzazione di servizi essenziali, ripristino della clausola statutaria soppressa da Blair sulla socializzazione dei mezzi di produzione), linea sostenuta dall’anziano Jeremy Corbyn, un deputato lasciato finora piuttosto solo.

Debbo dire che non sono convinto che la pura e semplice riproposizione dell’antico possa essere efficace, dato che se si dice “nazionalizzazione” bisogna subito aggiungere come si fa a evitare i guasti burocratici (la proprietà burocratica) che ha portato anche in Inghilterra alla fallimentare impopolarità di molte imprese nazionalizzate e al trionfo della Thatcher. Ma l’ascolto che ha mostrato di avere una tale proposta indica comunque che esiste il problema di una identità forte della sinistra, se si vuole restituirle un senso.

Comunque, il combattivo Corbyn, a prescindere dal giudizio sulle sue proposte, parla alla Gran Bretagna, non all’Europa, verso la quale è più che critico. Parla, dunque, a un paese che è fuori dell’euro, che ha conservato la propria sovranità sulla moneta, che sente di appartenere a comunità altre (il Commonwealth, l’area anglo-americana). Non può essere questo l’orizzonte di una eventuale nuova sinistra italiana così come di quelle della comunità europea, tutte immerse nella realtà della moneta unica e cioè, come ha ricordato Lunghini su queste colonne, rinchiuse in un albergo dove è stato facile entrare ma non si può più uscire.

Si dovrebbe pensare in ogni paese a una sinistra europea. Un gruppo con questo nome esiste nel Parlamento europeo. Così come esiste il partito socialista europeo. Ma, se non vedo male, i partiti della sinistra conle democrazia europea, rimangono strettamente nazionali – e a destra, magari, sciovinisti – poiché solo nelle nazioni è la fonte della legittimazione democratica e, dunque, dell’accesso al potere politico (a ciò che ne resta), ivi compreso quello europeo. La conseguenza è che vi è ovunque una evidente difficoltà a concepire una sinistra la quale pensi se stessa come europea e alternativa alle politiche fin qui seguite in Europa.

Questo articolo è stato pubblicato su Critica Marxista sul numero 4 del luglio-agosto 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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