Ex Telecom: gli occupanti di Bologna

Gli occupanti di Bologna che hanno resistito per 12 ore

di Bruno Giorgini

Manganellate i poveri del mondo e sarete beati. Questo sembra l’imperativo categorico dell’establishment economico politico. Con altro linguaggio: l’imperativo categorico delle classi dominanti. Contro profughi e migranti, come ogni giorno da mesi si vede sui nostri schermi. E contro i senza casa negando loro il diritto all’abitare. A cominciare da Bologna.

Martedì 20, alle 7.20 del mattino mi sveglia la voce di Giovanni Stinco, ottimo cronista di Radio Città del Capo (RCdC). Racconta l’inizio dello sgombero manu militari con circa duecento agenti delle forze di polizia che circondano uno stabile occupato in via Fioravanti, nel popolare quartiere della Bolognina. Dentro abitano oltre novanta famiglie, circa duecentocinquanta individui.

Erano settantasei il 14 dicembre del 2014 quando – coordinate dal collettivo social log – entrarono nel palazzone della Telecom, disabitato e abbandonato a se stesso. Ne fecero un luogo vivibile, addirittura piacevole con tanti bambini rumorosi e allegri, senza le beghe di condominio ma con una solidarietà la cui forza è emersa oggi a tutto tondo.

Sì, perché nonostante gli armati di stato schierati a difesa della proprietà privata, e soltanto di questa, i circa duecento occupanti hanno resistito per dodici ore, scendendo dai tetti gli ultimi cinquanta a testa alta con alcune garanzie di un ricovero per tutti, quanto credibili vedremo, perché allo stato attuale non c’è molto da fidarsi di nessuna delle istituzioni in campo.

Ma vediamole all’opera queste istituzioni, e chi le rappresenta. O piuttosto non vediamole, sembravano tutti/e entrati/e in clandestinità o dispersi nelle nebbie padane. E dire che la nuova sede del Comune sta a quattro passi dallo stabile occupato e la polizia riempiva di uomini e mezzi tutto il perimetro. Impossibile non accorgersene.

Al tempo t=0, quando inizia lo sgombero non c’è nessuno del Comune. Forse non sono stati avvertiti. Più tardi arrivano alcuni/e assistenti sociali. E questo è tutto. Non compare il sindaco Merola. Eppure sarebbe suo dovere preciso. Il sindaco è il garante del Comune, della comunità dei suoi concittadini, tutti; il garante della convivenza civile. In una situazione così difficile e drammatica – in presenza di un uso della forza contro alcuni suoi concittadini su un problema come quello del diritto all’abitare, costitutivo di qualunque cittadinanza come fa a stare altrove. Non c’entra qui la destra o la sinistra, c’entra un dovere civico, e direi anche una sensibilità umana. Il sindaco che non si fa vivo in prima persona sul luogo non è più il primo cittadino: egli è niente. Come il cavaliere inesistente di Calvino, sotto l’armatura, diciamo la fascia tricolore, non c’è nulla, neppure polvere.

Essere lì a fare cosa? Almeno due cose. Per un verso cercare gli spazi di una possibile mediazione politica. Per l’altro vigilare contro gli eventuali eccessi nell’uso della forza da parte della polizia, anche in riferimento ai molti minori, e mamme presenti barricati al secondo piano. Tanto è vero che su questo punto gli occupanti, quando gli armati hanno cominciato a esercitare una violenza intollerabile, hanno richiesto e ottenuto l’intervento dell’avvocato fiduciario del social log Marina Prosperi.

Ma per la mediazione politica bisogna riconoscere agli occupanti la dignità di essere portatori di una politica, di essere protagonisti di una prassi, e non mendicanti o disperati; bisogna riconoscere il valore sociale e politico dell’autorganizzazione di queste famiglie, di queste persone. Non si tratta di una questione di assistenza e/o di accoglienza: si tratta di un diritto all’abitare – un diritto di cittadinanza – che essi rivendicano collettivamente.

Proprio quello che né il PD partito della nazione, né la giunta vuole, rimanendo costipata nella questione della legalità, nemmeno il dito che indica la luna senza vedere la luna, nemmeno la foglia di fico che copre le vergogne.

Tanto costipata che il giorno prima dello sgombero il consiglio comunale vota il nuovo regolamento per l’edilizia residenziale pubblica, introducendo il divieto di poter accedere alla casa pubblica per dieci anni a chi abbia partecipato a una occupazione di un alloggio popolare. E Sel non manca alla disciplina di giunta, la metà di sel che si muove in nome della politica dello sgabello.

Soltanto dopo aver riconosciuto che è lecito, se non giusto, lottare per il diritto all’abitare puoi, eventualmente, discutere quali siano le migliori e più efficaci forme di lotta.

D’altra parte non sono stupito: Merola non riconobbe dignità politica neppure a un legalissimo referendum sulla scuola, i cui risultati si mise bellamente sotto i piedi, poco mancando che non invocasse il delitto di lesa maestà.

Torniamo però alle assenze. Dice – la solita RCdC – che Merola fosse all’estero.

Sia pure, ma l’assessore di riferimento Frascaroli, tra l’altro in quota Sel, dov’era in quelle dodici ore di resistenza civile allo sgombero forzato?

Ebbene: stava alla finestra. Letteralmente dalla sua finestra in Comune guardava di sotto per tenersi aggiornata, alcuni video lo testimoniano inequivocabilmente. Iddio perdonali perché non sanno quel che fanno.

Però mi auguro non li perdoneranno gli elettori, perché un sindaco ignavo e a-democratico, se non antidemocratico, come Merola, sarebbe veramente una sciagura per la pur paziente Bologna.

Un uomo delle istituzioni, manco a dirlo un magistrato, il Procuratore per i minori Ugo Pastore si è invece presentato, a vigilare appunto talchè l’opera poliziesca non tralignasse in gesti eccessivi. Nel vuoto del Comune che così diventa ancor più straniante e macroscopico: un pugno in un occhio.

Passiamo ora ai politici. RCdC intervista il senatore Lo Giudice, PD, che con non chalance proclama che il diritto di proprietà non può essere violato, o qualcosa del genere – e mica sono i padroni del palazzo quei quattro straccioni aggiungo io – per poi imboccare la via serpentina del non dire niente – come l’oracolo egli non afferma e non nega ma significa, cosa? la vuotaggine di una politica infima.

Mazzanti, capogruppo consigliare PD più o meno è lo stesso, e me/ve lo risparmio. Quelli di destra inneggiano alla legalità ripristinata, comunque intervenuta troppo tardi. Alle elezioni sarà un bel match tra il PD partito della nazione, e il centrodestra impugnando la legalità, dove però il PD è qualche passo indietro, o avanti, perché intanto la Presidente di Legacoop è da ieri 20 ottobre indagata, con altre cinque persone del PD e delle coop per il reato di violenza e/o minaccia a corpo politico amministrativo, in merito alla vicenda della colata con cui volevano cementificare un’ampia parte di S.Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, colata che la sindaca PD Conti ha deciso di interrompere, rompendo le uova nel paniere al gruppo di speculatori immobiliari, di cui le coop sono parte organica, protagonisti dell’affare.

Quasi in fine. Dice Don Nicolini, parroco già responsabile della Caritas: le occupazioni generano una legalità superiore. Alla buonora, ma in controluce risulta ancor più penosa l’assenza del Comune, che in realtà copre un’ostilità generalizzata all’autorganizzazione di base dei cittadini, qualunque sia il problema in gioco.

E in fine. Il simbolo di questa occupazione era, è, un grande orso di peluche che ammiccava da una finestra e che poi è stato calato in strada. Un pericolosissimo peluche fuorilegge.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 21 ottobre 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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