Europa, quale legalità è possibile?

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di Agustin Josè Menendez. Traduzione di Dario Guarascio

Uno dei principali luoghi comuni che caratterizzano l’attuale dibattito in Europa è sintetizzabile nell’affermazione seguente: ‘le regole vanno rispettate’. L’invocazione del rispetto delle regole rappresenta un elemento chiave tra le argomentazioni utilizzate da chi sostiene l’attuale sistema di governo della crisi (e lo status quo da cui tale sistema di governo promana). Si è altresì affermato, a lungo e ripetutamente, che la causa principale dell’attuale crisi è da ricercarsi nella violazione di norme e regole.

Se le regole di Maastricht fossero state rispettate la Grecia non sarebbe entrata a far parte dell’Eurozona. Se la Germania e la Francia non avessero esentato se stesse dall’obbligo di rispettare il Patto di Stabilità e Crescita nel 2005 gli altri paesi europei avrebbero avuto un incentivo significativamente minore all’accumulazione di colossali deficit. Se la Grecia non avesse manomesso i propri documenti contabili per nascondere la rapida crescita del deficit pubblico nel momento in cui gli effetti del crack Lehman Brothers iniziavano a propagarsi in Europa, la stessa non si sarebbe trovata sull’orlo del baratro meno di due anni più tardi.

Che numerose norme siano state violate in ciascuno di questi casi è fuor di dubbio. Ma è anche pertinente domandarsi che cosa sarebbe successo se queste norme fossero state rispettate e per quale ragione queste violazioni, pur essendo a tutti ben note, siano state ignorate o minimizzate. Prodi ha avuto, per una volta, perfettamente ragione nell’affermare che un’applicazione letterale del Patto di Stabilità e Crescita sarebbe stata stupida.

Sanzionare simultaneamente la Germania e la Francia sarebbe stato il modo più efficace per gettare in crisi l’Europa. Inoltre, possiamo seriamente credere che l’applicazione delle sanzioni previste dal Patto, considerate le disfunzioni nella costituzione socio-economica europea, sarebbe stato sufficiente a evitare la crisi odierna?

L’avvio del processo di costruzione del mercato unico nei primi anni 80′, così come la creazione di un’area valutaria caratterizzata da profonde asimmetrie alla fine degli anni 90′, hanno rappresentato delle bombe ad orologeria poste all’interno dell’architettura europea e destinate, prima o poi, ad esplodere. In questo senso, non c’è dubbio che il governo greco ha falsificato i propri conti con l’obiettivo di rispettare i parametri imposti da Maastricht. Ed è importante tenere a mente che, tale falsificazione, non sarebbe stata possibile senza il fondamentale aiuto di Goldman Sachs ma anche senza che alcune istituzioni europee chiave , quali la Commissione e la Banca Centrale Europea, girassero la testa dall’altra parte. Un’unione monetaria come quella disegnata a Maastricht, dunque, sta in piedi solo grazie ad un’ efficace ‘divisione del lavoro’ tra creditori e debitori. E questo aiuta, in parte, a spiegare la ragioni dell’entusiasmo iniziale di molti paesi del nocciolo duro della Eurozona nel momento nel quale si decideva sulla entrata della Grecia.

Gli stessi attori politici che hanno sin qui predicato il ‘rispetto delle regolÈ quale giustificazione chiave per imporre agli europei l’amara pillola dell’austerità sono anche coloro che stanno utilizzando la crisi come pretesto per assaltare le leggi costituzionali europee. Nota bene: non si tratta solo del fatto che c’è in giro un assassino che la sta facendo franca ma che, lo stesso assassino, va in giro predicando la sacralità della vita umana. La narrativa dello stato d’emergenza (fiscale) è stata utilizzata per violare in modo significativo le leggi costituzionali europee. Si pensi, ad esempio, alla ‘no-bailout clausÈ, lasciata da parte non per essere solidali nei confronti della Grecia, ma, al contrario, per salvare le istituzioni finanziarie – pubbliche e private – detentrici del debito greco. O si consideri l’attenuazione degli stringenti vincoli alla capacità operativa della BCE – vincoli derivanti, peraltro, da una struttura tecnocratica dotata di una molto limitata e discutibile legittimità tecnica. Tale attenuazione è stata determinata, ancora una volta, dalla volontà di tutelare il valore dei corsi finanziari consentendo, al contempo, la compressione salari e lo smantellamento dello stato sociale.

Allo stesso modo, la narrativa dello stato d’emergenza è stata la spada con cui si sono colpite nel profondo le costituzioni nazionali. Similarmente a quel che Carl Schmitt fece durante la repubblica di Weimar, l’emergenza fiscale è stata utilizzata, nella periferia dell’eurozona, come giustificazione per declassare sia i poteri pubblici che i diritti collettivi ed individuali afferenti alla sfera socio-economica al rango di norme costituzionali di secondo grado. Da questo punto di vista, l’identificazione della ‘credibilità dell’azione di governo’ quale obiettivo politico centrale è rivelatrice dell’intento selettivo che essa nasconde. La versione ‘austera’ della credibilità non ha nulla a che fare con un’ideale necessità di mantenere le promesse fatte. Il rispetto delle promesse, infatti, non è dato quando le stesse son state fatte ai pensionati, ai malati o ai lavoratori, pubblici o privati che siano. Questi ultimi non hanno il diritto di rivendicare alcuna ‘credibilità del governo’ circa le promesse rivolte loro in precedenza ma sono chiamati, piuttosto, a sopportare il peso del mantenimento delle ‘giustÈ promesse. Quelle fatte ai detentori dei titoli del debito pubblico ed ai ‘capitali internazionali’.

Una funzione ideologica simile a quella esercitata dal concetto della ‘credibilità dell’azione di governo’ è svolta dall’obiettivo irrinunciabile della ‘competitività esterna’. La deflazione interna connessa al perseguimento di una tale capacità competitiva, infatti, autorizza i governi ad introdurre ostacoli al raggiungimento dell’uguaglianza materiale tra i cittadini producendo, al contrario, una redistribuzione dal basso verso l’alto. Da chi ha poco verso chi ha già molto. E questo non significa solo operare come dei Robin Hood alla rovescia ma significa, altresì, prodursi in un vero e proprio ripudio dell’Articolo 3.2 della Costituzione italiana (e dell’Articolo 9.2 di quella spagnola).

Pericoloso com’è, l’assalto alle leggi costituzionali attualmente in atto rappresenta solo lo stadio iniziale di una più vasta crisi del diritto. Si tratta, cioè, dell’uso di argomentazioni giuridiche come strumento per giustificare il passaggio allo stadio successivo. Ossia alla stadio in cui le costituzioni introdotte dopo la seconda guerra mondiale vengono sostituite da una ‘nuova costituzionÈ. Una costituzione che ci vincola all’interno di un’impostazione neoliberista fondata, da un lato, sui ‘programmi di assistenza finanziaria’ rivolti agli stati della periferia e, dall’altro, sulle varie raccomandazioni fornite dall’Eurogruppo, l’Euro Summit e dalla Commissione per gli Affari Economici e Finanziari (che è stata trasformata nella longa manus dei creditori, per usare una definizione coniata da Kenneth Dyson). In altre parole, le politiche di austerità non rappresentano una delle opzioni di politica economica disponibili, ma l’unica politica costituzionalmente possibile.

Lo stallo a cui si è giunti durante il confronto tra l’Eurozona e Syriza è, in questo senso, rivelatore. L’Eurozona si è comportata come se la ‘nuova costituzionÈ fosse già collocata al vertice delle fonti del diritto europeo. Come se, in altri termini, il (velenoso) combinato disposto di regole fiscali europee e prassi decisionali racchiuse nel Fiscal Compact – e nella legislazione europea – fosse divenuto la ‘legge suprema’ capace di prevalere sulle vecchie norme costituzionali attraverso le quali, sino ad oggi, gli stati europei si son attribuiti l’identità di Stati Sociali e Democratici di Diritto. È questa la ragione per cui l’Eurogruppo non ha ritenuto di dover perdere tempo con le argomentazioni addotte dalla Grecia nel corso del ‘negoziato’ – ed ha potuto altresì raffigurare le proposte greche come insostenibili nonostante fosse la parte greca ad agire proattivamente ed a proporre un compromesso. Le proposte di Syriza ‘non andavano da nessuna parte’ solo perché Syriza non aveva intenzione di andare nell’unico posto dove le era consentito di andare: verso ulteriore austerità. Ciò che stava diventando impossibile concepire, dunque, era che qualcuno osasse mettere in discussione la validità e l’operatività della ‘nuova costituzione europea’

È giunto il momento di mostrare come coloro che predicano ‘lo stato di diritto’ lo fanno per coprire sistematiche violazioni della legge. È giunto il momento di mettere in discussione il ‘surrogato di costituzione’ rappresentato dalla ‘nuova costituzione europea’. Per farlo è necessario prendere coscienza del fatto che non c’è nulla di più urgente che difendere le costituzioni nazionali. Non perché esse sono nazionali (anche se, cosa ci sarebbe di sbagliato nel farlo anche per questa ragione? ) ma poiché sono l’incarnazione di una visione politica, sociale, economica e culturale che è necessaria oggi più che mai (come ha ripetuto molte volte Salvatore D’Albergo). Anche se parzialmente attuate (Calamandrei) e trasformate in ‘costituzioni di carta’ (D’Antonio), le costituzione degli Stati Sociali e Democratici di Diritto costituiscono l’ultima arma – democratica – a disposizione per tentare di resistere all’assalto frontale sferrato contro lo stato sociale e le regole democratiche.

Questo articolo è stato pubblicato su Sbilanciamoci.info il 25 ottobre 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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