Miguel Hernández: uno di quei morti che diventano grandi

Miguel Hernandez

Miguel Hernandez

di Luca Mozzachiodi

Miguel Hernández è sicuramente tra i meno conosciuti dei pur famosi poeti spagnoli della prima metà del Novecento, la sua stella è un po’ oscurata da molti altri nomi di suoi grandissimi contemporanei, e solo recentemente è stato ritradotto, dopo la storica antologia di Dario Puccini, in Italia e viene guardato con un certo interesse; quello che però è unico in questo poeta è la singolare forza con la quale poesia e vita coincidono in un senso tutto terreno, certamente estraneo alla tradizione italiana, e come il suo triste destino e la sua forza morale lo rendano oggi sempre più necessario.

Nato da famiglia povera Miguel fa il pastore da bambino, gli studi sono occasionali e dettati dalle esigenze familiari più che da un progetto coerente; anche nei suoi versi prevarrà sempre un certo stile sanguigno e popolare che non ha nulla di artefatto né di letterario, le immagini di una Spagna povera e arretrata, i ricordi dei campi e della vita rurale gli resteranno sempre scolpiti dentro e da topos diventeranno via via motivo di una presa di coscienza politica e sociale che ne decise la vita e la morte.

Al paese natale è vicino ad alcuni intellettuali di area cattolica che ricercano in un cristianesimo ispanico travagliato dal dubbio e nella parola dei grandi mistici un rinnovamento della vita morale della nazione, ma dopo le prime prove letterarie la vita nella capitale gli aprirà il mondo intellettuale e politico vivace della seconda Repubblica Spagnola: da lì le amicizie con Lorca e con Aleixandre e con Neruda, che sempre lo ritenne uno dei più grandi poeti del secolo e più volte cercò di salvargli la vita facendolo espatriare in Cile, da lì anche la prima raccolta Il fulmine incessante, fatta di raffinati sonetti d’amore memori della poesia del Siglo de Oro e tutta dedicata all’amore per la moglie, una ragazza di sartoria del suo paese dalla quale non si dividerà mai e che amerà di un amore disperato ai limiti dell’incredulità per chi ne legge i frutti.

La particolarità dell’atteggiamento di Hernández di fronte alla poesia sta nel suo naturale leggere la storia e il mondo intero alla luce della sua esistenza, ma non, come in effetti quasi tutti i poeti, in maniera lirica, bensì in maniera tragica, non si rispecchia in un’analisi esistenziale, piuttosto tutte le cose gli paiono accomunate da un destino sanguinoso, come recita il titolo di una poesia, che non è prioritariamente del poeta o della realtà ma li congiunge.

Ciò che a tratti lo rende un autore popolare, nel senso genuino del termine, è aver risolto queste contraddizioni non con un filosofico nichilismo a buon mercato ma con un generoso sforzo di vita. Gli anni a ridosso della guerra civile lo vedono avvicinarsi al comunismo, ma non al marxismo intellettualistico; assorbe e fa propri quasi per osmosi naturale i bisogni e le richieste di riscatto sociale dei minatori, dei contadini, delle madri e nella Terza Internazionale vede soprattutto una forza mondiale di rivincita degli oppressi.

I passi successivi sono la tentata collaborazione al teatro della Barraca e la scrittura drammatica, che è almeno uguale in termini di mole alla sua produzione poetica e che resta sconosciuta in Italia, e soprattutto, all’indomani dell’insurrezione franchista, la ferma decisione di restare in Spagna, al contrario di tanti amici poeti, e di arruolarsi nell’esercito repubblicano.

Prima è nel corpo degli zappatori a scavare trincee, poi in fanteria, ma uccidere e sparare non gli piacerà mai, e infine come commissario letterario. Al tempo della guerra risalgono il teatro di propaganda e intervento e soprattutto le poesie di Vento del Popolo, tra le sue più alte, epiche certamente ma di un’epicità dolorosa, fatta di morti, funerali, lontananze insopportabili dalla moglie e dagli amici e dolore che grida verso il cielo come nella Guernica di Picasso. La poesia di un poeta soldato, che ha voluto combattere e che riteneva giusto uccidere dei nemici e nobile prendere le armi, ci insegna senza moralismi che la guerra non ha niente di bello meglio di molti manierati pacifismi.

Alla rottura degli ultimi fronti per un po’ si nasconde come molti sbandati, ma poi l’amore per la famiglia gli fa commettere il passo fatale: per permettere alla moglie senza soldi e al figlioletto ancora in vita di raggiungerlo in Portogallo, dove intendeva rifugiarsi, vende la casacca militare repubblicana; riconosciutolo la polizia portoghese lo consegna ai falangisti. Liberato per intervento di Neruda decide di ricongiungersi ai suoi cari invece di fuggire ma essendo esposto viene nuovamente trovato e arrestato e comincia una lunga sequela di torture e spostamenti da un carcere all’altro, dopo aver schivato la condanna a morte solo per l’intervento di alcuni intellettuali.

Miguel è isolato e non riesce a vedere la moglie e il figlio se non per brevi momenti, l’ottimismo della sua poesia, che è il suo grande mistero di poeta, pare incrinarsi e negli ultimi libri, L’uomo in agguato e Canzoniere e Romancero di assenze, con ritmi popolari e cantabili il poeta canta la disperazione, descrive paesaggi allucinati e una vita imbarbarita alle radici; è un grande poema di dolore, di amore e di speranza, speranza soprattutto nel figlio che, laicamente e materialisticamente, vede come il frutto dell’amore, una continuazione di sé, la vittoria della vita sulla morte, sul “Viva la Muerte!” della Falange. «Ma c’è un raggio di sole nella lotta/ che per sempre lascia l’ombra sconfitta» recitano gli ultimi versi scritti poco prima di morire.

Stroncato dalla malattia non curata dai suoi carcerieri ha un lento e doloroso decorso, giovane e robusto uomo di campagna si spegne a soli trentuno anni dopo essersi sposato con la moglie perché i preti franchisti la ammettessero al suo capezzale. I due vissero insieme meno di un anno tra i suoi viaggi e le sue fughe dal fronte, vide il figlio per qualche giorno soltanto.

Di questo poeta e di questo uomo ad oggi ci lasciano un segno indelebile l’onestà e la grandezza e come un messaggio scritto nel sangue la sua fede nel rinnovamento della società e nelle possibilità dell’umanità anche di fronte all’orrore, nemmeno negli ultimi giorni il senso della sconfitta lo pervade: continua la sua ricerca di un’altra umanità, nella quale come lui stesso scrive, l’uomo non stia in agguato all’uomo. Questa era la sostanza del suo comunismo e a volte viene da dire, con le parole di una vecchia canzone un tempo famosa, di ogni comunismo.

Miguel Hernández pareva sapere istintivamente quello che noi dobbiamo imparare con anni e con fatica: la vita dura molto di più della nostra singola vita e certe lotte sono molto più ampie delle nostre azioni, apparentemente velleitarie, perdenti o marginali. Ora continua a vivere nei suoi versi che al nostro tempo si fanno più ricchi e carichi di nuovo senso.

Ho voluto dare ai lettori la possibilità di leggere alcune poesie in traduzione per misurare anche la grandezza letteraria di questo autore e dare sostanza a quella che potrebbe sembrare una mera agiografia, oltreché per strappare all’oblio un pezzettino della sua opera, come un dovuto omaggio e un gesto d’amore più che di perizia filologica e linguistica.

Miguel Hernández: uno di quei morti che diventano grandi

Il primo è un sonetto tratto dalla raccolta Il fulmine incessante (1936) come l’Elegia a Ramon Sijé, scritta per la morte del suo più caro amico di gioventù, la Canzone dello sposo soldato, probabilmente una delle più belle poesie d’amore mai scritte, dedicata alla moglie dal fronte e l’Elegia seconda, scritta per un compagno delle Brigate Internazionali morto in combattimento, vengono da Vento del popolo (1937) e la poesia “Era una fossa poco profonda” è un toccante lamento per la morte del figlio incluso nel Canzoniere e Romancero di assenze (1938-41 e pubblicato postumo).

Per quanto ristretta la scelta dovrebbe dare un buon quadro d’insieme dei vari tempi e registri della poesia hernandiana; tutti i testi sono stati da me ritradotti, tenendo conto delle traduzioni già esistenti a cura di Dario Puccini e Gabriele Morelli, ma con significative prese di distanza cercando di recuperare maggiormente il ritmo e il metro di ciascuna poesia. l’Elegia seconda, a quanto mi risulta, è stata da me per tradotta in italiano per la prima volta.

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