Chi cercava un futuro in miniera e chi lo cerca nei campi: tutte quelle stragi dimenticate

La strage di Mattmark

di Loris Campetti

Della strage di minatori a Marcinelle, avvenuta 59 anni fa in Belgio, sappiamo qualcosa. Sappiamo che per qualche anno è stata una meta fissa del turismo nazional-politico italiano nei giorni intorno a ferragosto, prima che una nuova pietra tombale spegnesse la luce su quello spicchietto di memoria e a ferragosto tornassero a occupare le pagine dei giornali le vacanze dei ministri e i topless delle ministre tra le sabbie infinite e il mare minestrone della Versiglia. Sappiamo che nella miniera di carbone di Bois du Casier 136 dei 262 morti ammazzati erano immigrati italiani.

Nulla sappiamo delle stragi precedenti e successive dei nostri connazionali in cerca di futuro in altre miniere di carbone. Per esempio negli Stati uniti: 108 anni fa a Monongah, nella West Virginia, non si sa quanti minatori persero la vita contemporaneamente, a centinaia dicono le cronache, per qualche fonte addirittura 956. Quanti tra loro fossero immigrati italiani non è dato sapere, si è scritto “la maggioranza” ma non il numero, perché ben pochi erano registrati dall’impresa che li sfruttava con meno rispetto di quello riservato al carbone. Proprio come capita oggi agli immigrati africani piegati a raccogliere pomodori per 14 ore a due-tre euro l’ora nelle nostre campagne, agli ordini dei caporali. Tra quelli registrati, gli italiani uccisi a Monongah erano 171, emigrati laggiù a grattare carbone in fuga dalla fame della Calabria, del Molise, dell’Abruzzo.

Centodue anni fa a Dawson, nel Nuovo Messico, i minatori uccisi furono 265, in maggioranza immigrati italiani (146). Chi se le ricorda quelle vittime italo-americane, erano mica Lucky Luciano, erano mica mafiosi famosi la cui vita meritasse gli onori di Hollywood. Erano minatori, carne da macello.

Chiedo: a quanti tra i lettori di questo articolo dice qualcosa il nome Mattmark? Si tratta di una località svizzera in una valle del Canton Vallese, dove cinquant’anni fa, nove dopo Marcinelle, 88 lavoratori di cui 56 immigrati italiani, furono sepolti a duemila metri di altitudine da due milioni di metri cubi di ghiaccio, staccatisi dal sovrastante ghiacciaio Allalin mentre costruivano quella che sarebbe diventata la più imponente diga europea del tempo. Va reso merito allo storico delle migrazioni Toni Ricciardi, autore del libro edito da Donzelli Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana. E merita di essere segnalata una bella pagina sul Corriere della Sera del 19 agosto firmata da Paolo Di Stefano che lo recensisce.

Come gli altri compagni di sventura esplosi e sotterrati nelle miniere di carbone d’Europa e d’America, gli operai di Mattmark non sono morti per colpa del destino cinico e baro, ma per l’insaziabile fame di profitti dei padroni delle miniere come delle società idroelettriche, nascosti dietro parole “neutrali”, insindacabili, come crescita e progresso, che valgono ben di più delle parole sicurezza, diritti, dignità. Di carbone ne serviva tanto e subito per lo “sviluppo”, la diga avrebbe illuminato ben più di una valle svizzera. Per questo i lumini degli operai morti si sono spenti in gran fretta, dopo qualche lacrima di coccodrillo.

Nessuno dei responsabili della strage di Mattmark venne condannato, in appello le famiglie delle vittime furono addirittura condannate al pagamento delle spese processuali. In fondo, gran parte degli operai uccisi erano italiani (“tschingg”, zingari, li chiamavano i razzisti indigeni). E anche le vittime di nazionalità elvetiche, in fondo non erano che operai. Razzismo e xenofobia contro i nostri immigrati, come contro quelli turchi, spagnoli, portoghesi.

Chi ha visto quel capolavoro di Franco Brusati con Nino Manfredi intitolato Pane e cioccolata sa che vita facessero i nostri immigrati in Svizzera, anche se non dispone di racconti di prima mano fatti da nonni e zii costretti a varcare la frontiera per campare. Chi l’ha visto sa cos’è stato il razzismo contro di noi, e conosce le ragione che muove esodi biblici dal sud depredato verso il nord predatore del mondo. Tra gli anni Sessanta e Settanta, si calcola che in Svizzera sono morti sul lavoro più di mille italiani.

Quante vittime abbiano fatto i padroni belgi non si sa. Si sa invece che padroni svizzeri e belgi avevano provato talmente tanto gusto a fare carne di porco degli operai italiani che, non soddisfatti del bottino raccolto, sono arrivati addirittura in Italia a rimpolparlo: l’Eternit, di proprietà dello svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga Louis de Cartier, con l’amianto ne ha uccisi a migliaia, da noi, così come in tutto il mondo.

Chi ha visto quell’altro capolavoro che si intitola Sacco e Vanzetti, diretto da Giuliano Montaldo e interpretato da Gian Maria Volontè e Riccardo Cucciolla, sa cosa significasse essere italiano nell’America razzista di un secolo fa.

Oggi, i figli e i nipoti di quegli esuli che in maggioranza non fuggivano dalle guerre e dalle dittature bensì dalla fame, sono più aperti dei razzisti svizzeri, belgi o americani, si sono evoluti. Infatti, di fronte a un’umanità in parte salvata e in parte sommersa, dicono: “Non sono razzista, ma… aiutiamoli a casa loro”. E in ogni caso, fermiamoli prima che raggiungano il bagnasciuga perché in fondo vengono qui solo perché hanno fame. Non siamo mica una panetteria internazionale. Del resto, non capita solo da noi, la damnatio memoriae è una malattia diffusa e contagiosa: in un Paese chiamato Israele, i suoi figli sono cittadini di uno stato nato appena settant’anni fa come risarcimento dell’Olocausto; non l’hanno forse trasformato in uno stato razzista nei confronti di un altro popolo che da millenni viveva in quelle stesse terre?

Quel che si può dire è che la cortina di silenzio che avvolge le migrazioni – e le stragi – degli italiani in altri mondi, spesso inospitali nonostante avessero bisogno come il pane di braccia e gambe straniere possibilmente prive di testa e di volontà, è funzionale alla politica dei razzisti. I razzisti dichiarati e quelli mascherati, cioè quelli che assolvono chi è in fuga dalla guerra e pretendono di condannare a morte chi fugge dalla miseria. Ogni giorno che passa, chi dice di combattere Salvini facendo le graduatorie dei disperati, distinguendo i bombardati dagli affamati, finisce per assomigliargli sempre di più.

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