Bologna, 2 agosto 1980: perché ricordare è un gesto di avanguardia democratica

di Marco Trotta e Antonella Beccaria

Il 2 agosto a Bologna negli ultimi tempi è sempre stata una data non pacificata. Il momento nel quale le tensioni e i rancori di 35 anni di storia con verità ancora incomplete sono spesso venute fuori con le polemiche contro l’associazione dei familiari delle vittime, ma soprattutto la contestazione di piazza contro le istituzioni. E questo soprattutto per due motivi.

Il primo è che a fronte di diversi gradi di giudizio che hanno portato alla condanna della manovalanza neofascista, di depistatori di Stato e appartenenti alla P2, mancano ancora i mandanti del più grave eccidio in Italia compiuto nel dopoguerra. E poi il secondo, il principale, le celebrazioni del 2 agosto si sono spesso trasformate in caroselli di impegni presi e puntualmente disattesi, infarciti da una retorica istituzionale oltremodo indigeribile. Ecco perché per il trentacinquesimo anniversario l’Associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto ha chiesto alla cittadinanza di sottoscrivere un appello al presidente Renzi.

Un testo frutto del lavoro del suo presidente, Paolo Bolognesi, eletto nel 2013 come deputato indipendente nelle liste del PD, dove si chiedono tre cose: i risarcimenti alle vittime, promessi e svaniti nonostante le parole del 2013 del sottosegretario emiliano Graziano Delrio; l’introduzione del reato di depistaggio punibile se commesso da qualsiasi cittadino e aggravato se a compierlo è un pubblico ufficiale (giacente per 300 giorni al Senato e solo in volata calendarizzato in commissione giustizia); e l’attuazione della direttiva Renzi del 2014 sulla disclosure dei documenti delle amministrazioni che riguardano stragi, terrorismo e attività collaterali.

Quella piazza contestatrice

Un tema, quello delle connivenze, che per la vicenda del 2 Agosto è sempre stato un nervo scoperto delle istituzioni. E quindi delle polemiche e delle contestazioni di piazza. Basta citare il caso di Giuliano Amato nel 2000. Dal palco di piazza Medaglie d’Oro, l’allora presidente del Consiglio disse: “In molte stragi ci sono state dall’interno dello Stato connivenze, menzogne e appoggi”. Nulla di particolarmente nuovo o coraggioso. Ma tanto bastò per ricevere in cambio la risposta velenosa di uno che da quella stagione è passato avendo ruoli di primo piano nelle istituzioni, ovvero Francesco Cossiga, che rispose: “Forse, allora, l’onorevole Amato non si occupava di queste cose, intento come era in Italia e in America a costruirsi un avvenire politico a spese del Psi all’ombra del povero Craxi, della cui prematura scomparsa continua così sfacciatamente e subdolamente a profittare”.

L’anno successivo fu particolare e inaugurò lo strascico di contestazioni che da lì in avanti ha caratterizzato molte delle celebrazioni a seguire. Al governo era tornata la destra e per le istituzioni venne a parlare Pierferdinando Casini, presidente della Camera. Un politico che a Bologna è di casa. Ma neanche una decina di giorni prima c’era stato il G8 di Genova. Il movimento altermondialista partecipò alla piazza con un corteo nel quale 85 persone indossavano una maschera bianca ed esponevano il cartello “Sappiamo chi è STATO”. Alla fine dell’intervento di Bolognesi lasciarono la piazza, dalla quale partirono le contestazioni spontanee. Casini provò a scaricare le responsabilità dicendo che stavano fischiando le vittime del 2 agosto e i loro familiari, non lui. Ma Lidia Secci, vedova di Torquato, il primo presidente dell’associazione e madre di Sergio, ribattè: “Non amo i fischi, ma sono una forma di protesta non violenta. Io non mi sono sentita offesa”.

Non fece differenza il 2002. Questa volta toccò a Rocco Buttiglione prendersi i fischi di due terzi della piazza che andava via sventolando l’Unità che quel giorno titolava: “Senato, il giorno della vergogna”. Il riferimento era l’approvazione del disegno di legge sul legittimo sospetto, l’ennesima legge “ad personam” decisa dal governo Berlusconi. Stessa sorte toccò a Giuseppe Pisanu come ministro dell’Interno (2003) e Pietro Lunardi, ministro alle Infrastrutture (2004). Nel 2005 è la volta di Tremonti da vice premier (quello ufficiale di allora non si è mai visto) che prima disse: “È un onore essere qui”. Dopo la contestazione, però, non seppe trattenere un velenoso “bella piazza”. Il brevissimo biennio del governo dell’Unione dal 2006 al 2007 ha visto altre contestazioni all’allora ministro del lavoro, Cesare Damiano che definitì “provocatori organizzati” lo spezzone del sindacalismo di base che lo contestava per la riforma delle pensioni.

In verità pure la FIOM decise di lasciare la piazza, anche se in silenzio. Una piazza che, però, cominciava a risentire delle pluriennali polemiche e della stanchezza di un rito che faceva fatica a coinvolgere le nuove generazioni. Loreno Benfenati tra i famigliari dichiarava al “Domani di Bologna”: “Siamo sinceri, quest’anno c’è poca gente, sicuramente non ci sono anniversari tondi o polemiche roventi, ma bisogna anche dire che molti di noi stanno invecchiando e che per i giovani non è la stessa cosa: loro non hanno vissuto quegli anni e così è impensabile che vivano queste cose con la stessa passione che abbiamo noi”.

Nel 2008 torna la destra al potere e manda Gianfranco Rotondi che, con una stoica determinazione di scuola democristiana, riesce a finire il suo discorso senza cedere nulla ai fischi copiosi della piazza mezza vuota. Analoga sorte toccherà l’anno dopo a Sandro Bondi in un crescendo di polemiche che farà decidere al Governo di non inviare nessuno nel 2010 per il trentennale. Una decisione riconfermata anche in seguito con il palco del 2 agosto dedicato all’Associazione familiari e che nel 2013 solo Laura Boldrini, allora neo presidentessa della Camera, riesce a compattare con un discorso appassionato al quale, tuttavia, seguono pochi fatti. Il resto sono le dichiarazioni e le promesse fatte nel 2014, tutt’ora disattese, già contestate nell’appello di quest’anno per il 35° anniversario.

Il 2 agosto tra le pagine nere nella Repubblica italiana

Del resto è impossibile leggere la vicenda del 2 agosto e della latitanza delle istituzioni senza inserirla in maniera organica tra le pagine più nere della storia della Repubblica italiana. A dimostrazione di questo basta citare un fatto: 12 dicembre 2009, ore 16.30 circa a Milano, piazza Fontana. È l’anniversario numero 40 della strage alla Banca nazionale dell’agricoltura e l’allora sindaco di Milano, Letizia Moratti, dal palco pronuncia un indignato discorso in cui depreca l’assenza dello Stato per i 4 decenni precedenti. Si levano i fischi, fischi dei cittadini: insegnanti, impiegati, pensionati, studenti rispondono all’indignazione del primo cittadino di Milano con la propria, di indignazione.

E non è un caso che ogni anno parta una staffetta podistica che unisce le vicende di Milano, Brescia con piazza della Loggia del ‘74 e Bologna, appunto. Anche per questo nei giorni scorsi Paolo Bolognesi ha presentato in procura a Bologna un dossier per la ricerca dei mandanti che incrocia “migliaia di pagine di atti giudiziari di processi per fatti di strage e terrorismo dal 1974 ad oggi”, auspicando l’interesse dei magistrati nonostante la mancanza del procuratore Roberto Alfonso nel frattempo ha preso l’incarico di Procuratore generale a Milano. Il procuratore aggiunto Giovannini ha assicurato “grande attenzione e pari riservatezza”.

La memoria come ingranaggio collettivo

Anche per questo, negli anni, si sono moltiplicate le iniziative per tramandare la memoria. Basti citare il progetto Mappe di memoria o filmati come Una giornata estiva, L’estate spezzata o Un solo errore. E tuttavia anche quest’anno non sono mancate dichiarazioni di politici pronte a rilasciare altre supposte verità. Ancora oggi si parla di “nuovi documenti” per la pista palestinese, nonostante di recente la stessa procura abbia ufficialmente archiviato quella ipotesi.

Non deve stupire quindi se, nel 2006, una indagine su circa duemila studenti bolognesi fatta dal Cedost (Centro documentazione storico politica sulle stragi), dal Landis (Laboratorio nazionale per la didattica della storia) e dal Censis ha mostrato che un’alta percentuale non sapeva “indicare la data del 2 agosto 1980 o quanti furono i morti (85) e i feriti (200)”. Gli autori? La quota di chi ha indicato “il terrorismo nero (22) è identica a chi pensa che la bomba fu messa dal terrorismo rosso”; anzi, c’era un 6% che lo attribuiva agli anarchici “o addirittura al gesto di uno squilibrato”. Qualcosa del genere è successo ai Modena City Ramblers, alla festa della storia di Bologna di qualche anno fa, quando le interviste a ragazzi universitari hanno appurato che solo 2 su 10 riescono a riconoscere la matrice fascista, mentre alcuni danno addirittura la “colpa alle BR”.

Anche per questo c’è bisogno che la memoria torni ad essere un ingranaggio collettivo. Un racconto di fatti e testimonianze intrecciate col presente che parlino delle storie passate per la funzione sociale che hanno sempre avuto nell’evoluzione umana: perché non accadano più. Ma per fare questo oltre alla giustizia serve verità, serve il coraggio di fare i conti con quelle pagine nere del nostro Paese e con quelle che sono venute dopo con un processo di trasparenza dentro le istituzioni a tutti i livelli.

Un processo che con fatica si è messo in moto negli ultimi anni nonostante le polemiche politicanti che ogni volta si sono volute imbastire come cortina fumogena a commento di qualche fischio che rischia di esserci anche oggi. E’ questo l’impegno che Bologna e da Bologna si deve rilanciare per fare del 2 Agosto non solo una data presente nella memoria collettiva tutto il resto dell’anno, ma soprattutto un punto fermo di riscoperta e riappropriazione di quei valori repubblicani iscritti anche nella nostra Costituzione che altrimenti rimarrebbero vuote dichiarazioni di principio molto distanti dalla vita materiale delle persone.

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