Quale la fine delle riforme del governo Renzi?

di Roberta Mistroni

Le riforme che il governo Renzi ha messo in cantiere, in parte già approvate in via definitiva (sistema elettorale e jobs act), in parte ancora in discussione (modifica della Costituzione e riforma della scuola), se analizzate una per una presentano la caratteristica di essere in buona parte contradditorie, inutili e soprattutto sgangherate. La riforma costituzionale introduce un inutile Senato non elettivo di cui a priori non si comprende l’utilità. Si poteva arrivare a un parlamentarismo differenziato in modo assai più razionale prendendo spunto anche da esempi esistenti in altri paesi europei.

La riforma della scuola non risolve alcuno dei veri problemi della scuola italiana quali quelli dell’edilizia, del finanziamento delle strutture per la ricerca e lo studio (nuove tecnologie, biblioteche ecc.), modernizzazione dei programmi ecc. Il sistema elettorale approvato mortifica l’elettore e limita in modo improponibile il suo diritto di voto: per avere la cosiddetta governabilità bastava reintrodurre il mattarellum. Il jobs act, infine, riduce i lavoratori e semplici strumenti dell’impresa senza in realtà affrontare i problemi dell’organizzazione del lavoro e dell’innovazione da cui dipende effettivamente la produttività del lavoro: pagare meno i lavoratori e precarizzare la loro attività semmai può portare ad una riduzione della produttività oraria.

Se è vero quanto sopra affermato, ci si chiede: perché il governo Renzi ha voluto e vuole quelle riforme? Il motivo c’è: l’insieme delle riforme così come concepite serve in realtà a modificare il tipo di Stato in cui viviamo: da Stato democratico e parlamentare a Stato governato da una persona sola leader di un partito costruito unicamente per obbedire alle scelte del capo.

Passiamo a fare una rapida analisi delle riforme in campo per poi trarre le conclusioni:

Da tutto ciò consegue:

  • a) Voglia di sindacato unico (ricordiamo le frasi del presidente del consiglio): come al tempo del fascismo con le corporazioni.
    Sindacato unico regolamentato da leggi volute dal governo in modo che la sua funzione sia più quella di assicurare la pace all’interno dell’impresa che quella di difendere i diritti dei lavoratori;
  • b) Corte Costituzionale sottoposta al potere e alla volontà dell’esecutivo (come si evince da quanto dichiarato dal ministro dell’economia. La Corte Costituzionale non dovrebbe più essere un organo di garanzia al disopra del potere politico al fine di assolvere alla sua funzione fondamentale che consiste nel garantire la legittimità costituzionale delle leggi. Secondo la volontà espressa, in modo sufficientemente esplicito, la Corte dovrebbe invece adeguarsi alle esigenze dell’esecutivo. In altre parole sta prendendo piede l’idea che una sentenza della Corte non è una vera sentenza, ma un consiglio. Alla fine è sempre il governo che deve decidere se e in quale misura attenervisi, secondo il modello, ahimè ben noto, di prima della guerra, cioè quello di una monocrazia. Questa idea falsa completamente il ruolo che la Costituzione attribuisce alla Corte e cioè quello di essere guardiana della conformità della legislazione al dettato costituzionale. Tale ruolo è possibile solo con una totale autonomia dei giudici costituzionali, autonomia che la riforma costituzionale e gli interventi diretti dell’esecutivo oggi mettono chiaramente in pericolo. Secondo quanto si evince dalle riforme e dal comportamento dei membri del governo, l’esecutivo decide e gli altri si accodano;
  • c) Il Parlamento, ridotto ad un’unica camera elettiva con un sistema elettorale che assicura la maggioranza dei seggi al partito che ha conquistato il maggior numero di voti pur essendo normalmente partito di minoranza (effetto premio) si trasforma, da detentore del potere legislativo quale rappresentante della volontà del popolo, in un organo di ratifica delle decisioni del governo espresse attraverso l’emanazione di decreti. Le Costituzioni moderne riconoscono tre poteri fondamentali dello Stato, il potere legislativo al Parlamento, quello giudiziario alla magistratura e quello esecutivo al governo: questi tre poteri sono tra loro correlati e ciascuno limita e controlla gli altri secondo il principio di Montesquieu (“le pouvoir arrete le pouvoir”). Nella realtà di oggi però si tende ad aggiungere a questi tre un quarto potere, quello monetario o della finanza internazionale, che non risponde a nessuno e che condiziona gli organismi internazionali che a loro volta determinano la politica dei singoli Stati che così perdono la loro sovranità;
  • d) Eliminazione dei poteri intermedi. Come in parte abbiamo già messo in rilievo, attraverso le riforme vengono sacrificati tutti i poteri intermedi poteri che hanno il compito di fare da intermediari tra i cittadini e il potere politico e di controllare che il potere politico si eserciti secondo quanto stabilito dalla Costituzione e dalle leggi: tali sono, tra l’altro, i sindacati, i partiti, le associazioni di categoria, gli organi collegiali nelle scuole ecc. ecc.

L’esecutivo così si assicura il potere diretto e incontrollato.

Il potere decisionale risulta in definitiva nelle mani di un’unica persona: il leader del partito della nazione a cui è affidato il governo, che sottomette il potere legislativo e tenta di controllare il potere giudiziario. Si avrà in definitiva una Repubblica monocratica dominata da un capo di governo con pieni poteri, eletto da una minoranza di cittadini e messo in condizione di controllare gli organi di garanzia e tutti i poteri dello Stato.

Uno Stato così strutturato serve per assecondare gli interessi economici del neoliberismo e in particolare della finanza internazionale espressi dalla Troika. Si tratta quindi di uno Stato a sovranità limitata dove democrazia, libertà, uguaglianza, solidarietà sono termini che non hanno più alcun valore.

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