Lavori che gli italiani non fanno più

di Stefano Galieni

Ce ne sono parecchi, e uno di questi è andare a votare. Il 31 maggio, come è noto, ci sono state le elezioni in varie regioni italiane. Il denominatore comune della tornata è stato il tasso di astensionismo decisamente alto: quasi il 50 per cento. In contemporanea però, fuori dai seggi, si è svolta un’altra consultazione, che si rivolgeva ai quasi 5 milioni di immigrati regolarmente presenti nel nostro Paese: gente che lavora, paga le tasse, contribuisce significativamente alla tenuta del nostro sofferente welfare e del nostro Pil, ma non ha diritto al voto.

Cinque milioni sono tanti, corrispondono alla popolazione media di una regione. E, infatti, l’iniziativa è stata a ragione “intitolata”la Regione che non vota. A concepirla e portarla avanti le stesse organizzazioni e associazioni che, nel 2010, avevano lanciato la campagna L’Italia sono anch’io. In alcuni capoluoghi di Regione o in città dove l’incidenza della popolazione straniera è più rilevante, gli attivisti hanno installato dei seggi, muniti di schede elettorali fac simile. Nonostante le difficoltà organizzative (budget risicatissimo per la comunicazione e disponibilità limitata dei seggi) il risultato è stato molto interessante.

A Prato in piazza Mercatale, in sole 3 ore sono stati registrati 80 votanti, una percentuale decisamente superiore a quella degli autoctoni. A Napoli, presso la sede provinciale delle Acli, in via del Fiumicello, dalle 14 alle 20, sono state 243 le persone che hanno partecipato alle elezioni. Quattro seggi aperti, con orari differenti, a Bari, per un totale di 1695 votanti.

A Genova un seggio è stato aperto in Via della Maddalena, proprio nel cuore della Città Vecchia, e in poche ore si sono presentati 268 persone. Nel capoluogo ligure, per inciso, l’esperimento era già stato messo in atto 10 anni fa. Rachid Khay, dell’Arci provinciale, uno dei realizzatori della giornata: «Hanno votato soprattutto cittadini magrebini e dell’intero continente africano – ha affermato – e hanno anche dimostrato che non tutti gli immigrati votano a sinistra».

Nota bene: in questi giorni l’Ismu ha diffuso una ricerca sul livello di integrazione raggiunto nei 38 Paesi europei. Secondo lo studio, l’Italia, pur ottenendo un buon posizionamento in alcuni ambiti importanti (l’accesso alle strutture sanitarie e l’attuazione dei ricongiungimenti, per esempio) è ancora parecchio indietro sul fronte della partecipazione politica. Da come è andata l’iniziativa di cui sopra si può ipotizzare che la responsabilità non è degli immigrati.

Questo articolo è stato pubblicato su Corriere delle migrazioni l’11 giugno 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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