Disoccupazione giovanile di Simona Hassan

[Dis]occupazione giovanile: ecco come la fanno gli italiani

Intervista a Simona Hassan di Anna Russo e Alice Biagi

Italians do it better. Con questa frase riferita a noti stereotipi del maschio latino, stampata sulla maglietta, ammiccava Madonna in uno scatto che ha girato il mondo e l’ha resa una nota citazione. Ma è su ben altri stereotipi che ammicca la fotografa bolognese Simona Hassan, che con questo titolo decide di ritrarre e raccontarci la trama dell’occupazione giovanile attraverso i volti e le testimonianze dei giovani italiani. Un progetto, sfociato in una mostra fotografica personale, dal titolo “[DIS]OCCUPAZIONE GIOVANILE – ITALIANS DO IT BETTER”. Simona Hassan nasce e vive a Bologna, nello specifico a Baricella, piccolo comune dell’hinterland bolognese. Ha 26 anni e la passione per la fotografia da quando di anni ne aveva solo 17: la attrae la fotografia che descrive, che racconta, la fotografia che denuncia.

La incontro virtualmente per caso, come spesso accade oggi, sulle pagine di Facebook, in un momento di pausa di lavoro. Le sue foto mi colpiscono, scopro il suo sito dove questa giovane ragazza costruisce un progetto di documentazione fotografica su un tema scottante e che le appartiene: la condizione lavorativa, che definirei più non lavorativa e in attesa di speranza, di tanti giovani come lei che vivono e sopravvivono nel mondo del lavoro oggi.

Decido quindi di incontrarla, di scoprire il suo percorso e subito mi viene in mente un’altra artista bolognese, scrittrice, che sullo stessa tema, sulla stessa apocalisse interiore, proprio lo scorso anno aveva presentato il suo primo libro: “Apocalypse Now reloaded”, un testo atipico come il mondo del lavoro e i personaggi che ritrae a sua volta in altrettanti scatti caratterizzati dal tagliente e veloce slang bolognese… In un lampo penso che è proprio così: Italians Do it better e decido di metterle in relazione quasi per un appassionato passaggio di consegne emotive tra donne di diversa generazione… Da qui prende vita questa intervista, sull’instancabile coinvolgimento che ci fa interrogare, a modo nostro, sul perché e le possibili soluzioni vitali alla stagnazione attorno.

Come hai deciso di intraprendere questo progetto Simona?

“Il progetto nasce dalla mia esperienza e dall’idea che quando non hai niente da perdere è proprio il momento di rischiare, e così ho pensato: giochiamocela. Raccontiamo una storia nostra e facciamolo a modo nostro. Non ci sono soldi? Proviamo dal basso, proviamo costruendo una rete di sostegno al progetto e così ho avviato e portato a termine positivamente una campagna crowdfunding per raccogliere i soldi necessari per raccontare una storia e diffondere l’idea nella rete”.

Conosco Simona e mi colpisce la sua giovane età, la sua determinazione nel voler far uscire la propria voce, con creatività e caparbietà: Simona ha costruito questo suo progetto partendo da una riflessione personale, la sua difficoltà appena dopo la laurea di pensare a come e dove collocarsi professionalmente. Dopo dieci mesi di totale mancanza di lavoro, al momento è una delle tante precarie che vivono in Italia, con un impiego che non le basta per costruire quel percorso importante di autonomia dalla famiglia, di espressione della propria individualità, di se come persona oggi. Il lavoro infatti, non le dà quella base per fare un salto di qualità nella sua vita, e così entra in quel tunnel iniziatico che è diventare adulti dopo gli studi, percorso ormai negato, ma essenziale nella costruzione della propria persona.

Ricordo allora a mia volta le parole di Alice Biagi in un passo del suo libro: “Sono andata troppo avanti, ho costruito me stessa, un mattone e uno stucco dopo l’altro, perché rispettasse in ogni istante di più qua lo stile dorico, laggiù quello ionico, poi quello corinzio. Il mio Vittoriale giace inutile sempre più lontano dalla città. Ora però non so più tornare indietro, e nemmeno so come distruggere tutto questo monumento al mio fallimento: un braccio alzato che non regge nulla, uno sguardo senza pupille verso niente, le gambe tronche e mutilate.” [cit. A. Biagi, Apocalypse Now Reloaded p.70].

Così si arrovella Alice Biagi nel suo Apocalypse Now Reloaded, durante una delle sue eterne giornate senza lavoro. Simona invece, appena affacciata al mondo adulto e chiaramente disorientata, va avanti e decide che la solitudine che accompagna questa dimensione è una solitudine malsana, perciò si chiede: “Perché non parlare di noi, perché non raccontare come stanno davvero le cose, come viviamo ogni giorno questa crisi, com’è il lavoro di oggi, quali sono i bisogni, le difficoltà e i sogni di noi giovani, tanto diversi quanto diretti nella stessa direzione… la realizzazione, la felicità…?” Simona decide quindi di strutturare un progetto partendo dal basso: senza soldi su cui fare riferimento e senza appoggi istituzionali paradossalmente ribalta la definizione dei giovani quali bamboccioni o eterni Peter Pan in attesa di sdoganarsi dalle maglie dei legami affettivi. La fotografa ribalta lo stereotipo creato ad hoc dai media: non siamo gli sfigati tristi dei dati sulla disoccupazione, non siamo solo numeri, ma bensì vite, storie, esistenze e ritrae una dimensione interiore di vite in attesa di essere vissute pienamente, ma che nel mentre… comunque vivono.

Nasce così [DIS]OCCUPAZIONE GIOVANILE – ITALIANS DO IT BETTER esempio di resilienza, ma soprattutto di resistenza. E così il suo progetto diventa un sito e riesce a ricevere finanziamenti grazie a una campagna di Crowdfounding su Vizibol.

Proseguendo nella mia intervista a Simona le chiedo: come hai incontrato i tuoi compagni di viaggio? I ragazzi che si sono offerti di farsi fotografare nelle loro stanze e di raccontare la loro esperienza?

“Il passaparola, i social, gli amici di amici hanno sostenuto l’idea e così sono riuscita a costruirmi una serie di contatti in giro tra varie città italiane, di giovani in attesa di un posto di lavoro, di una costruzione di vita autonoma dalla famiglia, che resistono nelle loro stanze e raccontano di vite, di esperienze e di resistenze, molto particolari. Li ho fotografati nei loro spazi, camere da letto, perché sono ancora quelle nelle case dei nostri genitori, sono le stanze d’infanzia che hanno ancora qualche oggetto del passato sopravvissuto alla nostra adolescenza, sono le camere che testimoniano la nostra precarietà lavorativa, che si trasforma in precarietà esistenziale e non ci permette di costruirci uno spazio del tutto nostro su cui fondare il futuro. Durante questo mio viaggio attraverso il mondo forzatamente lasciato silente dei giovani della mia generazione, ho percepito un’energia sotterranea, a prima vista quasi impalpabile, che è quella tipica dei sogni appena lasciati che riprendono i profili della realtà: il senso di inadeguatezza e di fallimento, prende le fattezze sempre nuove di una resistenza fatta di lavori diversi, contratti diversi, il voler mantenere vivo il sogno di una casa propria, di una vita normale, il desiderio di una propria autodeterminazione staccandosi dalla famiglia. Una realtà che sembra pura Utopia, ma la sognano lo stesso, provando a creare così singolarmente un proprio modo di sopravvivere alla quotidianità e alla privazione di una cosa per l’uomo tanto normale: la propria realizzazione personale”.

È forse questo che stanno provando a dire a loro modo, una parte di giovani non visibile ai grandi media, ma che però esiste e che ha una propria voce?

Sul suo sito infatti, troviamo le storie, i volti ed i luoghi, nelle quali migliaia di giovani vivono in attesa di un futuro, e così nell’attesa, costruiscono senza demordere, il proprio presente.

Quindi mi viene spontanea un’ulteriore domanda: c’è luogo per canalizzare questa rabbia? C’è un luogo per esprimere questo sentimento di ingiustizia? Sono ancora presenti o almeno, sono accessibili per questa generazione, i contenitori, i luoghi della politica? Molti come me non si fidano più…

Simona alterna la visione generale alla sua visione personale, entra ed esce dalla sua esperienza vicina e non ha timore a dire non è giusto, ho diritto anch’io. Sappiamo che gli effetti sotterranei sulla persona della perdita di lavoro o di non trovare un’occupazione possono essere psicologicamente devastanti, a seconda delle generazioni e dei momenti della vita, ma nell’epoca di una non rappresentanza dei precari, o dei lavoratori a giornata o a trimestre, non c’è nessuno… La politica oggi, è per i giovani , ma lo è forse un po’ per tutti, invisibile, una grande assente, un’interlocutrice muta e sorda. Sembra esserci un muro, forse retto da entrambe le parti, fatto di pregiudizi e distanze molto difficili da superare.

Infine chiedo a Simona: Cosa resta quindi del tuo sogno?

“Lo mantengo vivo ogni giorno, cercando di andare avanti con i miei progetti fotografici, concentrandomi nella mia ricerca personale di narrare la contemporaneità dal mio punto di vista, dietro la macchina fotografica, uno scatto dopo l’altro… Nel mentre, farei volentieri anche lavori diversi, perché non sono legata all’idea del posto fisso, ma in un paese come l’Italia dove “flessibilità lavorativa = sfruttamento” e dove non esiste la possibilità di cambiare lavoro tranquillamente, sapendo di poterne trovare un altro (senza rischiare di morire di fame) conservo la speranza di poter trovare un lavoro in grado di darmi la stabilità necessaria per vivere, quantomeno dignitosamente, la mia vita in maniera indipendente… un lavoro che magari duri un po’ più che sei mesi”.

E allora ripenso alle parole di Alice Biagi, che concludeva così il suo Apocalypse Now Reloaded: “Perché avrei sperato… avrei voluto… e con altri troppi condizionali devo fare i conti sempre, le mie sirene a trascinarmi nel vortice, ma quello che posso solo fare è sforzarmi a vivere, come mangiare una pietanza che non finisce più, della quale non se ne sente ormai più il sapore, ma lo si ricorda solo così a grandi linee… e così, forchettata dopo forchettata, non si sa più nemmeno a che punto si è”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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