Pensioni e scuola: un’unica lezione

di Massimo Villone

Sulle pensioni, una cosa è chiara. Che di osservare la sentenza della Corte costituzionale (70/2015) e trarne le conseguenze Renzi proprio non ha intenzione. E come fa abitualmente si nasconde dietro un ingannevole gioco di specchi. Recupero, certo: ma non tutti, non tutto, non subito. Intanto, un obolo di 500 euro per 4 milioni di italiani. Non vogliamo elargizioni graziose e caritatevoli. Vogliamo il dovuto.

La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che bloccava l’adeguamento (d.l. 201/2011). Dobbiamo allora ragionare distintamente per il passato e per il futuro. Fulminata quella norma, i pensionati – tutti – hanno titolo all’adeguamento secondo le regole preesistenti illegittimamente modificate. Da domani, tutti avranno diritto secondo le regole nuove che verranno stabilite. Che a loro volta dovranno essere conformi a Costituzione. Solo su questo può esercitarsi la ricerca di spiragli nella sentenza della Corte.

Mentre per il futuro sarà possibile al legislatore un ambito discrezionale nel definire un adeguamento diversificato per tutti, per alcuni, per fasce o quant’altro, nessuno spazio sussiste per il passato. È dovuto a ognuno l’adeguamento che avrebbe dovuto essere effettuato e che invece non è stato corrisposto in base alla norma dichiarata illegittima. Stabilire riduttivamente il recupero in base a norme nuove ora per allora è come rifiutarlo, in tutto o in parte. Uno Stato che rifiuta il recupero è come il debitore che rifiuta di onorare il suo debito.

Questo ci dicono il buon senso, l’onestà politica, il diritto, i diritti, la Costituzione. Ma con questi valori la frequentazione del governo in carica è saltuaria e occasionale. Il metodo l’abbiamo già visto in opera. Una comunicazione abile, qualche menzogna in senso stretto, promesse fatte sapendo che non saranno mantenute, soprattutto un bastone parlamentare usato senza esitazioni contro ogni dissenso. Ora, con le elezioni regionali alle porte, qualche cautela in più. Ma alla fine i nodi rimangono. Il recupero o c’è, o non c’è. Il preside sceriffo o c’è o non c’è. I diritti sono rispettati o calpestati.

Ascoltiamo tutti, dice Renzi, ma poi si decide. Quel che conta, come ripete ossessivamente, è andare avanti. Ma dove, e come? Sulle riforme istituzionali la sensibilità del paese è stata torpida e marginale. Ma su pensioni e scuola abbiamo un terreno di confronto di massa. Non stupisceche i sindacati abbiano alzato la testa, e perfino la sinistra Pd abbia smosso il sepolcro e mostrato segni di vita.

Il punto è che abbiamo davanti una concezione del governare che punta su un ascolto meramente virtuale da un lato, e sulla decisione nel circolo ristretto del premier dall’altro. Non c’è ora, né potrà esserci in futuro, spazio per una effettiva partecipazione democratica. Che non è solo avere il diritto di parlare, ma anche – e soprattutto – avere il diritto di incidere sulle decisioni.

Si può mai riformare la scuola contro il mondo della scuola? Si può non capire che l’indipendenza e l’autonomia di ogni docente sono il cardine di una scuola conforme alla Costituzione? E che non sopravvivono se qualsiasi soggetto – monocratico o collegiale che sia – può discrezionalmente disporre del posto di lavoro? È qui che cogliamo il nesso tra il governare e le riforme istituzionali che sono state messe in campo. La riduzione degli spazi di rappresentanza politica e di partecipazione democratica, la dominanza dell’esecutivo e del premier, la investitura maggioritaria drogata nei numeri parlamentari di un solo partito forniscono la strumentazione istituzionale necessaria per politiche regressive. Il partito della nazione offre il fondamento politico.

La fase in atto dimostra che dall’interazione tra riforme e indirizzi di governo viene un esito in ultima analisi conservatore o persino per taluni versi reazionario, chiunque sia al potere. Quel che rimane dei corpi intermedi – sindacati, partiti, associazionismi di ogni tipo – dovrebbe cogliere il nesso tra i propri obiettivi e la lotta contro le riforme in atto, dal sistema elettorale alla Costituzione, dalla scuola alla Rai.

Diversamente, calerà sul paese una cappa di forzato conformismo governativo. Dov’è l’Italia di Renzi, quella delle magnifiche sorti e progressive? A quanto pare, gli italiani credono a Crozza e non al premier, e pensano che non esista. L’Ocse in un Better Life Index certifica l’opinione degli italiani sulla propria qualità di vita. Tra 36 paesi ci collochiamo in coda. Dietro di noi solo Giappone, Corea, Polonia, Slovenia, Turchia, Estonia, Ungheria, Portogallo, Grecia. Ai primi posti paesi come Danimarca, Islanda, Svizzera, Norvegia. Fa impressione vedere che siamo in basso soprattutto per il reddito, la casa, il lavoro, l’istruzione, l’ambiente, l’impegno civile.

Sembra di leggere la Parte I della Costituzione, che su questi temi è in specie colpita da politiche regressive e conservatrici perché richiede risorse e politiche attive per la propria realizzazione. La classifica Ocse ci dice che il rispetto pieno della Costituzione farebbe bene ai governanti oltre che ai governati. L’architettura istituzionale è decisiva non solo per l’organizzazione dei poteri, ma anche per la tutela dei diritti che a quei poteri si chiede di realizzare. Il punto è che i costituenti del 1948 avevano un progetto e guardavano lontano. Mentre l’Ocse non segue le comparsate televisive e i twitter di Renzi. Evidentemente, gufi formato esportazione.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito del Manifesto il 20 maggio 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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