“Figlio di nessuno”: come il mondo “civile” è più feroce di quello dei lupi

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Figlio di nessuno (Nicije dete – No one’s child), di Vuk Ršumovic, Serbia 2014. Le scene che aprono e chiudono il film hanno come sfondo i boschi aspri e selvaggi della Bosnia e sono separate da alcuni anni, quelli (tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 del secolo scorso) che faranno sprofondare i popoli della Jugoslavia, dopo decenni di convivenza pacifica, nell’inferno delle guerre balcaniche.

In questi boschi, popolati dai lupi, vive un ragazzino che di umano sembra avere ben poco. È nudo e sporco, non parla e non cammina, aggredisce ringhiando chiunque gli si avvicini. Cresciuto lontano dagli uomini, allo stato brado, ha l’aspetto e i comportamenti di un animale selvaggio. Come un animale selvaggio finisce per essere braccato e catturato da un gruppo di cacciatori. La polizia gli assegna un nome, Haris, e lo affida ad un orfanotrofio di Belgrado.

Il film racconta il lento e faticoso rientro di Haris nel mondo degli uomini. All’inizio rifiuta ogni forma di contatto con i suoi simili e vive rinchiuso in una gabbia. Sembra ineluttabile un destino di segregazione ed isolamento. Tuttavia, grazie alla tenacia di un assistente sociale e all’amicizia di uno degli orfani ospitati dall’istituto, che lo protegge dal branco degli altri ragazzi, pronti a fargli pagare la sua diversità, inizia un percorso di civilizzazione, di apprendimento del linguaggio e delle regole del vivere sociale.

Lo spunto narrativo iniziale è sostanzialmente il medesimo de Il ragazzo selvaggio, il film che François Truffaut realizzò nel 1969. Profondamente diverso tuttavia è sia lo sfondo storico e culturale che l’esito della storia. Truffaut si ispirò ad una vicenda realmente accaduta nella Francia di fine Settecento, ed in particolare alle memorie del dottor Itard, il direttore dell’istituto dei sordomuti, che condusse sul bambino-lupo una sorta di esperimento pedagodico, volto all’apprendimento del linguaggio, ispirato ai principi dell’illuminismo. Un tentativo che riuscì solo parzialmente.

In questo caso il rientro di Haris nella civiltà riesce pienamente. Tuttavia il finale del film è tutt’altro che lieto. Il regista ci mostra con grande efficacia i tratti oscuri e tenebrosi che il vivere sociale può assumere, in certe circostanza storiche, come quelle attraversate dalla Jugoslavia in quegli anni: un nazionalismo sempre più aggressivo che conduce ad una feroce guerra civile nel nome della pulizia etnica. Anche Haris entrerà in questa spirale distruttiva. Reclutato da uno degli eserciti in lotta, in base all’identità etnica che gli viene attribuita, quella di musulmano bosniaco, si troverà a percorrere in marcia gli stessi boschi in cui ha vissuto come lupo. Nel suo sguardo possiamo intuire il desiderio di fuga, di ritorno alle origini. Il mondo civile degli umani può essere più crudele e feroce di quello dei lupi.

Presentato all’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia nella sezione Settimana della critica (che ospita le opere di registi esordienti), ha meritatamente vinto il premio come migliore film. Notevole l’interpretazione del giovane Denis Muric.

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