La filosofia della miseria. Gli atenei e il recupero degli scatti

La filosofia della miseria - Immagine di Inchiesta online
La filosofia della miseria - Immagine di Inchiesta online
di Maurizio Matteuzzi

Era il 1846 quando Pierre Joseph Proudhon pubblicò il “Sistema delle contraddizioni economiche”, più noto come “Filosofia della miseria”. In essa Proudhon sosteneva il valore del lavoro come entità puramente figurativa. Come ben si capisce, siamo agli antipodi di una delle teorie più caratterizzanti del marxismo, la teoria del valore-lavoro. Ecco quindi il duro inalberarsi di Marx, che già l’anno seguente pubblicava una critica feroce, La miseria della filosofia. Passaggio decisivo verso quanto verrà poi ampiamente spiegato ne Il capitale.

Perché in questi giorni tornano alla mente queste cose? Ecco, la causa occasionale, intesa in senso assai più banale che in Malebranche, è la così detta distribuzione da parte degli atenei del fondo premiale per il recupero degli scatti, di cui già in questi giorni scriveva Giacomo Manzoli su Repubblica. Così si è voluta pomposamente chiamare un’operazione iniqua, cervellotica, ma, soprattutto, miserabile. Si rende un po’ di grisbi, ma attenzione, con il solito filtro della burocrazia più invadente, con i soliti criteri di arbitrio, e sotto la solita magica bandiera, assurta ormai al ruolo salvifico di idolo indiscusso e, per così dire, assiomatico: mica a tutti si rende il maltolto, solo alla metà.

Uno potrebbe anche dire: ma come si fa a stabilire che i meritevoli, in una struttura, siano proprio la metà? Be’, questo è un mysterium fidei, direbbe un cattolico, più difficile da comprendere del dogma della Trinità o della transustanziazione. Insomma, chiedete all’Anvur (alla Gelmini sarebbe probabilmente inutile, risponderebbe parlando di tunnel).

Anni fa, con alcuni colleghi, scrivemmo un libro miscellaneo di filosofia, dal contenuto ahimè assai eterogeneo, e dunque si poneva il problema di trovare un titolo abbastanza generale da ricomprendere contenuti e stili spesso lontani l’uno dall’altro. Fu così che uno propose: giochiamo sull’ambiguità, chiamiamolo “I miserabili”, sai che successo! E subito dopo aggiunge “I miserabili dell’università”. Ecco, la vicenda attuale potrebbe essere riassunta così.

Se non fosse che forse anche a una categoria bistrattata e colpevolmente silente quale la nostra, dei docenti universitari intendo, è rimasto magari un minimo di dignità. E, magari, non saranno pochi quelli che decideranno di non mescolare la loro miseria con la miseria del MIUR; anche perché c’è miseria e miseria, non c’è solo quella economica, ma anche quella intellettuale e morale. E qui, rispetto alla legge Gelmini, non siamo in grado di competere.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 27 febbraio 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

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