La democrazia minacciata / 2

Libertà e Giustizia a Firenze

Libertà e Giustizia a Firenze

di Silvia R. lolli

(Prima parte). Rispetto alla corruzione sistemica di mani pulite, in cui c’era la soglia invisibile (al disopra di una certa soglia la corruzione è inevitabile) e che era disciplinata dalle segreterie dei partiti, oggi è cambiata la natura dei soggetti: la debolezza della politica ha reso il sistema corruttivo policentrico; la delega ai soggetti privati permette alla rete di adattarsi alle esigenze. C’è un capacità di trasformazione adattativa, la differenza dei sistemi corruttivi fra Mose (una società privata (consorzio Venezia nuova) che acquisisce poteri molto discrezionali dal pubblico (corruzione centripeta), Expo (tanti faccendieri per seguire i tanti privati – corruzione centrifuga) e Roma capitale, dove si costituisce una cooperativa di servizi da impresa criminale che può minacciare coloro che nell’ente pubblico devono rilasciare appalti per i servizi.

Questo cambiamento nella legalità dell’illegalità è documentato nell’intercettazione di Lorenzo Frigerio, già in affari negli anni Novanta; a pag. 30 dell’ordinanza di custodia cautelare si legge: “La legalità non è un valore è una condizione quindi…se tu la tratti come unico valore che un paese ha scassi tutto…bisogna trattare come legalità l’illegalità”.

Cosa possiamo fare? La corruzione si può curare con un antibiotico, ma la strategia vincente è quella di rafforzare le immunità. Allora oltre ad avere strumenti come dice Cantone simili a quelli utilizzati per la criminalità organizzata (pentiti…) occorre indirizzare più risorse pubbliche ai settori che portano ameno corruzione: scuola, ricerca, cultura e Welfare e meno alle grandi opere strutturali. Gesualdo Bufalino disse che a sconfiggere le mafie sarà un esercito di maestri elementari, di professori e anche di studenti (ai lavori della mattinata erano presenti un buon numero di studenti del Liceo classico Michelangelo di Firenze).

Nando Dalla Chiesa ha spiegato la relazione fra democrazia e giustizia partendo da uno schema classico dello struttural-funzionalismo: lo schema di Parson e Smelser. Ci sono sotto sistemi del sistema sociale e la giustizia fa parte di essi: opera in quello integrativo. Tutti sono tra loro interconnessi e si influenzano a vicenda. Gli altri sono: economico, politico e culturale. La giustizia garantisce un buon livello di integrazione della società se funziona bene. Il sotto sistema culturale dovrebbe alla fine avere un primato è il sistema della latenza. La giustizia deve garantire l’osservazione delle regole che incorpora attraverso i valori che ha un asocietà e che ogni generazione fa suoi.

Ci sono confini che prevedono scambi fra questi sottosistemi e si possono avere degli squilibri. Bisogna chiedersi perché uno squilibrio non viene sentito, perché la società continua a funzionare ed assorbe determinati elementi e presupposti della giustizia. Si parte dall’idea che si sia comunque democrazia (sistema concertato fra regole e valori dati dal popolo); si determina così la qualità della democrazia; mentre la giustizia riflette la qualità della democrazia la influenza. In questo caso ha una funzione por-attiva, cioè è volta a ricordare che ci sono regole da rispettare e dei principi da mantenere.

Spesso in Italia la giustizia ha svolto questa funzione por-attiva; ha provocato però uno scandalo di fronte a questo richiamo ai principi.
Perché la giustizia diventa incerta, inefficace, ma soprattutto molto selettiva? Con i temi legati all’Expo o al Mose alcuni magistrati svolgono la funzione pro-attiva, ma la funzione giudiziaria progressivamente si arena. Dopo la prima fase in cui si apprezza il ritorno della giustizia si arriva a tradire le premesse culturali snza produrre la disintegrazione del sistema.

Quindi i comportamenti collettivi, nonostante spesso richiamnino la Costituzione, accettano che essa venga manomessa. Che cosa conta di più della Costituzione? La prepotenza della storia: quella italiana è una storia di una legalità difficile che rappresenta la continuità della storia italiana. La Costituzione è stata quasi un incidente di percorso in questa storia dell’unità d’Italia. Spampinato parla di parto eccentrico probabilmente irripetibile. Si configura una vera lotta fra la costituzione e la storia italiana. Il tema è dunque tutto culturale. C’è un lontano problema di cultura politica su com elo Stato italiano è stato inteso fin dal suo costituirsi. La rilettura dei quaderni di Gramsci ci aiuta a capire meglio la questione: lo stato liberale di Cavour si forma con l’idea contrapposta dello stato dei gattopardi.

La cultura civica ci dà l’estraneità di masse che entrano dentro e vengono tenute lontane dallo Stato. C’è un risorgimento dimezzato in cui poi anche la cultura cattolica ha fatto la sua parte. Ma c’è un’estraneità sociale anche dopo la Costituzione che è stata scritta dai partiti ; le masse si identificano nello Stato attraverso l’intermediazione dei partiti. Lo Stato nasce contro lo Stato, problema di cultura civica e politica, diventa un problema di cultura istituzionale. Gransci ha letto bene questa situazione. E’ la storia della mentalità di ceti che trasferiscono l’idea della rendita dentro lo Stato liberale ed è un’idea che la cultura economica del Nord non ha voluto cambiare, anche negli anni Cinquanta.

Queste culture lavorano in profondità e determinano una legalità difficile in tutto il paese.; c’è una forza d’inerzia e una cultura che ci ha fatto costruire un paese schizoide, con un doppio registro di valori. La scuola riproduce quei valori che sono le premesse culturali della società: il boss di Fondi sa di poter contare su immunità da parte del consiglio dei ministri, ma nell’intercettazione è preoccupato perché la maestra della figlia sta spiegando che la mafia è un male.

C’è un doppio registro da raccogliere, è un sistema squilibrato, schizoide, in tensione fra principi opposti: così esistono due tipi di democrazia (1-2) e due tipi di giustizia (1-2); c’è lotta fra la giustizia 1 e la democrazia 2 la democrazia 1 lotta contro la giustizia 2. Appello affinché le campagne di sensibilizzazione portino alla vittoria fra democrazia 1 e 2 e giustizia 1 e 2. Arianna Ciccone e Fabio Chiusi hanno dialogato sulla e-democracy: la politica 2.0 alla prova dei fatti.

Infine la mattinata si è conclusa con Lorenza Carlassare che ci ha spiegato come l’attacco attuale ed ennesimo alla Costituzione sia da mettere in relazione anche alla legge elettorale. Attraverso la lettura di vari passi della sentenza della Corte Costituzionale ha ribadito che l’attuale legge in discussione in Parlamento continui ad essere anticostituzionale perché provoca sempre una premio di maggioranza “foriero di un’eccessiva sovra rappresentazione della lista di maggioranza relativa” . Ha esaminato la legge elettorale del 1953 che fu subito osteggiata, del resto c’era una sensibilità giuridica maggiore, e lo stesso De Gasperi previde che se nessuno avesse raggiunto il 50% il premio non sarebbe scattato.

Allora i premio era veramente di maggioranza, qui invece si tratta di una falsità assoluta: per avere i seggi bisogna avere il 40%, se nessuno li raggiunge si deve andare al ballottaggio fra i due schieramenti che hanno avuto la maggior percentuale; potrebbe essere anche tra il 20 e il 21%, ma al ballottaggio soltanto uno prenderà più del 50% quindi avrebbe un premio esagerato, contrario alla sentenza della Corte.

Fra l’altro ci ricorda che la Corte non ha previsto i tempi così lunghi per la legge elettorale, perché nella sentenza sono ribaditi i tempi dei lavori parlamentari, come se si trattasse di vacanza elettorale; si parla di 60 giorni il tempo dovuti all’approvazione dei decreti legge. La sentenza dice che inoltre: il sisetma elettorale non può essere esente da controlli; l’esigenza della governabilità c’è, ma dev’essere bilanciata con il principio di rappresentanza.

Si ha sempre più la convinzione che si stia solo facendo un lavoro di riforma tutto fuori legge. Il convegno di LeG è continuato con l’intervento sul servilismo dei giornalisti italiani con una relazione di Marco Travaglio in cui con citazioni esilaranti si sono messe in luce le incapacità di giornalisti italiani asserviti al potere politico del momento, in cui i vari presidenti del consiglio o della repubblica vengono incensiti e ricevono attenzioni per una loro ricostituita identità politica togliendo le smagliature di falsi che potrebbero essere evidenti se i lettori leggessero bene le parole scritte.

Infine il politologo Paul Ginsborg ha terminato le relazioni con un’interesante analisi della democrazia tra passioni e vita familiare. Partito dal libro del 2005 di Zagrebelsky “Imparare la democrazia”e, ha ripreso la dialettica hegeliana di famiglia società civile e Stato rilette alla situazione di oggi.

Le famiglie possono essere aperte o chiuse, quelle aperte manifestano empatia verso altre famiglie e interesse per i problemi ; questo è la base della democrazia e si combatte l’apatia del consumismo e dell’individualismo. Anche le associazioni della società civile che negli ultimi vent’anni hanno avuto un notevole sviluppo, diventano indispensabili per la cultura democratica, ma si dividono in associzioni bridhging, cioè che costruiscono ponti verso l’estreno e asscoiazioni rivolte al loro interno.

Per noi sono importanti le famiglie aperte e le associazioni bridging. Se non si stabilisce un continuum fra famiglie e società civile come si creano le basi sula giustizia odierna? Lo stato democratico moderno si trova tra due fuochi: interventismo troppo spinto dentro la sfera del privato; interventi troppo limitati conidzionano la scelta della bvita odierna. Il tema delle passioni. Il pesniero politico occidentale vede le passioni declinate al femminile, la razionalità al maschile.

C’è una via virtuosa: famiglia aperta, associazioni bridging e passioni, tre aspetti che possono diventare elementi per la democrazia. Le passioni positive non sono facilmente identificabili, sono cangianti. Si possono trovare problemi, come si fa distinguere le nostre da quelle del nazismo, dle Volkmeinshft? Anche lì c’erano tante passioni positive (compassione per famiglie povere, amore per i figli uccisi nella 1^ guerra mondiale…) ma tutto ciò si associa alle passioni esclusive.

Quindi non è sufficiente parlare di passioni, ma bisogna parlare di passioni inclusive. Le passioni intrinseche all’amore famigliare sono anche le più problematiche e incontrollabili. Bobbio: in Italia si sprecano energie e ciraggio e ne rimane poco per la società. C’è un uso strumentale delle risorse e cariche pubblcihe; c’è un’affettività malata, non è malata in sé, ma lo scopo e la natura per l’ambiyto. Anche la passione delle associaioni nella società cibile sono molto complicate. Oggi le associazioni mnaifestano molta fragilità: l’amore per se stessa devasta la societò civile, usare il potere amminsitrativo per controllare la società civile, un ruolo lo giocano l’età e il genere.

Si può insegnare come essere democratici? Penso di sì, la pedagogia repubblicana passa anche attraverso le azioni quotidiane delle famiglie aperte, delle associazioni bridging e delle passioni inclusive come passioni irriducibili.

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