“Il mese più lungo”: una guerra disastrosa e una pace spezzata

"Il mese più lungo" di Gabriele Polo

"Il mese più lungo" di Gabriele Polo

Venerdì prossimo, 13 marzo, l’Associazione Il Manifesto in Rete presenterà a Bologna (Centro Costa, via Azzo Gardino, 18.30) il libro di Gabriele Polo Il mese più lungo (Marsilio). Qui iniziamo a propone una recensione.

di Sergio Caserta

“E ora state per partire…”
“Sono pronto per ripartire e quando lo faccio, è per concludere. Prima di andare ti avviso, poi ti tengo aggiornato, fidati”.
“Mi fido”.
“Poi, se tutto andrà bene,ci saranno le feste. E chi vorrà incassare. Lo sai che il Governo ci punta assai, ad esibire «il Manifesto» come un trofeo”.
“Non credo potranno. Questo non ci fa paura”.
“Berlusconi sarà raggiante, in prima fila, sarà lui a rivendicare il successo, non noi…”
“Beh, mica mi obbligherai ad abbracciarlo?”
La battuta strappa meno di mezzo sorriso, non c’e’ spazio per la leggerezza, al massimo per un augurio.
“Quando tutto questo sara’ finito usciamo un sera a cena, magari con le famiglie”.
“Certo ma parliamo d’altro, non di sequestri”.
Due mani s’incrociano in un quasi abbraccio. Calipari se ne va nella pioggia.

È il momento più significativo, perfino struggente della vicenda umana che Gabriele Polo, ha mirabilmente descritto nel suo libro “il mese più lungo” (edizioni Marsilio) che narra la vicenda del rapimento della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena. La sua liberazione, dopo appunto un mese di prigionia, in mano ai rapitori sunniti, attraverso un lunga e complessa trattativa. La corsa verso la libertà, in auto con gli agenti del Sismi che l’avevano prelevata e l’imprevedibile agguato da parte di uno strano posto di blocco di soldati americani, la morte istantanea di Nicola Calipari, generale dei servizi, protagonista della trattativa e della liberazione di Giuliana, trapassato dai proiettili USA, nell’estremo atto di proteggere la giornalista al prezzo della sua vita.

Gabriele Polo era allora il direttore del quotidiano comunista, insieme a Valentino Parlato seguì giorno per giorno, nell’intricato ambiente del governo di Berlusconi e dei servizi segreti, lo svilupparsi della strategia diplomatica e politico militare per giungere a trovare il modo di salvare la Sgrena.

La cornice dei fatti: la guerra in Irak in cui l’Italia era partecipe dopo la caduta del regime e la morte di Saddam Hussein, a fianco degli americani nella guerra per “portare la democrazia” nel martoriato Pese, subendo numerose perdite di militari e civili in quella che era, agli occhi degli Iracheni, in tutto e per tutto un’occupazione militare.

Il paradosso per il Manifesto era subire il rapimento di Giuliana, giornalista di punta e pacifista impegnata e riconosciuta, proprio in quella guerra di cui avevano denunciato l’inumana e tragica erroneità e che avevano contrastato con tutto il movimento pacifista. L’assurdo di doversi affidare, per la salvezza di Giuliana, proprio a quei servizi segreti che rappresentavano, emblematicamente, un potere ambiguo e sfuggente nella storia d’Italia.

Gabriele ripercorre con un ritmo veloce e incalzante il dipanarsi della vicenda, gli intricati intrecci delle trattative e la scoperta inattesa che si potevano trovare figure affidabili e positive anche in quell’ambiente, persone dotate di professionalità di elevatissimo livello e anche di profonda umanità.

Tale era Nicola Calipari, pur sempre un eccezione in un ambiente comunque caratterizzato da personaggi inquietanti come Marco Mancini, l’ufficiale dei servizi succcessivamente coinvolto nel rapimento di Abu Omar e quel Maurizio Scelli che alcuni anni dopo fu inquisito per la gestione delle risorse della Croce Rossa, dopo aver spadroneggiato per anni, sotto l’ala protettiva di Berlusconi.

Ricordo, come nella narrazione di Gabriele, le manifestazioni per la liberazione di Giuliana, in particolare la più imponente, il 19 febbraio, in un atmosfera sospesa a Roma parteciparono centinaia di migliaia di persone, si succedevano emozioni positive di una possibile imminente liberazione e l’angoscia di un finale diverso. Le foto di Giuliana campeggiavano ovunque, mai come in quella circostanza si percepiva con straordinaria chiarezza, l’inutile crudeltà di ogni guerra, l’esigenza di mantenere vivo e attivo il movimento pacifista in campo, non più a fase alterne e con l’incertezza che aveva caratterizzato gli ultimi anni.

Speranze poi vanificate, perché la logica delle guerre di ogni genere, umanitarie, democratiche, preventive ecc. non è mai terminata e la pace non è mai stata cosi vilipesa come in questo decennio. Come purtroppo stiamo amaramente verificando nell’attualità. Il libro di Gabriele è una lucida sintesi e lo spaccato di una fase della nostra storia recente, delle relazioni difficili tra informazione e potere, della complessità di difendere l’autonomia professionale e politica del giornalismo, in un mondo dominato da interessi che pretendono al contrario un’informazione sempre più “embedded”, asservita alla propaganda delle parti in lotta.

Il racconto lascia l’amaro della scoperta di un’amicizia possibile, di futuri confronti che non si potranno più realizzare, soprattutto perché i due personaggi, sono espressione nelle diverse esperienze della stessa tensione verso il bene comune. Un’amarezza che come altre, accompagna la vita di chi sceglie di stare in mezzo al campo delle lotte, dedicando la propria vita alle cause più difficili.

Il mese più lungo, sarà presentato a Bologna, venerdì 13 marzo, alle ore 18.00, presso il Centro culturale Giorgio Costa, in via Azzo Gardino 48, ne discuteranno con l’autore Lidia Menapace e Gianni Paganelli, moderati da Antonella Beccaria. A seguire cena tradizionale iraniana, preparata dai compagni della comunità iraniana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *