Giuseppe Di Vittorio è un’opera d’arte

Giuseppe Di Vittorio, particolare

Giuseppe Di Vittorio, particolare

di Michele Fumagallo

Ritorno a Cerignola sul luogo del delitto, ovvero sul luogo dove mi sono imbattuto cinque anni fa, come giornalista e collaboratore de «Il manifesto», sulla questione del «Murale Di Vittorio», opera d’arte semidistrutta negli Anni Ottanta del secolo scorso. Vi ritorno sull’onda di una buona notizia, cioè il lavoro volontario degli studenti del Liceo Artistico della città pugliese per il recupero del Murale «Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno» (questo il vero nome dell’opera).

Vi ritorno per vedere cosa non ha funzionato nel bando della Regione che stanziava, nel marzo del 2013, 75mila euro per il recupero dell’opera. Vi ritorno non dimenticando lo scandaloso disinteresse del proprietario dell’opera, cioè il Comune (retto da una giunta di centro destra), che ha lasciato marcire negli scantinati un lascito importante del movimento artistico degli Anni Settanta del secolo scorso. Ricordo, ancora, la polemica che suscitò una mia lettera aperta, pubblicata su «Il manifesto», a Susanna Camusso, segretaria della Cgil, in cui rimarcavo l’indifferenza di tanti (compresa la Cgil) al destino di quel dipinto particolare.

La Camusso rintuzzò le mie critiche, spostandone la responsabilità sulle istituzioni, ma nel contempo assicurando, come Cgil, un impegno. Cosa che fece, immediatamente dopo, anche Carlo Ghezzi, allora presidente della Fondazione Di Vittorio. Ma né l’una né l’altro hanno smosso più di tanto la Cgil dal suo torpore. Penso alle parole di Di Vittorio: «Senza la cultura è più difficile lavorare e non si difende la propria dignità di lavoratore e di uomo». Già. E proprio per questo forse nulla oggi come una semplice opera d’arte può rappresentare la metafora della nostra democrazia in crisi.

Giuseppe Di Vittorio, particolare

Giuseppe Di Vittorio, particolare

Il grande murale (150 metri quadrati) «Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno» venne realizzato negli anni 1974-1975 dal movimento muralistico del «Centro di Arte Pubblica Popolare». Concepita da un gruppo di artisti guidati da Ettore De Conciliis, l’opera ebbe una straordinaria genesi con la partecipazione attiva della popolazione alla sua realizzazione.

L’inaugurazione fu un avvenimento: i molteplici «quadri» raccontavano, con originali invenzioni stilistiche e un uso di materiali plastici vari (un «murale» del tutto particolare quindi), personaggi e storie delle lotte operaie e bracciantili al Sud su tre grandi pannelli», retti arditamente da pile di acciaio, che svettavano a forma di prisma nella Piazza della Repubblica di Cerignola. E, pur non mancando polemiche in campo artistico e sociale, quell’omaggio al movimento operaio ebbe tanti visitatori.

Fin quando, complice una ristrutturazione della piazza nella metà degli anni Ottanta, il Murale venne smontato in malo modo (praticamente fatto a pezzi), con la promessa del Comune, allora retto da una giunta di sinistra, che sarebbe stato rimesso di nuovo appena finita la ristrutturazione della piazza. Non se ne fece nulla e del Murale, depositato negli scantinati della nettezza urbana, vennero perse persino le tracce. Fin quando un ricercatore del mondo bracciantile del Tavoliere, Giovanni Rinaldi, ne «riscoprì» i pezzi e cominciò una lunga battaglia, dapprima insieme alla Cgil e alla sua «Casa Di Vittorio», poi anche polemicamente da solo, per il recupero dell’opera.

Seguirono altri due anni di impegni, con il contributo decisivo di una restauratrice come Natalia Gurgone, battaglie giornalistiche del quotidiano «Il manifesto», polemiche, riunioni (messe in piedi anche da gruppi di province vicine, come il «circolo del manifesto» di Avellino) con la partecipazione di Ettore De Conciliis. Due anni in cui si riuscì a smuovere l’incomprensione e la chiusura di tanti e a conquistare il bando di gara della Regione sia pure nei termini discutibili del finanziamento a fini, non specificatamente artistici, ma sociali.

Sembrava fatta e invece si è assistito al più puro palleggiamento burocratico tra istituzioni, con lo stallo sull’intervento e con l’opera in balia di un disfacimento continuo. Almeno fino a pochi mesi fa quando, con la passione decisiva del ricercatore che da sempre si batte e l’impegno altrettanto appassionato dell’artista che guidò la costruzione del Murale, un nutrito gruppo di studenti del locale Liceo Artistico ha deciso di prendere in mano la situazione.

I ragazzi sono appena tornati da Fiano Romano dove, nell’atelier di De Conciliis, hanno preso visione dei documenti e plastici originali di preparazione di quell’opera – che saranno a breve tutti esposti insieme ai resti del 70% del murale. Intanto hanno cominciato a farsi carico della pulizia e del recupero dell’opera, hanno fotografato tutti i pezzi, hanno insomma ripreso il cammino, va ribadito in modo del tutto volontario, per ridare una dignità storico-artistica a quell’opera. Per farla studiare in una sede degna, per fruirla intanto così com’è, ma poi per restaurarla e farne uno dei musei della memoria artistica e politica a Cerignola.

La sede scelta è quella del «Palazzo ex Opera», di fronte alle fosse granarie, che presto diventerà anche Museo del Grano. I giovani studenti e l’artista Ettore De Conciliis sono entusiasti di questa ripresa di impegno e sono già al lavoro per approntare la sala. Una prima inaugurazione è prevista per la prossima fine di maggio. Insomma un coraggioso lavoro work in progress che è anche uno schiaffo per le lentezze burocratichedelle istituzioni, per il loro dilettantismo. Dice Giovanni Rinaldi:

«Ciò che da tempo chiediamo è di non trascurare il Murale e di dargli decoro attraverso un’opera di storicizzazione artistica e sociale. Si tratta di una questione squisitamente storico-artistica che richiede un impegno specifico e non un intervento genericamente sociale come quello prospettato dal bando che ha favorito incapacità e astrazione di proposte. Come quella di rimettere in un luogo all’aperto l’opera quando invece è del tutto evidente che essa è, dopo la sua distruzione, fruibile soltanto se studiata, è la parola, in un locale al chiuso».

Sembra che un vasto arco di forze, magari inconsciamente, abbia paura di confrontarsi con quel quadro, di guardare ciò che poteva essere e non è stato nel Mezzogiorno e non solo. Ricordo lo slogan di una delle manifestazioni svoltesi negli anni passati per la salvaguardia del Murale: «Giuseppe Di Vittorio è un’opera d’arte».

Bel titolo, e vero in tutti i sensi. E che soddisfazione sarebbe vedere il tragitto ricomporsi in modo artistico e politico pieno: dal popolo di ieri che costruì volontariamente il Murale, al popolo di oggi che riprende, sempre volontariamente, quel cammino brutalmente interrotto e lo riporta in vita. Una nuova vita che non dimentica il lascito più significativo ai giovani di oggi da parte di Giuseppe Di Vittorio: l’orgoglio e la testa alta. Un insegnamento di autonomia quanto mai indispensabile nel Sud e nell’Italia di oggi.

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