A proposito di “Guardati dalla mia fame” di Luciana Castellina e Milena Agus

Guardati dalla mia fame
Guardati dalla mia fame
di Enrico Pugliese

Il libro di Luciana Castellina e Milena Agus Guardati dalla mia fame è molto importante non solo per i suoi contenuti, per la storia che racconta e per come la racconta, ma anche perché ci spinge a riflettere e a discutere sugli avvenimenti di un periodo molto importante – forse il più importante della storia del Mezzogiorno e delle sue campagne: gli ultimi anni della guerra e l’immediato dopoguerra.

Il libro suggerisce anche riflessioni sull’oggi portandoci a confrontare la realtà sociale, del lavoro e di classe, di allora con quella attuale con i nuovi braccianti provenienti da mezzo mondo che con la povertà dei loro salari rendere ricca e ‘moderna’ l’agricoltura della Puglia così come settanta anni addietro la rendevano ricca grazie all’oppressione economica e sociale i contadini e i braccianti di allora. Ma proprio qui sta un punto molto importante che mi preme mettere in luce in queste note. Questa analogia non significa che non sia cambiato nulla o che sia cambiato poco. Un fenomenale processo di riscatto ha avuto luogo dagli anni del Dopoguerra in poi grazie alle lotte contadine e bracciantili e alla direzione che le forze della sinistra seppero imprimere ad esse.

E su questo, su quella esperienza di crescita civile e avanzata politica e sindacale, è importante riflettere perché alcune tematiche, alcuni obiettivi e alcune esigenze di organizzazione sono ancora attuali. C’è infine la parte non scritta del libro, quella riguardante il periodo successivo alla storia, riguardante il dopo, compresi alcuni fatti molto importanti – ai quali si fa un fugace cenno del libro e dei quale si è parlato in occasione delle presentazione – come quella grande espressione di solidarietà nazionale e popolare, che riguardò i braccianti e i loro figli sotto la guida del Pci e dell’UDI, nota come i “Treni della felicità”.

Ma procediamo con ordine. Il libro prende lo spunto da un terribile fatto di sangue avvenuto in quella regione (ad Andria) nel 1946 e più specificamente dall’interesse di Luciana Castellina di chiarire e chiarirsi il come e il perché quel fatto – il massacro da parte della folla inferocita di alcune anziane signore inermi, tre sorelle appartenenti alla piccola aristocrazia locale – possa essere avvenuto. Si i trattò ovviamente di ciò che viene solitamente definito delitto di folla.

Ma, come vedremo in avanti, questa caratteristica che avrebbe rappresentato un attenuante per i partecipanti (veri o presunti) al massacro, non fu riconosciuta dai giudici che gestirono il processo contro i contadini coinvolti: una vera vendetta di classe contro colpevoli e innocenti con sentenze pesantissime che aggravarono la già disperata condizione economica di decine e decine di famiglie. L’ arresto e la condanna di padri e madri di famiglia lasciò sul lastrico molti bambini, che riuscirono a sopravvivere grazie a un grande sforzo di solidarietà.

Il libro è strutturato in due parti. La prima a carattere più propriamente letterario scritta da Milena Agus che racconta la quotidianità della vita di queste donne all’interno del palazzotto di famiglia – con le loro abitudini, le loro credenze, i loro pregiudizi e il loro attaccamento alla reazionaria curia locale. Questa parte che racconta, tra documentazione e immaginazione, anche il comportamento delle vittime (le sorelle Porro) e dei personaggi di contorno alla vigilia e al momento del massacro ha un interesse soprattutto letterario.

E di questo non mi occuperò in questa recensione di carattere politico, anche se ci sono degli interessanti spunti riguardanti la mentalità e la percezione degli eventi da parte della classe sociale avversa ai contadini: di chi praticava con violenza diretta o indiretta l’oppressione e lo sfruttamento ma anche di chi si limitava a non vederlo e a goderne dei benefici, dedicandosi per altro a misere opere di bene tramite la chiesa e il rapporto con il vescovo reazionario e filofascista.

La seconda parte scritta da Luciana Castellina, alla quale si riferirà sostanzialmente il mio discorso, è un racconto avvincente dei fatti accaduti e al contempo una gran bella analisi di storia sociale. Qui l’episodio specifico è inquadrato in un contesto molto generale che riguarda la vera e propria guerra di classe che esplode in quel periodo – a cominciare dal 1943-44 – in Puglia tra una classe di proprietari terrieri e imprenditori assolutamente indisponibili a qualunque forma di cambiamento e di riconoscimento dei diritti dei lavoratori e una classe di contadini e braccianti generalmente in condizioni di estrema povertà: gente che per la miseria del salario e la strutturale sottoccupazione non riusciva a realizzare neanche il livello minimo di sussistenza.

E questa guerra di classe con la violenza di padroni, mazzieri e forza pubblica da un lato e le esplosioni di rabbia contadina è vista all’interno del contesto politico e istituzionale ( e dei suoi cambiamenti) con il crollo del fascismo, l’armistizio e la fuga a Brindisi del re Vittorio Emanuele III – insomma dalla realtà della “nazione allo sbando” – e va avanti fino alla fine degli anni quaranta quando finalmente si svolge il processo e colpevoli e innocenti vengono condannati a pene incredibili.

Castellina mostra bene come non solo nella fase dello sgretolamento dello stato ma anche in quella successiva dell’Italia democratica e repubblicana gli elementi di continuità con il fascismo nel comportamento dei principali attori istituzionali (giudici, prefetti, militari) siano stati fortissime. Lo provano il numero di morti ammazzati dalla polizia, le gravi condanne e la connivenza dei giudici con le classi proprietarie e soprattutto il ruolo e il comportamento dei prefetti a cominciare dai criteri usati per la loro nomina.

Il titolo del libro “Guardati dalla mia fame”, una espressione di Mahmud Darwish ( “Guardati, guardati dalla mia fame e dalla mia ira”), che contiene una minaccia terribile ma allo stesso tempo rimanda alle condizioni che determinano quella minaccia, alla fame frutto della oppressione e dello sfruttamento, alla fame dei bambini che muoiono nelle braccia delle madri: perché nel massacro sono appunto le donne, che hanno visto morire i propri bambini, che esprimono maggior violenza e crudeltà: una disperata vendetta, inutile e pagata a caro prezzo, degli oppressi contro la violenza anche fisica dei padroni, della polizia e dell’esercito che in quegli anni ha luogo prima e dopo il massacro.

L’episodio di Andria richiama un analogo episodio avvenuto a Bronte durante l’avanzata di Garibaldi in Sicilia, raccontato dalla celebre novella di Verga ‘Libertà’. Qui i contadini, delusi perché pensavano che con la ‘libertà’ avrebbero avuto anche terra e lavoro, assalirono i padroni locali e massacrano anche un bambino figlio di signori, ovviamente innocente. Allo sgomento di qualcuno, un rivoltoso risponde tagliando corto: “da grande sarebbe diventato un notaio”. Quando la guerra è di classe non c’è genere e non ci sono generazioni. O forse è proprio il pensiero della fame dei bambini ad aizzare ad Andria le donne contro le povere sorelle Porro allo stesso dei contadini di Bronte contro chiunque appartenesse alla classe dei signori (“sarebbe diventato un notaio”).

Oltre che alla situazione politica è necessario fare anche un riferimento alla situazione economica della Puglia e alla condizioni dei contadini in quel periodo. La politica del fascismo con la ruralizzazione, la chiusura dell’emigrazione e l’autarchia aveva congelato sulla terra masse di contadini e di braccianti in condizione di crescente sottoccupazione e miseria. Ma la sottoccupazione e la miseria erano anche l’espressione e il frutto di rapporti di classe iniqui che il fascismo aveva aggravato con la repressione delle forme organizzative bracciantili che già negli anni precedenti al fascismo si erano andate formando e consolidando. In questo contesto le rivolte contadine esplodono subito dopo l’armistizio con le forme tradizionali di violenza e con assassini di fascisti e di altri personaggi che erano stati simboli – e responsabili – dell’ oppressione. Violenza e violenta repressione segnano i primissimi anni del dopoguerra e del Regno del Sud in assenza di una organizzazione capace di indirizzare e incanalare le lotte.

E qui c’è un dato nuovo e interessante che porta a interrogativi. I fatti di Andria – non solo l’episodio specifico – hanno però luogo in un momento e in un contesto successivo. C’è già stata la vera fine della Guerra, c’è un governo nazionale, il riconoscimento dei partiti e dei sindacati. E’ superata la fase confusa delle rivolte primitive successive all’armistizio e al ‘tutti a casa ‘. Ma il muro contro muro tra agrari e braccianti, tra i bisogni e le legittime rivendicazioni dei primi e l’arroganza e la totale indisponibilità dei secondi prosegue in tutta la regione e uno dei principali temi di scontro riguarda l’occupazione, la possibilità di lavorare attraverso per l’applicazione degli imponibili di mano d’opera in base ai quali alle imprese agricole veniva imposto di assumere mano d’opera aggiuntiva o comunque corrispondente ai fabbisogni di mano d’opera necessari per una efficiente coltivazione dei terreni.

Proprio da questo parte il racconto e l’analisi Luciana Castellina “Quel giorno [7 marzo 1946] sotto la cancellata del municipio, in attesa del discorso di Giuseppe di Vittorio … che, dopo tre giorni di scontri violenti -con morti e feriti da ambo le parti, braccianti e agrari-, avrebbe dovuto salutare con la popolazione di Andria la normalità ritrovata grazie ad una difficile mediazione”. E molto più avanti, entrando nel dettaglio dell’accaduto e degli eventi di quei giorni, l’autrice continua “Anche il clima politico si era normalizzato, si pensava alle imminenti elezioni amministrative, referendum sulla monarchia. Tanto più imprevisto fu dunque quello che accadde nel maggio ’46. Lo scontro prolungato, feroce, per certi aspetti senza precedenti. A prepararle ancora una volta il confronto sull’applicazione dell’imponibile di manodopera. Dura da mesi, da quando nell’ottobre precedente, l’associazione degli agricoltori ha comunicato alla fede braccianti di non voler più ottemperare al decreto prefettizio. L’organizzazione sindacale risponde chiamando alla lotta”.

Era infatti il prefetto che decretava l’applicazione dell’imponibile di mano d’opera e la motivazione dell’iniziativa prefettizia era l’ordine pubblico. Si trattava di una misura giusta e necessaria ma al contempo radicale. Si trattava certamente di una limitazione della totale libertà di gestione dell’impresa, che sarebbe inconcepibile ora in tempi di Jobs Act. E proprio per questo nel 1958 gli imponibili furono dichiarati incostituzionali.

Ma misure del genere rappresentavano – in particolare i sovra-imponibili di miglioria – una espressione classica di come il conflitto di classe può essere di spinta allo sviluppo delle forze produttive: insomma un obiettivo di lotta sindacale coerente con la politica della sinistra di lotta all’arretratezza. E proprio qui sta il punto. Il vento di rinnovamento che con la liberazione spirava in Italia trovava proprio nel Mezzogiorno le sue più forti resistenze. Al riguardo Castellina scrive “Il mondo era cambiato nel 1946, ma loro -i proprietari terrieri non se ne erano accorti, non avevano capito. Alle prime a alle prime riunioni della commissione degli imponibili erano sbalorditi di doversi sedere accanto ai braccianti sulle stesse panche”.

C’è poi il racconto degli eventi con la sottolineatura dell’assenza delle forze dell’ordine (sempre presente, come l’esercito, a difendere gli agrari) al momento del tumulto e della tragedia. C’è poi la effettiva ripresa della normalità il giorno dopo. Ma la storia non finisce lì: dopo qualche giorno la vendetta si scatena con gli arresti di massa.

L’ultimo capitolo del libro riguarda il processo. Castellina ne analizza le carte e la registrazione degli interrogatori, mostrando quanto lontano dall’imparzialità fosse il comportamento dei giudici. “Gli interrogatori sono indicativi della casualità degli arresti… E poi c’è il giudice che interrompe, cerca sarcastico di far cadere l’accusato in contraddizione, anziché aiutarlo a essere chiaro”. Infine la questione della motivazione della condanna e delle pene incredibilmente elevate. Sarebbe davvero incomprensibile – se non si tenesse conto del clima dell’epoca – la decisione dei giudici di non riconoscere ai fatti di Andria il carattere di “delitto di folla”, di un delitto nel quale non solo non possono essere bene accertate le responsabilità individuali ma soprattutto che presenta come attenuante il fatto all’origine degli atti compiuti ci sono forme di esaltazione, di esasperazione, di mancato controllo di sé e degli altri. Eppure era evidente che di questo si era trattato, come con forza avevano sostenuto e dimostrato gli avvocati degli imputati e degli arrestati. È evidente che secondo la logica di continuità nello stato, magistrati polizia e organi dello stato erano esplicitamente dalla parte degli agrari, così come lo erano anche le gerarchie religiose tra cui il vescovo locale per il quale – fatto paradossale – ora si stanno raccogliendo le prove la documentazione per la santificazione: un nuovo santo degli agrari di Puglia.

Il libro – e qui veniamo, al dopo, alla “parte non scritta” – è stato presentato in molte sedi in Italia ed è stato discusso in molti posti in Puglia dove ha suscitato un notevole interesse e dove l’occasione di queste presentazioni ha stimolato una nuova considerazione non tanto dell’evento specifico quanto della situazione generale e degli attori in campo ( i contadini, gli agrari, ma anche i militanti politici e sindacali).

Nel corso della preparazione del volume Castellina aveva incontrato sia protagonisti dell’epoca che ricercatori e militanti che hanno studiato il massacro di Adria e quella guerra di classe in Puglia. E di questi incontri parla anche nel libro. Non tutte le interpretazioni la convincono, in particolare la versione del complotto e della provocazione riguardante gli spari partiti da Palazzo Porro e la tesi della responsabilità degli abitanti del palazzo, che è ben radicata nella lettura di alcuni compagni di ieri e di oggi.

Una cosa particolarmente interessante nel libro sono le rievocazioni dei vecchi compagni e il racconto di storie commoventi: storie di fame, di repressione, di solidarietà ma anche crescita civile, che sulla base di quelle lotte ha luogo nella regione. E queste rievocazioni si sono ascoltate spesso negli incontri di presentazione del libro, dove si è parlato anche di quello che è avvenuto dopo, e su cui vale la pena riflettere. Nel dibattito è sorta, come era prevedibile, la domanda: i braccianti hanno vinto o no? la situazione e in particolare la loro condizione è cambiata radicalmente. Insomma gli agrari sono stati sconfitti?

Più che rispondere con un sì o un no è il caso di analizzare gli eventi successivi e l’esito di tante battaglie condotte collettivamente ma anche individualmente. Tra queste c’è anche la battaglia per uscire dall’oppressione attraverso l’emigrazione: e molti braccianti pugliesi l’hanno combattuta a livello individuale. Ma le battaglie più importanti sono state quelle di massa, sindacali e politiche. E grazie ad esse larga parte della Puglia fu conquista dalla sinistra che ha governato per decenni le amministrazioni locali. Da parte sua il sindacato bracciantile è stato forte e ha condotto, e in ultima analisi vinto, battaglie durissime sul piano del salario e sul piano delle politiche sociali (dell’indennità di disoccupazione ad esempio ma anche per i sussidi di invalidità). Certo: a volte questa ultima battaglia è degenerata nel corso del tempo ma è stata importantissima per superare la condizione di miseria.

Tornando ai fatti e al processo, vorrei riprendere il riferimento all’eccessivo numero di arresti sulla base di pura delazione e alla durezza delle condanne che aggravarono in maniera la situazione già disperata dei contadini e braccianti locali. Da questo punto di vista un fatto davvero impressionante fu l’arresto contemporaneo di due braccianti marito e moglie e padri dei genitori di due bambini rimasti così da soli senza sostegno e senza protezione. Ma proprio su episodi di questo genere è emerso un aspetto di grande rilievo che rimanda alle forme di solidarietà che all’epoca si svilupparono nelle forze della sinistra e del proletariato, una grande unità tra Nord e Sud grazie alla forte e intensa attività del Partito Comunista Italiano e dell’UDI.

I “treni della felicità” furono proprio espressione di questa unità tra gente del Nord e gente del Sud, questo fenomeno di unità nazionale ” dal basso”. Diversi convogli partirono dalla Puglia (e da altre regioni meridionali) per portare bambini di famiglie povere presso famiglie di compagni e progressisti soprattutto contadini, mezzadri, operai, artigiani ed anche borghesi di diversi paesi del Centro e del Nord. Un recente libro di due giornalisti, dal titolo appunto “I treni della felicità”, racconta la storia di molti di questi bambini, ora persone anziane, che ricordano come importantissima quell’esperienza di solidarietà, reciproca conoscenza e amicizia: amicizia tra le famiglie dei bambini e le famiglie che li ospitarono, amicizia tra gente diversa che durò nel tempo. Detto per inciso, queste cose la sinistra ormai le ha dimenticate. Dei poveri secondo la visione corrente sembra che si debba occupare solo la Sant’Egidio o, se va bene, la Charitas . La solidarietà laica e di classe si è andata progressivamente perdendo.

In una delle molteplici presentazioni del libro – mi pare a San Severo – era presente uno di quei bambini di allora partito con un ‘treno della felicità’, figlio di due arrestati – peraltro scarcerati perché innocenti dopo ben due anni di galera- che raccontò in maniera lucida e al contempo commovente la storia di quella esperienza e di ciò che avvenne dopo. Si trattava di una persona molto distinta che da grande era stato dirigente politico e sindacale. La stessa presenza di questa persona – la sua figura e quello che disse – mostrava quanto fu importante nel processo di emancipazione di quei contadini poveri l’impegno del Partito Comunista e del sindacato. Queste forme di solidarietà, questa unità di classe espressa non solo nelle rivendicazioni ma anche nel reciproco aiuto e nel sostegno del più debole, è stata una ricchezza fondamentale per il processo di sviluppo democratico del paese e per il riscatto dei contadini.

Che fine hanno fatto quel Partito Comunista e quel sindacato?. Per quel che riguarda il primo, lasciamo perdere: se il Pdi ne è l’erede, ora abbiamo Renzi, Poletti e il Jobs Act. Più complesso è il discorso sul sindacato. La Federbraccianti, il sindacato bracciantile della Cgil (in particolare quello pugliese) , ha rappresentato una delle componenti più avanzate del movimento sindacale italiano del Dopoguerra. Contrariamente alle altre regioni del Mezzogiorno, in Puglia all’epoca dei fatti già da decenni si erano affermate moderne strutture di produzione capitalistica in agricoltura fondate sulle grandi aziende. I rapporti di forza, l’abbiamo visto, erano arretrati così come arretrate erano le condizioni di vita e culturale dei braccianti. Le agro towns pugliesi erano degli sterminati assembramenti di miseria, di lavoratori affamati e in condizioni di abbrutimento. Quella guerra di classe che il libro racconta era espressione anche di una composizione di classe profondamene dualistica e con un nucleo abbastanza omogeneo di braccianti, le cui stesse condizioni strutturali permettevano una organizzazione sindacale di tipo operaio.

Con le lotte di quegli anni e la riduzione della pressione demografica aumentò la forza contrattuale dei braccianti e migliorarono le loro condizioni di vita. Le aziende si rinnovarono progressivamente e si svilupparono anche tecnologicamente. Aumentò la produttività del lavoro, aumentarono i salari e diminuirono i braccianti. Insomma il processo di generale modernizzazione portò a una radicale trasformazione dell’agricoltura e del bracciantato pugliese. Se ora quei braccianti non ci sono più, anzi se da tempo quei braccianti non ci sono più, tutto questo è dovuto anche al successo delle loro lotte. Nei decenni seguiti alla guerra nel giro di un paio di generazioni si è avuta una trasformazione di classe radicale, frutto anche del miglioramento della condizione bracciantile: i loro figli non sono stati più condannati a essere braccianti come era stato prima per generazioni e generazioni. I figli dei braccianti sono andati a scuola, hanno avuto occupazioni diverse dei genitori e anche collocazione di classe diversa. Non c’è dunque da meravigliarsi se anche il clima culturale è cambiato e se quelle forme di solidarietà, basate su una forte omogeneità di classe, non ci sono più.

Tirando le somme si può dire che ci fu un riscatto dei braccianti: un riscatto innegabile. Già “negli anni sessanta – scrive Castellina – i braccianti si erano ‘scafonizzati’, come li avevano invitati a fare sindacati e partiti di sinistra. Il pane non occupò il posto che aveva avuto per secoli”. Insomma le bestiali condizioni di vita e la fame che erano state alla base dell’episodio di violenza e delle sue caratteristiche erano ormai superate. In questo si esprime il riscatto, che non è la ‘vittoria gloriosa del proletariato’. I rapporti di classe mutarono, e mutarono drasticamente. Ma – conclude la sua analisi e il suo resoconto l’autrice – alle fine “i braccianti hanno perduto la loro battaglia per diventare protagonisti della trasformazione della Puglia”

E così veniamo all’oggi. Con il processo di scolarizzazione di massa, con l’emigrazione proletaria e intellettuale – cioè di operai figli di operai e di braccianti e di diplomati e laureati con la stessa origine- e con la relativa mobilità sociale che si realizzò anche in loco – si ridurrà l’offerta di lavoro disponibile a lavorare in agricoltura soprattutto per le operazioni più comuni e meno retribuite. Ed è a questo punto che si crea lo spazio per i nuovi braccianti provenienti da mezzo mondo. Il posto occupato una volta dai braccianti protagonisti delle rivolte e delle lotte è occupato ora dagli immigrati. E’ una manna per le imprese: la legislazione a loro favore e la violazione della legislazione sul lavoro esistente ( e relativi contratti di lavoro nazionali e regionali) con la connivenza degli organi dello stato sono sistematiche. Il mercato delle braccia con la nuova offerta di lavoro proveniente dal terzo mondo è ripreso alla grande. E la figura del caporale domina incontrastata praticando – per conto delle imprese – l’oppressione economica e sociale dei nuovi operai agricoli.

Si dice per “i nuovi schiavi” ma non è così. La retorica e la vittimologia imperante amano descrivere questa nuova classe operaia bracciantile come costituita da schiavi evitando così di analizzare le specifiche condizioni del supersfruttamento di cui sono vittime. Essi sono liberi, così come libero era il primo proletariato descritto da Marx ed Engels nella rivoluzione industriale. Sono sottoposti a forme gravi di sfruttamento lavorativo che, pur non rappresentando condizioni di schiavitù intesa in senso stretto, sono comunque insopportabili.

Ora molti giovani ricercatori e militanti si occupano di questi nuovi braccianti: ne denunciano e ne analizzano le condizioni. E risulta che la loro condizione in Puglia è peggiore che nelle altre regioni del Mezzogiorno. Dappertutto nel Mezzogiorno si verifica la contraddizione tra agricoltura ricca e mano d’opera povera. Ma in Puglia il contrasto è ancora più stridente e maggiore è la prepotenza dei caporali, espressione della maggiore ingiustizia sociale e della protervia delle imprese. Coperti dai caporali e protetti dallo stato, gli agrari di oggi hanno per i braccianti migranti provenienti dal Terzo Mondo gli stessi atteggiamento che gli agrari nel ’46 avevano nei confronti dei braccianti pugliesi di allora. Quelli vivevano nei tuguri, nei ‘sottani’ raccontati da Castellina, i nuovi – non tutti per fortuna – vivono in inferni come il ghetto di Rignano Garganico. E come allora è proprio la struttura del territorio – con insediamenti molto concentrati ( le antiche agrotowns) come Andria che aveva 100.000 abitanti quasi tutti addetti all’agricoltura – che influisce sulla struttura sociale e produttiva. Prima i braccianti erano sottoposti all’oppressione in una situazione di assoluta mancanza di alternative, ora sono isolati in una condizione di estrema debolezza. La distanza dei luoghi del loro lavoro dai centri abitati ne aumento l’isolamento e il controllo da parte dei caporali.

Dicevo che queste ultime cose sono note e studiate. Ciò che invece meriterebbe un approfondimento è il passaggio tra le due situazioni, il passaggio da quella del dopoguerra e dei fatti di Andria a quella di oggi. L’avanzata sindacale dagli anni cinquanta agli anni settanta fu senza dubbio significativa e importanti furono le conquiste ottenute su tutti i piani. Ciò che è mancato -ed è grave – è stata la saldatura tra la classe operaia bracciantile che aveva acquistato forza e i nuovi arrivati occupati nei lavori più semplici e poveri (in particolare la raccolta). La divisione del lavoro tra specializzati e semplici braccianti è divenuta divisione tra i lavoratori e questa ‘divisone etnica del lavoro’ indebolisce ulteriormente il sindacato.

Ricomporre questa frattura e creare nuove forme di solidarietà è compito urgente. Il libro di Agus e Castellina ha avuto il merito di spingerci a discutere anche di questo.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 23 marzo 2015

Autore dell'articolo: Amministratore

2 commenti su “A proposito di “Guardati dalla mia fame” di Luciana Castellina e Milena Agus

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