Sinistra - Foto di Andrea Pomini

La storia della sinistra e la maledizione della Bolognina

di Sergio Caserta
 
Sono trascorsi venticinque anni da quella fatidica assemblea di veterani della Resistenza, per commemorare la battaglia partigiana della Bolognina, in cui Achille Occhetto – segretario dell’allora ancora maggior partito comunista dell’occidente, erede di Gramsci, Togliatti e Berlinguer – pronunciò la fatidica frase “può cambiare tutto, prima viene la cosa e poi il nome. E la cosa è la costruzione in Italia di una nuova forza politica”.

Ragioni per porsi quella domanda ce n’erano e l’intuizione del vulcanico e immaginifico dirigente post-comunista era in sintonia con i tempi e i grandi avvenimenti internazionali, susseguenti la caduta del muro di Berlino avvenuta solo tre giorni prima il suo annuncio. La svolta però non fu, nella gestione politica, all’altezza di quanto avrebbe richiesto la complessità e l’importanza dell’identità culturale di ciò che il Pci rappresentava nella società italiana e non solo.

Erano i prodomi di un involuzione in cui si avvitò il partito fino all’inesorabile declino, influenzato sempre più da elementi e fattori estranei alla sua tradizione dialettica e di pensiero marxista. Fu come se si dovesse necessariamente “semplificare” ovvero rendere elementare e comprensibile alle masse, per poter essere “digerito”, un insieme di scelte complesse sulla transizione.

Ovviamente c’erano molte forze interessate a quel cambiamento, sia sul piano politico che mediatico, e ciò rese la discussione artefatta e manipolabile, basta pensare al ruolo fondamentale che svolse il giornale di Eugenio Scalfari, vero ispiratore della svolta, forse perfino inconsapevole delle conseguenze che avrebbe determinato.

Scriveva Eugenio Scalfari sul suo giornale, il 14 novembre del 1989, a riguardo delle dichiarazioni di Occhetto collegandole ai fatti che accadevano contemporaneamente in Unione Sovietica, a Berlino e nei paesi del Patto di Varsavia “Ma nel momento in cui in quei paesi e a Berlino crollano come castelli di carta gli edifici del potere comunista; nel momento in cui non ha più senso alcuno parlare di comunismo riformato, mentre di fine del Sistema ha solo senso parlare; ebbene, in quel momento la finzione, l’artificio, il sofisma di mantenere al Pci il vecchio nome come involucro d’ un contenuto che di comunista non ha più nulla, perde qualunque senso e diventerebbe semmai un segnale perverso”.

Penso che questa pressione fortissima e ben congegnata con una campagna di marketing comunicativo molto favorevole a sostenere tutte le ragioni del cambiamento, contribuì in misura rilevante a confondere le idee sulle ragioni di fondo delle scelte che si andavano a compiere all’interno del Pci. La questione del cambio del nome, assunse un’importanza del tutto superiore ai contenuti che avrebbero dovuto essere discussi in modo diverso da come avvenne, perché così fu impostata la questione soprattutto sul piano mediatico.

Per la prima volta, infatti, apparve molto chiaramente che un giornale estraneo per quanto non ostile, aveva assunto un’influenza ben maggiore dell’organo ufficiale l’Unità che mostrava nel contempo i primi importanti segni di cedimento in autorevolezza oltre che nelle vendite che si riducevano sempre più velocemente.

Non era, beninteso, una posizione illegittima quella espressa dal quotidiano di Scalfari, di sostenere le ragioni della svolta. Veramente inaccettabile era il modo unilaterale di presentare chi si opponeva alla svolta, come una manica di nostalgici tradizionalisti, senza fare alcuno sforzo per comprenderne e soprattutto far comprendere le motivazioni: quella di Repubblica era una scelta politica e di campo precisa e l’assunzione di un ruolo che andava molto oltre quello di un quotidiano indipendente.

Il giornale contribuì in misura rilevante al processo di crisi del partito, conducendolo a considerare sempre meno importanti le modalità di discussione e di assunzione delle scelte interne, infatti contava sempre e più solo quel che si pubblicava sulle sue pagine, le dichiarazioni importanti si facevano attraverso le interviste o le anticipazioni di Repubblica che diventava di fatto l’organo della maggioranza del Pci.

Non sottovalutiamo questi elementi, hanno contribuito a loro modo a svuotare di significato la funzione stessa del partito inteso come intellettuale collettivo di gramsciana memoria, ovvero quel luogo dove le idee avevano estrema importanza e l’apporto culturale degli iscritti era necessario per la costruzione del senso comune.

Per la prima volta la base del Partito era spinta a schierarsi tra opzioni contrapposte in cui prevalevano gli elementi passionali e preferenziali, oltre che naturalmente d’interesse, rispetto al ragionamento, alla mediazione alla sintesi unitaria, valori fondamentali del partito comunista più forte d’occidente.

Da lì cominciò un processo di relativizzazione e d’involuzione politica di cui paghiamo oggi tutte le amare conseguenze. Ha un bel dire e ricordare Eugenio Scalfari l’intervista a Berlinguer sulla questione morale. La perdita di significato dei valori fondanti degli ideali comunisti che erano alla base del ragionamento di Berlinguer sono il “bambino” che anche la sua opera ha contribuito a gettare, mantenendo tanta “acqua sporca”.

Il PD nasce dopo la fine dell’esperienza dell’Ulivo di Prodi che aveva vinto le elezioni dopo la caduta del primo governo Berlusconi. Prodi durò poco al governo, a causa della rottura dell’alleanza di Bertinotti e delle manovre sottostanti orchestrate da Cossiga e D’Alema, che costarono due anni dopo, un’altra dura sconfitta e il ritorno al governo di Berlusconi che inaugurò il suo quindicennio “aureo” di strapotere cambiando profondamente l’Italia.

Il PD nacque – oltre che sulla spinta a superare le ideologie novecentesche del socialismo di origine marxista e del popolarismo cattolico – sulla base di un’ideologia nuova che intendeva negare la necessità di una sinistra autonoma con un suo progetto di società, a favore del progetto di un partito moderato di centrosinistra con vocazione maggioritaria e centrista.

La contraddizione consisteva nel fatto che, pur negando le proprie radici storiche, la maggioranza del PD, ovvero la componente di provenienza ex-comunista, conservava un saldo e tradizionale controllo, sulla struttura del partito, attraverso gli apparati delle federazioni, la rete dei circoli, la maggioranza dei parlamentari, scelti direttamente dalle segreterie, sulla base delle nuove leggi elettorali di tipo maggioritario.

Il rovesciamento del senso della realtà consisteva nel fatto che la stragrande maggioranza dei militanti, almeno di quelli che lo erano per conservatorismo o per convenienza (ma anche per fiducia “comunista”), restavano convinti che cambiavano le apparenze ma la sostanza era sempre la stessa, ovvero “il Partito era quel Partito” anche se allargato agli ex-democristiani, ai socialisti craxiani, ai capitani di ventura: la contestazione più vibrante ai critici delle minoranze era “compagno, ma siamo sempre noi, non lo capisci?”

Questa doppiezza che si coltivava nel nome dell’antico togliattismo mai negato, nemmeno dai più oltranzisti tra i rinnovatori, era la foglia di fico con cui si coprivano le scelte sempre più all’insegna del moderatismo e conformi al nuovo corso della politica egemonizzata da Berlusconi, nel segno della massima personalizzazione. 

La scelta di eleggere il segretario del Partito, oltre che il leader della coalizione di governo, attraverso le primarie è stato il passaggio centrale della trasformazione: il leader di partito scelto al di fuori del Partito, in un universo molto più ampio e indistinguibile di presunti elettori.

Le primarie sono state il suggello della trasformazione, il cavallo di Troia con il quale lo scaltro assediante Renzi, come novello Ulisse, è penetrato con le sue truppe nella fortezza ormai diroccata, dopo anni di incuria, di superficiale supponenza e di maldestra conduzione degli eredi di un enorme patrimonio politico culturale portato al macero.

Il Partito, lungi dal diventare un centro di elaborazione di nuove teorie politiche e di formazione di una classe dirigente per la sinistra del futuro, è diventato luogo di scorribande, di spericolati assalti di raider delle più disparate provenienze, per le alleanze meno confessabili con centri di potere berlusconiani e suoi succedanei a livello locale.

Ora Cofferati apre la strada degli ultimi abbandoni, qualcuno dice troppo tardi. Se n’erano andati già in tanti negli anni precedenti, tante persone perbene, convinte del fatto che il processo di deterioramento morale e politico fosse irreversibile. Resta il fatto che finora nessuno di coloro che hanno retto le sorti del partito in questi trent’anni ha avuto il coraggio di una revisione critica, di una riflessione che sarebbe molto importante non solo per una ricostruzione storico-politica ma anche perché, a parer mio, è da quelle scelte, dal modo in cui furono compiute che discende l’assenza in Italia di una forza di sinistra moderna, all’altezza della sfida dei tempi.

Le elezioni in Grecia riaprono la speranza, non solo il sogno, di una sinistra che ritorna a svolgere un ruolo in Europa: succede nel paese più in crisi e in questo si avvera in parte una profezia, che il conflitto sociale e di classe torna ad essere il centro motore delle dinamiche politiche, che il cambiamento potrà avvenire là dove più stridenti sono le contraddizioni in questo secolo del liberismo selvaggio, tra quell’1% che possiede tutte le ricchezze ed il 99% che porta la croce.

È ora di svegliarsi.

Autore dell'articolo: Amministratore

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