Una scuola dove collocare il futuro: sintesi di un convegno

Nadia Urbinati - Foto di Donzelli.it
Nadia Urbinati - Foto di Donzelli.it
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Sabato 29 novembre si è svolto, all’aula 1 della scuola di psicologia e scienze della formazione, in via Zamboni 32, il convegno Cultura d’Europa bene comune: scuola, università, ricerca – Il futuro abita qui. Oltre 150 i partecipanti, e 360 fruitori in remoto via streaming. Vale la pena di parlarne, perché molti sono stati gli spunti, gli argomenti, gli elementi di interesse. Segnaliamo, prima di tutto, l’accorato messaggio di Salvatore Settis, purtroppo assente per motivi di salute, che si può ascoltare qui, letto da Marina Boscaino. Sulla destra, nello stesso sito, si possono fruire i video di alcuni altri interventi. Su Radio Città del Capo si può invece ascoltare l’intervento di Nadia Urbinati.

Troppi i luoghi di interesse per tentare un ancorché minimo riassunto. Mi limito a un accenno che mi ha colpito proprio del discorso di Nadia Urbinati: il preteso liberalismo moderno non si contrappone soltanto alle idee di solidarietà e di democrazia di parte opposta, ma alle sue stesse radici proprie, nella negazione dei valori del lavoro. La Urbinati cita Ricardo, e a me non può non venire in mente il padre nobile del liberalismo: John Locke giustifica la proprietà privata precisamente fondandola sul diritto di godere dei frutti del proprio lavoro.

Ma la parte più cogente, sul versante dell’attualità, è il tema del parallelo tra la Legge di iniziativa popolare (lLip), a suo tempo confortata da ben 100.000 firme, il doppio della bisogna, ora finalmente riassunta da alcuni parlamentari, e la così detta “buona scuola” che va proponendo il governo. La Lip si può leggere qui.

Saccheggiando uno scritto di Anna Angelucci, così provo a sintetizzare i contenuti della Lis:

Classi poco numerose, per risolvere a monte il problema del recupero, anche da un punto di vista
economico; biennio unitario, per consentire ai ragazzi di scegliere con più consapevolezza il loro percorso formativo, riducendo così i fenomeni di insuccesso, dispersione e abbandono; obbligo scolastico a 18 anni con l’avvio dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia e investimento in istruzione pari alla media europea, per avvicinarci davvero all’Europa e non solo per togliere anni e fondi alla scuola secondaria per fare ancora cassa; autovalutazione d’istituto e rendicontazione sociale, per attivare percorsi di autoanalisi che rispondano alle esigenze peculiari di ogni singola scuola e le consentano di adottare specifiche soluzioni di miglioramento; formazione universitaria obbligatoria per i docenti, per approfondire e aggiornare la preparazione disciplinare e acquisire gli strumenti psicologici e didattici necessari per rifondare ogni giorno la relazione pedagogica.

Che dire della “buona scuola” di Renzi? Prima di tutto, il paragone è improponibile: da un lato una legge ben articolata, dall’altro vaghe enunciazioni, spesso assai preoccupanti, che devono ancora prendere una forma precisa. Il mio personale commento, che non mi stanco di ripetere, lo rubo ad Aristotele, che nell’Organon ci insegna come non sempre la congiunzione, commutativa in logica, è commutativa anche nel linguaggio ordinario. Così, dice Aristotele, non è detto che “un buon calzolaio” sia anche “un calzolaio buono”. La “buona scuola” non è detto che sia una “scuola buona”…

Abbiamo una legge articolata, pensata e voluta dal basso, da chi la scuola la vive, insegnanti, genitori, operatori di ogni livello. Perché dovremmo barattarla con le astruse pensate dei politici di professione, che non hanno certo né competenza né finalità etiche in merito all’istruzione?

Autore dell'articolo: Amministratore

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