Ma a Bologna la social street si mangia?

Bologna, la social street di via Fondazza - Foto Inchiesta online
Bologna, la social street di via Fondazza - Foto Inchiesta online
di Bruno Giorgini

Ma la gente viene solo per bere e per mangiare? Comincia così la conversazione sulla social street di via Fondazza fra tre fondazziane doc, Silvia, Monica e Ellis, che proviamo a raccontare. I discorsi hanno un andamento circolare, piuttosto in tre dimensioni un elicoide che ricorda la geometria del DNA, o se volete assomiglia a una scala a chiocciola che sarà difficile rendere nella sua complessità, vivacità e polifonia. Proviamoci. Esse si definiscono aderenti alla social; “aderenti” parola molto femminile, l’adesione tenendo insieme la materia e i corpi. Parola molto diversa da attivista, azione rivolta all’esterno oppure, ancor peggio, militante che risuona troppo di tacchi sbattuti mettendosi sull’attenti.

Aderenti ma non appiccicose, va da sé. Non siamo un’associazione, né una cosa aderente (ancora l’aderenza) alla politica, non si può proprio aderire alla politica italiana… ma allora cosa siete… un trovarsi con le persone e parlare, che pare un po’ poco. O no? Adesso sulla nostra pagina Facebook “residenti in via Fondazza” dominano tre problemi: la raccolta differenziata del rusco, il rumore di strada specie notturno, e i parcheggi per i residenti. Sì perché ci s’iscrive al gruppo di Facebook, siamo oltre 1000 (mille), mica tutti residenti, che sono circa 600.

Però non è possibile vedersi e dialogare solo attraverso Facebook, oppure quando c’è un evento, una festa, una conferenza ecc..io non vivo su Facebook, per me è solo un modo di scambiare notizie e appuntamenti, la cosa più importante è la vivibilità di strada, e tornano su rumore, rusco, parcheggi nonché ottusità burocratiche.

Sono state comminate alcune multe per avere esposto in strada i sacchi di carta e plastica troppo presto, o troppo tardi non ho ben capito, poi ogni volta che vuoi fare una cosa ci sono mille inciampi, devi chiedere mille permessi, guarda il caso delle fioriere, la green street dove è andata a finire, cioè nemmeno a cominciare – in piazzetta Morandi di fioriere ce ne è una stentata e basta, eppure eravamo partiti con molto entusiasmo, volevamo riempire la strada. Per mettere dei vasi con dei fiori devi fare il giro delle sette chiese come si dice a Bologna, poi non basta. Magari si può fare senza chiedere tanti permessi, noi siamo autonomi non messi comunali. Sì c’è anche chi di permessi sembra non avere bisogno, e mi scappa; pensate per microcorruzione? No non crediamo proprio, dopo essersi consultate in un’occhiata, o almeno non ci sembra, però fa un po’ rabbia. Epperò se la green street è striminzita, viaggia forte invece la red street, no non la strada comunista ma quella del vino rosso.

Ci vediamo spesso in osteria la domenica sera, è un modo per conoscerci, stare insieme e divertirci, la social non ha da essere musona. La domenica mattina facciamo un banchetto in piazzetta (Morandi – ndr), due chiacchere con chi passa, qualche informazione ma si sta andando verso l’inverno e dovremo trovare un altro modo, o un altro posto, sempre di domenica qualcun altro ha organizzato il trekking sui colli, per dire la varietà dei modi per stare insieme. A proposito di Morandi che in via Fondazza è quasi una rock star seppure del passato, i fondazziani si sono trovati una domenica mattina di primavera armati di scope e ramazze, ripulendolo a costo zero per i proprietari.

E’ un giardino privato ma tutti/e lo sentono un po’ come proprio, diciamo un bene semicomune. Ma se i veri problemi fossero altri? Non è che la social street è il nuovo oppio dei popoli? Tu ti batti e arrabatti per le piccole cose però senza vedere le grandi e importanti. Silvia è stata folgorata sulla via di Damasco, è proprio il caso di dirlo, vedendo un film dove si raccontano i profughi siriani, una sorta di tensione tra le serate in osteria e questa sofferenza dispiegata di esseri umani che magari non incontri in Fondazza, purtuttavia esistendo.

Ci vorrebbero i giovani, che sono pochi, pochissimi quelli attivi. Via Fondazza è una via vecchia, un giovane che non viene lo capisco, perché deve uscire a confrontarsi con delle vecchie carampane, sì perché poi tu hai il lavoro e lui no, e non sa nemmeno se mai lo avrà. Cosa fanno oggi i giovani, boh ah con giovani intendo anche i trentenni, una generazione che sembra non ci sia. Taglia di traverso Monica, non è solo lo svago che cementa i rapporti, ci vorrebbe un po’ più di cultura e poi il problema sociale, i problemi. Una buona solidarietà si è vista subito dopo l’incendio al 33 (si riferisce a un rogo scoppiato nel dicembre 2013, con dieci persone intossicate e gli abitanti evacuati), quando ci si organizzò in fretta, chi prendeva chi in casa, per quanto tempo, soprattutto le persone non si sentirono sole, ma non devono sempre esserci delle catastrofi per darsi una mano, poi non voglio neanche che la social diventi il mutuo soccorso.

Comunque la social street è una delle cose più importanti oggi per la città. Il limite è che abbiamo cominciato molte cose ma non ne abbiamo portato a termine nessuna, alcune le abbiamo lasciate lì a metà, il fatto è anche che il comune è un muro di gomma, l’autorizzazione di qui e là, e si torna alla burocrazia che vi risparmio perché è cosa nota e arcinota, poi si arriva alle autorità istituzionali: quando siamo andati dall’assessore alla cultura mi sono cadute le braccia, gli uomini delle istituzioni sono degli ossi duri, e con loro dobbiamo confrontarci però. Tra l’altro due assessori sono iscritti alla pagina dei residenti di via Fondazza, non perché qui abitino ma perché? Ciascuno si dia la risposta che preferisce. Non sono i soli, molti/e cittadini/e non residenti e/o non domiciliati in Fondazza si sono iscritti, probabilmente per la visibilità sui media nazionali e pur anche internazionali che la social ha avuto e ha. E’ stata anche una nostra scelta, perché attraverso gli iscritti di altre strade volevamo che la social si diffondesse facendone nascere altre, e ha funzionate, adesso ce ne sono quarantadue a Bologna.

Per iscriversi bisogna fare domanda, poi gli amministratori della pagina (circa dieci) ti fanno a loro volta delle domande – uno/a degli amministratori immagino – quindi qualcuno decide se sì o no- per ora non risulta alcun no. Un piccolo meccanismo burocratico un po’noioso, in cui immagino l’ultima parola l’abbiano il padre fondatore della social Federico Bastiani e/o il coordinatore Luigi Nardacchione. Se ho ben capito, perché non è che la procedura sia, nelle parole almeno, ben definita. Questa è una delle caratteristiche la fluidità che va di pari passo con l’autorganizzazione, a volte con l’opacità chi decide cosa e perché non sempre è chiaro.

Chi ha una idea la propone sulla pagina Facebook o in assemblea, una paio dalla nascita a oggi, o per gruppo di amici quindi si mette in movimento per progettarne la realizzazione dai costi economici, alla propaganda e comunicazione, fino alla concreta costruzione e organizzazione dell’evento. Però ci vorrebbe più condivisione di tutti anche sulle singole iniziative, battono e ribattono le tre ragazze. Il modello che propongono è più o meno quello delle letture ad alta voce, se ne sono tenute un paio in case private e continueranno nella sede del Centro della Donne di Bologna in via del Piombo, perché ciascuno legge, non c’è nessuno che sia escluso, c’è una presa di parola di tutti. Che non è mica facile interviene Ellis.

Io ho l’impressione che nella social ci sia una maggioranza di donne, e che siano le più impegnate, ma ho visto anche una grande difficoltà a prendere la parola, a farsi voce pubblica, a farsi sentire. Qui c’è anche un po’ il problema della democrazia sia tra noi – la democrazia al nostro interno fa fatica – che rispetto all’esterno, i rapporti col comune o con Hera, chi li tiene, perché, come. Io sento il bisogno che comunque la social ci sia, se vogliamo un territorio di convivenza, difenderlo è estremamente importante, sarà anche perché ho visto cosa è successo nella ex Jugoslavia (Ellis è nata a Fiume – Rjieka in Croazia), che il vicino andava a ammazzare il vicino, e tutto è successo molto in fretta, ieri ti salutavi e chiedevi come stai, il giorno dopo ti sparavi addosso.

C’è un vuoto inanellano le amiche, non ci sono più circoli culturali, sezioni di strada, nemmeno più l’oratorio, c’è una esigenza di socialità, poi la lontananza della politica, la delusione verso le istituzioni cittadine, c’è questo deserto allora uno s’aggrappa, c’è bisogno di convivialità, ecco la social è questo bisogno che si mette insieme e si organizza. Per capirci, prendi i comitati come quello di Piazza Verdi o di via Petroni, sono nati per risolvere dei problemi precisi, la nostra social – ne parlano con l’affetto e il sentimento che si ha verso un organismo vivente, ecco il senso del dirsi e sentirsi “aderenti”- è nata come esigenza di convivenza e conoscenza, un mescolatore che fa circolare l’empatia, o le empatie. Un modo per migliorare se stessi e migliorare il proprio rapporto con gli altri.

E’ un fatto materiale: io abito in Fondazza dal ’77, e a voi non vi avevo mai visto prima, magari ci siamo incontrate ma non vi avevo visto, adesso faccio più attenzione agli altri quando cammino per strada, per me così la social è già un successo. Molte altre cose raccontano le ragazze, nonché considerazioni sulla varietà, ricchezza, contraddizioni dell’universo social ma per non andare troppo in lungo seleziono la povertà, che si fa sentire. In Fondazza può capitare al mattino presto, o alla sera tardi, di incontrare anziani signori modestamente ma dignitosamente vestiti, che fanno il rusco si dice in dialetto, cioè cercano dentro i cassonetti cose utili a campare nel tempo della crisi. Bisogna essere molto forti per affrontare questa cosa della povertà, ne abbiamo discusso ma non siamo ancora in grado, ce ne sarebbe bisogno, per ora ci limitiamo a vedere se e come è praticabile l’idea di un sostegno, diciamo morale, agli anziani soli telefonando, vedendo con discrezione che problemi proprio anche di far la spesa hanno. Sai il tema dei soldi è delicato, i soldi un po’ dividono, anche tra noi, la social non ha una cassa comune, ogni iniziativa si autofinanzia, per ora non sappiamo bene cosa potremmo fare di più.

Insomma il nodo di una azione solidale per il contenimento degli effetti della crisi in specie sulle persone meno abbienti, è irrisolto, se non fuori dall’orizzonte della social street. Va detto che ci sono state anche iniziative verso i bambini, dal cinema alla domenica mattina all’insegnamento delle lingue straniere. Concludiamo con Silvia che, non bastando la social street di Fondazza, si è iscritta anche a quella di S. Vitale, e vuole andare a vedere cosa succede in periferia nella social di via Duse, perché là le cose sono tutte diverse rispetto al centro. Un’altra storia che racconteremo un altra volta.

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 10 novembre 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

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