L’Italia può uscire dall’euro? Problemi e difficili soluzioni

Euro - Foto di Images Money

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di Enrico Grazzini

Si può uscire dalla trappola dell’euro e dell’Europa a guida tedesca? O saremo costretti a rimanere per sempre legati alle catene dell’eurozona, anche se l’euro-marco continua manifestamente a produrre una terribile crisi in tutta Europa, e in Italia in particolare? Quali sarebbero gli effetti dell’uscita dell’Italia? È possibile lasciare la moneta unica e la politica deflazionistica ad essa indissolubilmente legata senza portare l’Italia alla rovina, ma anzi creando le condizioni per uno sviluppo sostenibile e autonomo?

La risposta non deriva solo da calcoli economici ma dipende dalle capacità politiche dei governi nazionali e dalle dinamiche internazionali. Infatti, dopo il dollaro, l’euro è la seconda valuta di riserva per le banche centrali di tutti i paesi del mondo e la sua rottura potrebbe provocare non solo la crisi della UE ma una crisi geopolitica internazionale. Non a caso l’euro è sostenuto, in quanto valuta internazionale non competitiva nei confronti del dollaro, anche dall’amministrazione Obama.

La tragedia dell’euro

È indubitabile che, come hanno denunciato giustamente e con forza Alberto Bagnai [1] e molti altri autorevoli economisti internazionali e nazionali, l’ingresso nell’euro sia stato un errore enorme e grossolano. Ormai è chiaro agli economisti e ai politici più accorti, più competenti e indipendenti, che l’ingresso dell’Italia nell’euro è stata una forzatura controproducente, un escamotage inventato dalle classi dirigenti nazionali per tentare di vincolare l’economia italiana a quella europea, di riportare a bada l’inflazione e i sindacati, e di domare il lavoro e la spesa pubblica. Ma, dopo la riunificazione tedesca e la germanizzazione dell’Europa, e con lo scatenarsi della crisi finanziaria, la forzatura europeista e monetarista e si è dimostrata controproducente: l’euro non ci ha riparato dalla speculazione internazionale, anzi ci procura dei danni perfino peggiori delle ondate speculative. Ci opprime.

Purtroppo l’Unione Europea è ormai fondata soprattutto sulla moneta unica, sull’euro che divide. E la UE ha abbandonato ogni prospettiva di cooperazione e di benessere sociale. Gli Stati Uniti d’Europa – invocati in Italia da un ampio ed eterogeneo schieramento, da Matteo Renzi a Giorgio Squinzi, da Nichi Vendola a Barbara Spinelli – sono solo una chimera, e sotto l’ombrello dell’euro-marco e dell’egemonia tedesca sarebbero comunque un vero e proprio incubo.

Il problema è che una moneta unica per 18 paesi estremamente diversi sul piano competitivo, dell’inflazione, delle tecnologie e del costo del lavoro è un vero e proprio non-sense, un insulto al buon senso. L’euro-marco è una moneta troppo forte e soprattutto troppo rigida, una moneta straniera, una trappola che provoca crisi non solo perché è scioccamente unica (e quindi rigida) ma perché è costruita su istituzioni e politiche monetarie intrinsecamente deflattive, modellate a somiglianza del marco e della Bundesbank.

La moneta unica nata per unire l’Europa è diventata lo strumento principe di una politica neo-coloniale che le elite finanziarie e industriali tedesche e dei paesi del nord Europa conducono per egemonizzare l’Europa. L’euro-marco – impedendo le svalutazioni competitive ai paesi deboli e la rivalutazione monetaria dei paesi forti – ha favorito la Germania che ha potuto esportare manufatti e capitali in tutti i paesi europei, indebolendoli e indebitandoli. I deficit commerciali dei paesi deboli hanno generato i debiti verso i paesi forti. E i paesi creditori dettano legge. I trattati europei imposti dalla Germania – da Maastricht in poi (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack) sono sempre più soffocanti. La UE e la Troika (UE, BCE, FMI), da nessuno eletti, prevalgono sulle decisioni sovrane dei parlamenti e dei Governi e ci impongono controriforme – del lavoro, del welfare, del sistema fiscale, ecc – che uccideranno la nostra economia e quel che rimane dello stato sociale. Anche la democrazia è sempre più svuotata e a rischio.

La Germania non abbandonerà queste politiche recessive e suicide, semplicemente perché le convengono e perché l’ideologia monetarista è connaturata alla Bundesbank. Non ci sarà alcuna solidarietà o cooperazione europea, e nemmeno flessibilità. Con questo euro non usciremo dalla crisi, anche se la BCE ogni tanto concede un po’ di ossigeno per non soffocare del tutto la moribonda economia europea. La stagnazione/recessione potrebbe proseguire provocando gravi crisi sociali fino a riportare l’Europa ad un equilibrio economico assestato al livello più basso – con la rovina del welfare, del lavoro e dei paesi e delle regioni deboli – o potrebbe deflagrare in una nuova disastrosa crisi finanziaria europea e globale.

Le conseguenze dell’uscita dall’euro

È possibile evitare la tragedia? Esistono alcuni studi economici per analizzare le conseguenze dell’uscita dall’euro, alcuni sono catastrofici, altri decisamente ottimisti. L’analisi di statistica economica effettuata da Emiliano Brancaccio sui casi esteri ci dice che, adottando opportune misure, è possibile che i lavoratori recuperino i loro salari dopo pochi anni dalla svalutazione [2]. Che cosa succederebbe in caso d’uscita dell’Italia dall’euro? La risposta a questa domanda di enorme importanza e complessità non si può basare solo su fattori economici, peraltro incerti e caotici, cioè imprevedibili. Occorre tenere in conto soprattutto i fattori politici che non sono solo legati a situazioni oggettive di contesto, ma che sono anche, e forse soprattutto, soggettivi, cioè dipendenti dalle lotte sociali e politiche.

Che cosa infatti potrebbe accadere se l’Italia uscisse dall’euro dipenderà dalla politica del governo italiano, dalla sua volontà e capacità di manovra, e dipenderà dalle alleanze internazionali. Cambierà tutto se la rottura dell’euro sarà in qualche maniera concordata con la UE e con la Germania o se invece sarà del tutto unilaterale; e se la mossa italiana avrà in qualche modo il consenso o anche solo la neutralità delle potenze globali o regionali extraeuropee, come gli Usa, la Cina, la Russia (e le grandi potenze private, le banche d’affari come JP Morgan e Goldman Sachs e i fondi speculativi) o se invece le grandi potenze saranno contrarie. Quindi la risposta esatta alla domanda “che cosa succederebbe se uscissimo dall’euro” è semplicemente: dipende.

È chiaro che l’Italia, come potenza industriale e manifatturiera con una naturale vocazione esportatrice, in teoria potrebbe più di altri paesi beneficiare dall’uscita dall’euro e dalla conseguente svalutazione della sua ritrovata moneta nazionale. Nella situazione in cui si trova l’Italia, di avanzo di bilancio pubblico e di bilancia commerciale in attivo o in sostanziale pareggio, il nostro paese non avrebbe un urgente bisogno della finanza internazionale e della BCE per sopravvivere e prosperare. I nostri problemi derivano innanzitutto dalla necessità di finanziare la montagna di 2300 miliardi di euro di debito pubblico verso l’estero con le tasse dei cittadini o con i tagli di spesa.

Senza il peso del debito pubblico verso l’estero – che è stato emesso secondo le leggi italiane e che quindi potrebbe essere riconvertito abbastanza facilmente e legalmente in moneta nazionale – non ci sarebbe bisogno di aumentare il deficit: e nessuno proporrebbe di aumentare le tasse o di tagliare selvaggiamente la spesa pubblica nazionale che è minore della media europea. Con la svalutazione della nuova lira, secondo l’economista Alberto Bagnai, l’economia diventerebbe più competitiva, gli investimenti e la produzione riprenderebbero, l’occupazione nel medio termine riprenderebbe a crescere. Alla fine anche i redditi di lavoro aumenterebbero, dopo la svalutazione iniziale. In questo senso l’ipotesi di uscire unilateralmente dall’euro ristrutturando i debiti verso l’estero avrebbe un senso economico apparentemente positivo.

La svalutazione della lira non sarebbe una disgrazia o un fatto vergognoso, come molti economisti anche di sinistra ci dicono: infatti tutti i paesi, Usa, Giappone, Cina ecc, stanno svalutando la loro moneta per recuperare competitività sul piano internazionale e crescita sul fronte nazionale. La svalutazione non è un peccato di cui vergognarsi: è solo un riallineamento dei prezzi verso l’estero.

Occorre allora uscire finalmente dall’euro per stare meglio? Anche questo scenario è improbabile e frutto di congetture che non valutano a fondo gli aspetti politici e internazionali della questione. In questo senso anche le valutazioni di un economista acuto e critico come Bagnai si rivelano inadeguate. Le valutazioni puramente economiche e limitate all’ambito nazionale sono insufficienti. Nessun modello econometrico e quantitativo potrebbe stabilire che cosa succederà realmente se un paese come l’Italia, o anche solo un paese più piccolo come la Grecia, uscisse dell’euro. Le conseguenze dipenderebbero dalle condizioni internazionali e nazionali sia sul piano economico che soprattutto sul piano politico e sociale.

L’euro è una moneta internazionale: le conseguenze geopolitiche della rottura

Non dimentichiamo che l’euro rappresenta all’incirca un quarto delle valute di riserva mondiali per un valore complessivo pari a oltre duemila miliardi, cioè al 25 per cento del totale delle valute di riserva, mentre il dollaro è al 60 per cento circa [3]. È chiaro che molti stati hanno un preminente interesse economico a salvaguardare l’euro, cioè la loro seconda valuta di riserva dopo il dollaro. Una drastica svalutazione o la rottura dell’euro potrebbero comportare sconvolgimenti tellurici per quanto riguarda le riserve valutarie di Stati come Cina, Russia, Giappone, India e Brasile. Inoltre agli Stati Uniti può convenire di mantenere l’euro come moneta internazionale debole, cioè come improbabile alternativa al suo dollaro, cioè al dollaro che può stampare all’infinito per pagare i suoi debiti e comprare ciò che vuole nel mondo.

Agli Stati Uniti potrebbe invece convenire la rottura improvvisa dell’euro e il conseguente caos europeo solo per motivi geopolitici: per esempio per punire la Germania e l’Europa se si avvicinassero troppo alla Russia. Ritengo però che al momento attuale gli Stati Uniti preferiscano che l’euro sopravviva. E l’amministrazione statunitense ha molti e potenti strumenti hard e soft per influenzare la grande finanza e impedire il caos europeo.

Occorre sottolineare che dal punto di vista geopolitico l’euro è altrettanto importante che sul piano economico. Questo è un aspetto che Bagnai e gli altri economisti critici sottovalutano quando auspicano un’uscita unilaterale e immediata dell’Italia dall’eurozona e il ritorno al regime dei cambi flessibili di mercato. Il paragone con l’Argentina, che ha rilanciato la sua economia grazie allo sganciamento del pesos dal dollaro, è azzardato e improprio. Rompere l’euro ritornando alla lira significa infatti rompere una moneta internazionale. La rottura dell’euro non è come l’uscita della liretta e della sterlina dallo SME (Sistema Monetario Europeo).

L’euro non conviene all’Italia, né alle sue industrie, né alle sue banche, né ai lavoratori né al ceto medio, né al sud né al nord. È convenuto solo alle multinazionali finanziarie e industriali per eliminare i rischi di cambio. Ma ora è una gabbia anche per le imprese medio-grandi, perché impedisce la crescita. Tuttavia una volta entrati nella moneta unica è molto difficile uscirne senza danni e senza sofferenze, proprio perché l’euro è una valuta di riserva mondiale e non una moneta nazionale qualsiasi. La rottura dell’euro, soprattutto se non concordata, avrebbe delle conseguenze economiche e geopolitiche enormi.

Uscire o rimanere? La tragica alternativa

Una rottura unilaterale dell’Italia avrebbe probabilmente degli effetti imprevedibili e quasi sicuramente negative per l’Italia stessa. Se l’Italia si trovasse contro tutti gli stati e tutta la finanza europea e mondiale, l’uscita unilaterale provocherebbe prevedibilmente una svalutazione a catena e un disastro nazionale (e globale) difficilmente valutabile e recuperabile.

La tragedia è che attualmente non sembrano esserci via di uscita. La tragedia si compie proprio quando le scelte alternative sono comunque tragiche: infatti se da una parte l’uscita unilaterale appare difficilmente proponibile, dall’altra rimanendo nella prigione dell’euro-marco la condizione europea e italiana peggiorerà a causa del Fiscal Compact.

Chi scrive ritiene tuttavia che prima o poi il sistema dell’euro-marco alla lunga imploderà perché è intrinsecamente insostenibile a causa della sua assoluta inefficienza economica e dei pesantissimi costi sociali e politici che comporta. Ricordiamoci però che l’economia non esiste, è solo un’astrazione; esistono le società, esistono i conflitti, esiste l’economia politica. È quindi perfino possibile che l’euro sopravviva con il sostegno della finanza internazionale (che non vuole perdere l’euro). È possibile che gli Stati europei si adeguino alla rovina economica e alla subordinazione economica e politica imposte dall’egemonia tedesca. La continuazione dell’euro dipenderà dalla eventualità che i lavoratori, i ceti medi e i capitalisti dei paesi deboli si subordinino passivamente al nord Europa.

Tuttavia la prosecuzione dell’Unione europea fondata sull’euro appare al momento improbabile, proprio perché la moneta unica richiede la recessione o la stagnazione di lungo periodo di tutte le nazioni europee. Difficile che i paesi sopportino a lungo questa situazione. Nonostante la stupefacente inettitudine di Francois Hollande, perfino una parte dei socialisti francesi – che certamente non brillano per acume e progressismo ma appaiono piuttosto propensi al suicidio elettorale – hanno cominciato a reagire dopo il successo travolgente dell’antieuro partito del Front National. Anche le potenze extraeuropee sono preoccupate del possibile contagio derivante dalla malattia europea. E la speculazione è sempre in agguato. Prima o poi la speculazione internazionale, soprattutto anglosassone, interverrà per trarre profitto dai conflitti tra i diversi stati europei in modo da affossare la moneta unica.

È certo che la crisi si prolungherà perché i paesi europei non crescono, la disoccupazione aumenta e i debiti pubblici continuano a crescere. Se poi i paesi del sud Europa, la Francia e l’Italia, riuscissero ad allentare i vincoli imposti dalle regole stabilite dai trattati europei, allora la stessa Germania potrebbe abbandonare l’euro e ritornare al marco per difendere la forza della sua moneta. La situazione è molto instabile.

Le mosse efficaci contro la crisi dell’euro

Ma tutti questi sono ovviamente solo scenari ipotetici. Il fatto certo è che la sinistra italiana ed europea dovrebbe battersi fin da ora per una rottura concordata dell’euro in modo da minimizzare i danni e permettere ai popoli e ai governi democraticamente eletti di perseguire una via di uscita dalla crisi.

Che cosa dovrebbe fare comunque una nazione per sopravvivere a una situazione di crisi dell’euro e per recuperare almeno parzialmente la sua sovranità economica e finanziaria? Quali sono i passi che un governo efficace dovrebbe fare per resistere al caos dell’euro attuale e al caos prevedibile della rottura dell’euro? È possibile creare le condizioni per uno sviluppo nazionale non autoarchico ma autocentrato, democratico e sostenibile nel tempo sia sul piano sociale che economico ed ecologico?

Per uscire al meglio – anche se ovviamente e necessariamente in maniera molto dolorosa – dall’eurozona occorre ricreare una banca centrale nazionale responsabile verso il governo e il Parlamento in grado di sostenere una politica espansiva, ovvero di comprare i titoli del debito pubblico nazionale. Occorrerebbe controllare immediatamente i movimenti dei capitali per impedirne la fuga verso le monete forti: questo sarebbe forse l’aspetto più difficile da gestire ma anche il più necessario e equo. Il risparmio nazionale dovrebbe comunque sostenere lo sviluppo nazionale. I movimenti speculativi dovrebbero essere contrastati duramente; al contrario dovrebbero essere incentivati gli investimenti produttivi esteri. Bisognerebbe copiare l’esperienza dei Paesi emergenti, come Cina e Brasile, che mantengono vincoli forti sulla finanza e la valuta ma incentivano gli investimenti industriali esteri.

Bisognerebbe nazionalizzare – anche con difficili misure di prestito forzoso – il debito pubblico, in modo che la nazione sia indebitata quasi esclusivamente con se stessa (come il Giappone, che ha il più alto debito al mondo ma lo sostiene perché è debito interno). Il problema maggiore verrebbe però non dal debito pubblico verso l’estero – giuridicamente pagabile in moneta nazionale – ma dal debito privato pagabile solo in euro, e soprattutto dal debito estero delle grandi banche. Occorrerebbe nazionalizzare le maggiori banche anche per rilanciare il credito verso le piccole e medie aziende. Per proteggere i salari e gli stipendi e rilanciare la domanda interna bisognerebbe ripristinare meccanismi analoghi alla scala mobile e agganciare automaticamente i salari all’inflazione e alla crescita della produttività.

Occorrerebbe avviare una vera lotta all’evasione fiscale, ai paradisi fiscali anche europei, e introdurre una tassazione sui maggiori patrimoni. La svalutazione della moneta nazionale potrebbe innescare la svendita del patrimonio industriale nazionale verso l’estero: sarà indispensabile rilanciare una politica industriale basata anche sull’industria pubblica per quanto riguarda i settori avanzati ad alta intensità di capitale.

Per meglio difendere e sviluppare l’industria nazionale occorre introdurre forme di democrazia economica (come del resto in Germania con la Mitbestimmung) sia nelle imprese pubbliche che nelle maggiori imprese private, con la partecipazione dei lavoratori nei consigli d’amministrazione con gli stessi diritti degli azionisti [4]. È necessario introdurre forme di autogestione per quanto riguarda i beni e i servizi comuni che dovrebbero essere governati direttamente dalle comunità interessate, magari anche in cogestione con il settore pubblico e privato [5].

La politica di alleanze internazionali è altrettanto importante di quella nazionale. Occorre realizzare alleanze internazionali non solo con gli altri paesi del sud Europa e la Francia ma anche con le banche centrali dei paesi extraeuropei. Tuttavia è chiaro che le alleanze internazionali sono possibili ma anche difficili da realizzare, dal momento che ogni paese europeo tenta di cavarsela da solo e che l’euro è, come abbiamo visto, la seconda valuta mondiale di riserva.

La sinistra dovrebbe proporre contemporaneamente di recuperare la sovranità nazionale e di introdurre nuovi e flessibili strumenti di vera cooperazione europea. Occorrerebbe creare una moneta comune (ma non più unica, come l’euro) contro la speculazione internazionale. Sulle orme di J.M. Keynes bisognerebbe proporre l’euro-bancor come moneta comune europea da fare valere verso il dollaro e le altre valute internazionali [6].

L’euro ci soffoca ma uscire è politicamente difficile

Un governo italiano in grado di compiere questi passi difficili e complessi per uscire dalla crisi non solo non esiste attualmente ma è molto dubbio che esisterà mai. Se fossimo costretti ad uscire dall’euro è perfino possibile che la sinistra abbia paradossalmente meno capacità e competenza della destra nella gestione della crisi. Finora la sinistra ha dimostrato di capire ben poco dell’euro e dell’Unione Europea, accecata da un ingenuo ed assurdo europeismo che non vede l’Europa dei capitali. Anche un molto improbabile governo Grillo avrebbe delle enormi difficoltà a gestire la crisi. Un governo efficace dovrebbe avere un grande consenso sociale, la capacità di imporre sacrifici temporanei ai ceti medi e soprattutto vincoli stretti ai settori privilegiati. Dovrebbe essere autonomo dalle elite dei potenti e dall’alta finanza e avere l’appoggio di gran parte della società civile e dei sindacati. Un governo così sarebbe ovviamente più facile a dirsi che a farsi.

In ogni caso, anche se sul piano economico ci saranno dei disagi forti, è necessario uscire dalla trappola dell’euro per una ragione elementare ma fondamentale di democrazia. Non è possibile che le politiche economiche vengano decise a Berlino, Francoforte, Bruxelles e Washington. I governi nazionali, come quello di Matteo Renzi, agiscono sempre più sotto dettatura in maniera autoritaria, anche se recalcitranti nei confronti di Bruxelles. I parlamenti eletti dal popolo sovrano devono ritrovare la loro centralità.

NOTE

[1] Bagnai Alberto “Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa” 2012, Imprimatur
[2] Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini “Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari” www.economiaepolitica.it; 19 maggio 2014
[3] Vedi Wikipedia alla voce “Reserve Currency”
[4] Enrico Grazzini, “Manifesto per la Democrazia Economica” 2014, Castelvecchi Editore
[5] Enrico Grazzini, ibidem
[6] Enrico Grazzini, Micromegaonline, Da moneta unica a valuta comune: una terza via per superare l’Euro, 27 dicembre 2013

Questo articolo è stato pubblicato da Micromega online il 17 settembre 2014

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