Staveco - Foto Comune di Bologna

Bologna: Staveco o non Staveco, questo è il problema

di Maurizio Matteuzzi

Il progetto Staveco ha fino ad ora suscitato osservazioni e commenti non commisurati alla sua importanza, sia a livello accademico che cittadino. La trasformazione ipotizzata cambierà decisamente la fisionomia dell’università, e inciderà in modo drastico sulla città, sui suoi flussi, sulle attività commerciali e così via. Insomma, non sarà affatto un evento marginale, non sarà un ritocco, ma un quadro assai nuovo.

Ora, al di là dei pareri e dei sentimenti di chi vi sarà direttamente coinvolto, i dipendenti di Unibo destinati a trasferirsi, parrebbe opportuno che, proprio per le ragioni dette sopra, anche la voce della città si facesse sentire. In specie dopo la sequela di progetti abortiti vissuti nell’ultimo periodo, come lo sventramento di mezza Bologna per un veicolo che non vedremo mai, il mitico Civis, modernissimo, a lettura ottica, che si guida da solo, ma ha il solo difetto di non passare dall’ideale al reale; insomma, di non esistere, o, il che è lo stesso, di non sapere trovare la strada delle due torri.

Per quanti decenni ci terremo quelle assurde e lunghissime pensiline, che riducono drasticamente le poche strade larghe di Bologna, rallentano il traffico, imprigionano i pedoni per lunghi tratti in mezzo alla strada, senza possibilità di attraversamento? Qui mi si dirà: ma non hai capito, togliamo il Civis e mettiamo il Cravis; le pensiline ci vogliono. Davvero? Abbiamo scelto il Crealis perché ci serviva, o per giustificare le pensiline, cioè le cretinate fatte dai predecessori? Un bel filobus che scassa Bologna, e fa sì che uno, da Casalecchio, possa andare a San Lazzaro. Bello! Ma cosa ci fa poi tutta questa gente a San Lazzaro?

O vogliamo parlare dell’ormai mitico “People Mover”, che tutto ha mosso finora, salvo la gente: we, the people, are sitting down.. Altre trovate recenti sono sì disastrose, ma meno preoccupanti. Tipo le tangenziali ciclabili; che consistono nel disegnare per terra delle biciclette. Una pista ciclabile si fa con un muretto anche di soli 20 cm. I disegni per terra non sono piste ciclabili, ma un ottativo del cuore, come dire, “qui ci vorrei tanto una pista ciclabile”.

O tipo i fantastici T-Days; follia pura, che blocca quasi completamente tutto il trasporto pubblico, e riempie il cuore della città di tutti i tratti delle sagre paesane, dal mangiafuoco al musicista da strapazzo, quasi Bologna la Dotta si debba ridurre a un folkloristico paesino di montagna. Ma almeno queste scempiaggini si eliminano, è la loro fine inevitabile e già scritta nelle regole del buon senso, come le memorabili fioriere di via Indipendenza, con un semplice provvedimento amministrativo: il danno è fatto solo ai contemporanei, non anche ai posteri. La questione Staveco è tutt’altra, non si potrà cancellare con una delibera.

E allora veniamo ad alcune considerazioni di merito. Qualcuno sulla stampa ha parlato di “campus”. Sgombriamo il campo dagli equivoci, e dalle solite scopiazzature dagli americani. Le poche università italiane che hanno la caratteristica, almeno parzialmente, di campus, sono quelle sorte nello scorcio del secolo scorso, dal nulla e in territori adatti, cioè non a ridosso di una città. Sono quella di Salerno, ad esempio, o quella di Arcavacata.

La maggior parte tuttavia segue un modello opposto. Si pensi a Urbino, per dirne una. Si riuscirebbe a trasformarla in “campus”? Percorrendo il centro, si può leggere, un portone sì e uno no, “Dipartimento di…” o qualcosa di simile. In due parole, sono università innervate nel corpo vivo della città. Meglio? Peggio? Gioie e dolori, che ognuno può facilmente immaginarsi. Ma mica possiamo fare finta di essere in Texas, vai a trovare qui un deserto dove fare un campus. E poi è inutile studiare da americani: saremmo bocciati; abbiamo un’altra storia, e, mi si permetta, un po’ più lunga e un po’ più ricca di cose.

Allora il progetto Staveco in due parole, per quel poco che se ne sa. Anzi, meglio cominciare proprio da questa considerazione. Perché io devo imparare da indiscrezioni giornalistiche che sarò trasferito? Semplice, perché le decisioni sono state prese a quattro occhi. C’erano due rais, hanno montato le loro tende, à la Gheddafi, hanno deciso di vedersi una volta nella tenda dell’uno, un’altra in quella dell’altro, e hanno deciso.

Chissà se c’erano le amazzoni a far da scorta. Qui mi viene in mente una cosa, e non riesco a censurarmi. Temporibus illis, quando Merola era semplicemente candidato alle primarie, ebbi la fortuna di incontrarlo, in rappresentanza del nostro gruppo, dei Docenti Preoccupati, assieme a due colleghi. Fu molto disponibile e accogliente. L’unica cosa che gli chiedemmo fu semplice: l’università è mezza città, è importante per la città: noi chiediamo che il rapporto città/università non si esaurisca al tavolo sindaco/rettore. Che dire ora? Non ci saremo spiegato bene, capita.

Torniamo ai contenuti. In sintesi, il comune regala all’università questa area importante, l’università si impegna a valorizzarla costruendo enne cose, e portando colà certi dipartimenti e certe attività. Ci vogliono soldi, naturalmente. Punctum dolens. Allora il piano del rettore diventa: vendiamo tanto da coprire l’80% del fabbisogno, poi andiamo al MIUR a pietire il residuo 20%: vuoi che ci lascino a metà?

E da qui il progetto, sempre secondo indiscrezioni giornalistiche, perché la mia università nulla mi disse (figurarsi poi se confrontarsi…): vanno là i Dipartimenti ora spezzettati in più sedi, irrazionalmente: economia, DAMS, informatica. Di per sé l’idea appare razionale, i benefici per gli utenti sono già stato spiegati dall’amico Giacomo Manzoli su Repubblica. Poi però bisogna vendere. Che cosa? Le sedi degli informatici; il palazzo di statistica in via Belle Arti; palazzo Malvezzi, sede di giurisprudenza; la sede degli ingegneri aziendalisti in via Capo di Lucca; la sede del DAMS di via Barberia, ex sede storica del PCI bolognese. Più o meno, questo il progetto (ribadisco, da quel che si sa; io nelle tende con le amazzoni in piazza Maggiore non c’ero…).

Qui allora mi permetto alcune considerazioni:

  • a) l’area ex-Staveco, a ridosso dei colli, ma abbastanza vicina al centro, è un’ottima acquisizione per l’università di Bologna, non si può che sperare che l’operazione vada in porto.
  • b) Il modo carbonaro ed elitario con cui tutto ciò è condotto è vergognoso, sia nei confronti degli universitari che dei cittadini.
  • c) Il piano finanziario è quanto meno dilettantesco, specie rispetto alle acque in cui naviga ora il mercato immobiliare.
  • d) Dismettere le sedi di informatica, prive di pregio architettonico, e sparse oltre il viale di circonvallazione, non reca alcun danno d’immagine, magari fosse fatto.
  • e) Dismettere la sede di Capo di Lucca idem.
  • f) Vendere (o svendere, data la cogenza temporale degli impegni?) palazzo Malvezzi, gioiello e in via Zamboni 22, è un delitto, contro la storia della nostra università.
  • g) Vendere, o svendere (vedi sopra) il complesso Belle Arti, contiguo al cuore dell’università, fa.
  • tutt’uno con piazza Scaravilli e con palazzo Poggi, è un’altra idiozia.

  • h) Vendere (o svendere) il palazzo di via Barberia è un atto di incredibile miopia.

Ha ragione Manzoli a dire che uno studente deve correre da Barberia ad Azzo Gardino a via Zamboni, è irrazionale ed è un disagio. Ma attenzione, cosa dimostra? Semplicemente che quella non è la sede adatta per il DAMS. Non che l’università dovrebbe regalare quel palazzo alle banche (avete notato? Finisce sempre così, chissà perché)

Noi non viviamo nel migliore dei mondi possibili, forse qualcuno dei miei 24 lettori se n’era già accorto. Ma l’operazione Staveco andrebbe fatta così:

Quel che si vende, è chiaramente scritto sopra. Poi si parla con il ministero: abbiamo la (s)fortuna di averlo, al contrario dei tanto ammirati americani. Si vuole fare una grande operazione di immagine, portare in alto la visibilità delle università italiane? E allora che si investa, e si evitino le stupidaggini; per le quali penso Dionigi non vorrà essere ricordato. La storia di Unibo è lunga, e lo sarà anche in futuro. Un giorno qualcuno potrebbe leggere negli annali che il MR ha ricomprato quel che sventuratamente era stato svenduto, molti anni prima, dal Rettore Dionigi.

C’è un progetto, per il centro di Bologna, dietro tutto ciò? E, caso mai, potremmo anche saperlo?

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Bologna: Staveco o non Staveco, questo è il problema

    Maurizio

    (21 Settembre 2014 - 14:15)

    Condivido con convinzione i tuoi punti, tranne i seguenti: sullo c) non ho elementi, mentre dissento da h), Palazzo Marescotti Brazzetti secondo me per posizione e storia non ha molto a che vedere con UNIBO e potrebbe benissimo diventare la sede di rappresentanza di una banca o di qualche altra istituzione (a patto che lo paghino bene).

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