Vent’anni fa nasceva l’epoca della musica download

di Nicola Selliti

La rivoluzione digitale cominciava esattamente venti anni fa. Un clic e l’industria discografica andava nel pallone. Mentre oggi si legge del boom della musica in streaming, con YouTube che lancerà a breve un servizio a pagamento. La Geffen Records, una delle etichette più famose negli anni Novanta – produttori per esempio dei Guns N’Roses – piazzava on line il 27 giugno 1994 Head First, brano degli Aerosmith tratto dall’album Get a Trip, successo da otto milioni di copie vendute, numero uno su Billboard. Un donwload gratuito, per intero, tre minuti e 14 secondi di musica a disposizione degli utenti per un periodo di tempo limitato. E oltre diecimila internauti si affollavano a scaricare la canzone attraverso CompuServe, il service in Rete più utilizzato con due milioni di iscritti.

Per scaricare il pezzo servivano tra i 60 e 90 minuti. Era la potenza della connessione a fare la differenza (14.4 o 9.6 kbs). Gli Aerosmith rinunciavano ai diritti per la canzone, CompuServe ai ricavi per la connessione concessa agli utenti. Musica in rete, musica liquida. “È il futuro, i nostri fan stanno guidando sull’autostrada dell’informazione, noi proviamo ad andarci” diceva il cantante Steven Tyler.

Mentre l’etichetta, la Geffen, parlava di un esperimento musicale voluto dai fan, che cominciavano a chiedere qualcosa di diverso. In realtà quel giorno con il pezzo della band statunitense gratis in Rete è come se fosse venuto giù il Muro di Berlino per artisti, case discografiche, pubblico. Un cambiamento lento ma inarrestabile. Arrivavano dopo qualche tempo i programmi peer to peer. Musica scaricabile, condivisa tra due pc, senza spostamenti fisici. Era solo l’antipasto del sovvertimento delle leggi di mercato che regolavano il business-musica.

L’industria discografica non sapeva come affrontare il fenomeno web. Niente più compact disc, nessuna possibilità per multinazionali ma anche grossisti, negozianti, che potevano a piacimento alzarne o meno il prezzo. L’oggetto cd lasciava posto alla Rete. E la musica che viaggiava più veloce del pensiero. Cambiava il modo di ascoltare musica. Dalla cassetta, dal walkman Sony che si portava a mano durante il footing alla chiavetta Usb, con centinaia di file audio. E niente più file al negozio per acquistare un disco. Ecco il masterizzatore, l’onda del web. Il file sharing. Era possibile arrivare a ogni tipo di disco, canzone. Anche se non l’avevi pagato. Una pratica illegale. Ma poco importava. E se la vendita degli album reggeva in qualche modo per la varietà di contenuti che può offrire oltre alle canzoni, scompariva il singolo. Bastava collegarsi alla Rete, pochi minuti e l’ascolto.

Cinque anni dopo l’esordio con gli Aerosmith, arrivava sul mercato Napster, servizio di condivisione che permetteva ai navigatori del web di scambiarsi canzoni, cd interi, attraverso un server centrale. Si cercava il pezzo, si scaricava. Veniva considerato il mostro che avrebbe distrutto il sistema, con vendite dei dischi ridotte all’osso, case discografiche in rosso, pochissimo spazio per le new entry sul mercato. Si sarebbero salvati solo i pezzi grossi, quelli che erano in grado di dettare l’agenda all’etichetta che li teneva sotto contratto. Con l’aumentare del traffico – crollando i fatturati dell’industria musicale – prese il via la caccia agli stregoni. Napster fuorilegge, i pezzi grossi, le etichette major credevano di aver vinto una battaglia ma stavano perdendo la guerra.

Quindi, meglio legalizzare la vendita online di contenuti musicali. Ecco quindi Steve Jobs con iTunesStore, il negozio online dove poter acquistare legalmente singoli brani e interi lp. Prima confezionava l’iPod, primo lettore mp3. Per caricare la musica sul lettore, gli utenti devono passare per un programma che trasforma i cd in file compressi mp3 e li passava all’iPod. Ma Jobs aiutava le etichette a superare il trauma della musica online, condivisa, gratuita, ottenendo da loro i diritti dei cataloghi (negli anni hanno concesso il loro placet Madonna, Led Zeppelin, Beatles, Ac/Dc), rendendoli disponibili agli utenti. Duecentomila canzoni in formato compresso, al prezzo di 0,99 euro a brano. In un anno, erano acquistati 50 milioni di pezzi.

Per i primi cinque anni di vita iTunes non ha avuto concorrenza: nessuno riusciva a replicare il modello store digitale in accoppiata al lettore mp3, nonostante i tentativi di Microsoft con Zune, sino a Sony che si era vista scippare l’erede digitale del suo walkman. Poi, il negozio online di mp3 allestito da Amazon. In mezzo, esperimenti come quello dei Radiohead che nel 2007 sfruttando un innovativo sistema di distribuzione digitale “pubblicavano ” il loro settimo album, In Rainbows, sul proprio sito lanciando la sfida agli utenti: scaricate e pagate quanto volete. Sino ai giorni recenti, alla musica in streaming: Spotify, Deezer, Beats, la fonte di accesso alla musica per centinaia di milioni di utenti. Il download di brani, gratis e a pagamento, quello dell’avvio della rivoluzione digitale con gli Aerosmith, che rischia di passare di moda.

Questo articolo è stato pubblicato da Pagina99 il 27 giugno 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

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