Mose

La moralità imprenditoriale, lo scandalo Mose, Jannacci e…

di Giorgio Chelidonio

Cosa può mai entrarci un illustre geografo veronese del XVI secolo con il “magna-magna” che da decenni covava nel progetto Mose? In un articolo di ieri Gian Antonio Stella spiluzzicando fra le dichiarazioni rese ai magistrati da uno degli imprenditori indagati nello scandalo Mose ha scovato e reso pubblico (se ce ne fosse stato bisogno) il “comandamento etico” di molta, troppa imprenditoria italica : «Parliamoci chiaro: perché un imprenditore sia morale occorre rendere conveniente la moralità».

E’ pur vero negli antecedenti storici della penisola italiana gli esempi non mancano: pare che i Tirreni (meglio conosciuti come Etruschi) già nel VI secolo a. C. fossero citati come pirati, nel senso che navigavano come commercianti ma all’occasione non disdegnavano rubare o saccheggiare le comunità visitate dalle loro navi. Limitandoci a tempi più recenti il concetto era già stato musicato, nel 1975, da Enzo Iannacci: «Quelli che sono onesti ma fino a un certo punto… oh yes».

Come, dunque, fingere di stupirsi della solita Italietta italiota che pare incapace di togliersi la “fame atavica” (quella che alimentava e “giustificava” i piccoli “approfittarsene”). Nel 1975 il “patrono/vittima” della prima Tangentopoli non era ancora diventato sinonimo di decisionismo politico pigliatutto: era solo vice-segretario (e nenniano) del Psi con appena il 12% alle elezioni del 15 giugno (quasi quarant’anni fa!) di allora, quando il Pci aveva ottenuto il 33,4%.

Ma “solo le cose buone diventano tradizione”, pare sentenziasse qualche anno dopo un leader Dc riferendosi al suo stesso partito. E così, anno dopo anno, la tradizione italiota già manifestatasi “alla grande” nel 1893 con il cosiddetto scandalo della Banca Romana, gli appetiti affaristico-lobbistici diventavano ingordigia anche in politica già al tempo della prima Tangentopoli (e la penultima?). A quel tempo la veronesità politica diventò nota sulla stampa nazionale per un suo mantra «rubare per il convento non è peccato».

Del resto le radici nostrane dell’onestà si incarnavano (già al tempo del mio nonno materno, classe 1880) nel proverbio «Ci fa l’aministratòr par un anno se no’l se fa sior l’è so’ dàno». E nel cuore di Verona sull’arco fra piazza dei Signori e via delle Fogge la statua di Gerolamo Fracastoro attende – da secoli! – il primo passante onesto su cui lasciar cadere la palla di pietra che regge in mano. Almeno un tempo il popolino cercava compensazione con il sarcasmo, un’arguzia oggi annichilita dall’eventismo consumista dei fine settimana e dal mito cialtrone della “tetta di Giulietta”, erede metallico delle troppe “facce di bronzo” pubbliche e private.

E a leggere l’articolo di G. A. Stella si capisce come Venezia sia stata per secoli “la Dominante”, anche culturalmente. Poteva il leghismo dell’ex mitico NordEst moralizzare la sua “Roma/Venezia ladrona”? Come disse Benigni: “No, aperto il dibattito!”.

Questo testo è stato pubblicato sul blog di Daniele Barbieri

Autore dell'articolo: Amministratore

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