Wars on demand: il triangolo fatale delle isole Diaoyu-Senkaku / 1

Wars on demand - Guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà

di Angela Pascucci

C’è chi la definisce sindrome del Dr. Jekyll e Mr. Hyde. È la tendenza sempre più evidente del continente asiatico, protagonista designato del XXI secolo, a esprimere due anime contraddittorie. Una, che si vuole virtuosa, intreccia legami e sinergie basati sulla collaborazione e gli scambi economici. L’altra, più oscura, si divincola ed esplode in conflitti e contenziosi territoriali, fomentati da un passato che non passa e nutriti dai successi e dalla competizione. Fatto sta che un’area economica da 19.000 miliardi di dollari, che conduce il 53% degli scambi al proprio interno, sembra oggi sull’orlo di una crisi di nervi, dando l’impressione non solo di non riuscire a gestire le proprie discordie ma anche di stare pericolosamente giocando con il fuoco. [1]

Epicentro di tanto sommovimento è l’ascesa della Cina che, con la dichiarata intenzione di far valere la sua nuova stazza, modifica gli equilibri della regione e richiama un nuovo protagonismo degli Stati Uniti che non vogliono cedere il controllo e il condizionamento degli sviluppi in corso nell’area, diventata la trincea avanzata del confronto/scontro fra la vecchia potenza e quella nuova.

Ne conseguono dinamiche, soprattutto di contrapposizione, dagli effetti imprevedibili, nelle quali sono coinvolti tutti i paesi dello scacchiere. In primo luogo il Giappone, che ha avviato una competizione aperta con la Cina per non perdere il ruolo di grande potenza asiatica e avere un nuovo ruolo egemone nell’area, nonostante il ridimensionamento della sua grandezza economica indotto da un’avanzata cinese che ormai ha definitivamente strappato a Tokyo il secondo posto mondiale (anche se il Pil pro capite giapponese è ancora oggi dieci volte quello cinese) e si avvia a raggiungere in una data ormai non troppo lontana gli Usa. Una competizione strategica acuita dalla schizofrenia di cui sopra.

In questo scontro fra titani, infatti, i paesi più piccoli si barcamenano, ognuno con i propri modi e potenzialità: da una parte cercando di non compromettere i legami vitali che la crescita cinese assicura al loro sviluppo, dall’altra rivolgendosi all’ombrello storico della potenza americana sia per avere protezione da quella che viene percepita come una nuova assertività cinese sia per moltiplicare sponde e possibilità di manovra negli spazi lasciati aperti dal confronto fra i due pesi massimi. Un dualismo che delinea una rotta di collisione tra l’Asia economica e l’Asia della sicurezza, foriera di instabilità e ulteriori conflitti.

Su uno sfondo più vasto si delinea poi un continente asiatico in forte agitazione, dalla transizione in corso in Myanmar/Birmania agli scossoni violenti della Thailandia, mentre sussulta il teatro del grande gioco centroasiatico, investito dalle onde d’urto provenienti dal Medioriente, ed entra in zona sismica anche l’Europa orientale.

Ma qui si esaminerà il teatro strategico che vede all’opera il triangolo fatale Usa-Cina-Giappone, prima linea della madre di tutti i conflitti ed esemplificazione latente di legami e avversioni eclatanti. L’intreccio delle tre economie, strettamente dipendenti, anche se in modi diversi, l’una dall’altra, renderebbe necessario disattivare le bombe innescate. Dai 1300 miliardi di dollari in bond americani detenuti dalla Cina, all’interscambio sinogiapponese di oltre 330 miliardi di dollari, alla dipendenza vitale dell’economia cinese da questi rapporti, tutto spingerebbe al dialogo. Tuttavia ciò non avviene e le discordie si acuiscono.

Capirne il perché sembra un compito oggi tanto necessario quanto arduo, anche a causa della voluta ambiguità che gli attori interessati coltivano rispetto ai propri fini e disegni di potenza. Un copione vecchio ma sempre più letale.

I tempi della storia riveleranno gli sbocchi della fase attuale ad alto rischio. La cronaca quotidiana mostra un braccio di ferro dai toni animosi e irremovibili che paiono avere, come intento strategico, l’evocazione della guerra, sia pure solo a scopo di deterrenza. Un gioco pericoloso che accresce il rischio di un conflitto accidentale dagli effetti incontrollabili.

In sostanza, la mappa delle contese vede oggi la Cina rivendicare la sovranità di vasti tratti di mare della Cina orientale e meridionale in aperto conflitto con il Giappone, il Vietnam e le Filippine. A sua volta il Giappone ha una disputa aperta con la Russia e con la Corea del Sud per il controllo di alcune isolette ai margini delle frontiere marittime. In almeno due delle tre vertenze di Tokyo, quelle con Pechino e con Mosca, gli Stati Uniti appoggiano la posizione nipponica e, per i Trattati di mutua difesa vigenti, Washington è tenuta a intervenire a fianco dei giapponesi qualora si arrivasse allo scontro militare.

Al centro delle cronache internazionali, da almeno un paio d’anni, c’è il contrasto tra Cina e Giappone sulle isolette Diaoyu/Senkaku, che ogni tanto deflagra in fuochi d’artificio degni della tradizione pirica orientale. Se ne ricordano le fasi più salienti. Il litigio, strisciante da decenni e in tensione crescente dal 2010, esplode con violenza nell’aprile del 2012 quando il sindaco di Tokyo, il nazionalista ultra destro Shintaro Ishihara, propone alla città l’acquisto di tre delle cinque isolette deserte dai proprietari giapponesi, lanciando peraltro una sottoscrizione in occasione di un suo viaggio negli Stati Uniti. A luglio il premier Yoshihiko Noda dichiara che sarà il governo centrale ad acquistare e nazionalizzare le isole, per neutralizzare, si afferma ufficialmente, le strumentalizzazioni dell’ultra destra.

Pechino rigetta le spiegazioni e bolla la decisione come un’inaccettabile rottura dello status quo. Inizia una serie di scaramucce con tentativi di sbarco sulle Diaoyu/Senkaku da parte di attivisti cinesi che si scontrano con i guardacoste giapponesi.

Tra agosto e settembre, la rabbia anti-giapponese prorompe in decine di città della Repubblica popolare cinese con cortei bellicosi, attacchi alle catene commerciali nipponiche, vandalismi contro le auto di marca giapponese, persino l’incendio di una fabbrica Panasonic. Il governo di Tokyo decreta due giorni di chiusura di alcuni impianti di produzione in Cina, per la prima volta da quando, nel 1972, i due paesi hanno normalizzato i propri rapporti diplomatici. Quando la furia si placa, il Giappone segna fra le perdite 120 milioni di dollari in danni alle sue strutture mentre per alcuni mesi le vendite di auto giapponesi in Cina subiranno un crollo del 40-50% che la Nissan cercherà di arginare fornendo agli acquirenti cinesi assicurazioni che coprono i danni provocati da manifestazioni anti-giapponesi. Complessivamente l’export verso la Cina (al marzo 2013) vedrà un calo del 20%. [2]

Si intensificano le incursioni della Marina militare e dei guardacoste cinesi nelle acque contestate e alcuni allarmi aerei ma quella che segue è una fase di sostanziale raffreddamento degli animi. Weibo, l’equivalente cinese di Twitter, riceve l’ordine di bloccare la frase “Boicottare il Giappone” e durante le celebrazioni del Capodanno lunare viene bandito il “Tokyo Big Bang”, un gioco pirotecnico molto popolare che simula l’incendio di Tokyo. La calma è d’obbligo, anche perché nel frattempo sia la Cina sia il Giappone sono impegnati in una fase cruciale di cambiamenti politici.

Nel novembre del 2012 in Cina avviene il decennale cambio della guardia al vertice, con il passaggio del testimone ai nuovi leader della quinta generazione guidati da Xi Jinping. L’ha preceduta un anno al cardiopalma segnato da una violenta lotta interna, conclusa con l’espulsione dal partito e la successiva condanna all’ergastolo del controverso segretario del Partito comunista cinese (Pcc) di Chongqing, Bo Xilai, travolto da un enorme scandalo di corruzione e omicidi ma sostanzialmente accusato di voler riportare in auge i fasti e nefasti della Rivoluzione culturale e di aver violato le regole del partito.

In Giappone a dicembre Shinzo Abe torna a guidare il governo del paese, dopo la schiacciante vittoria elettorale del Partito liberaldemocratico e l’inabissamento precoce del Partito democratico. Le nuove leadership dei due paesi impiegano qualche mese per installarsi al potere e cominciare a imprimere il proprio marchio alla nuova fase aperta dal loro avvento. E nel frattempo prendono le reciproche misure.

Alcune sortite di Xi Jinping sulle dispute marittime fanno ben sperare. A fine luglio 2013, in una sessione speciale del Politburo dedicata a tale questione, il leader cinese afferma: “La sovranità resta nostra, ma la Cina deve essere pronta a mettere da parte le dispute e proseguire lo sviluppo congiunto dei mari”.

Pochi giorni dopo gli fa eco il ministro degli Esteri Wang Yi che all’inizio di agosto asserisce che la soluzione delle questioni marittime sarà raggiunta solo attraverso colloqui bilaterali e richiederà tempo; nel frattempo occorre sviluppare un codice di condotta per la gestione pacifica delle dispute, come richiesto dall’Asean (Association of South East Asia Nations) e dagli Stati Uniti. [3] Tuttavia il 23 novembre è proprio la Cina a suonare clamorosamente il gong di un altro round, annunciando l’istituzione di una nuova zona di difesa del proprio spazio aereo Adiz (Air Defence Identification Zone), che include le isole contese e si sovrappone alla zona di controllo giapponese e, sia pur in misura minore, a quella sud coreana.

Con questa decisione Pechino impone a chiunque sorvoli l’area di identificarsi e fornire i propri piani di volo all’Aviazione cinese, che in caso di inadempienza attuerà “misure difensive di emergenza”. Una mossa non illegittima ma inattesa, che provoca allarme e una levata di scudi diplomatica. Scontata la reazione avversa giapponese e l’allineamento Usa con Tokyo, come dai trattati sottoscritti, anche se Washington non si è mai pronunciata sulla sovranità delle isole. Il vice presidente John Kerry e il segretario della difesa Chuck Hagel definiscono entrambi l’azione cinese “un tentativo destabilizzante per alterare lo status quo nel mar della Cina orientale”.

Dal punto di vista di Pechino però, è esattamente l’opposto: è stata l’aggressività giapponese a cambiare lo status quo, arrivando a negare persino l’esistenza di un contrasto sulle isole; la decisione di Pechino sull’Adiz ne è la risposta speculare. E se il “Global Times”, quotidiano ufficiale a forti tinte nazionaliste, richiama scenari da nuova guerra fredda e scrive a chiare lettere che la Cina non tornerà indietro perché “siamo pronti a impegnarci in uno scontro prolungato con il Giappone. Il nostro scopo ultimo è sconfiggere la sua volontà di potenza e ambizione a istigare un conflitto strategico contro la Cina”, [4] voci più ragionevoli ma non meno autorevoli spiegavano, prima dello scoppio della crisi, che l’obiettivo cinese “è arrivare a una giurisdizione e a un pattugliamento congiunti nelle acque in questione per negare al Giappone il controllo unilaterale delle isole. Pechino vuole costringere il Giappone a modificare la sua posizione di ‘nessuna disputa territoriale'”. [5]

L’annuncio di Pechino ha subito dato il via a incursioni aeree senza preavviso di jet giapponesi e B52 americani all’interno dell’Adiz, che non sono sfociate in tragedia. La sfida a colpi di voli si è via via calmata ma le scaramucce in mare e nei cieli sono continuate, e rimane il rischio di incidenti gravi. Come quello sfiorato nel mare della Cina meridionale, tra Pechino e gli Stati uniti, il 14 dicembre 2013, quando una nave militare americana, la Uss Cowpes ha dovuto effettuare una manovra di emergenza per evitare la collisione con un vascello di scorta della (finora unica) portaerei cinese Liaoning le cui manovre, le prime in quel mare, gli americani stavano sorvegliando.

Il colpo finale ai rapporti fra Cina e Giappone è stato tuttavia assestato dal premier Shinzo Abe quando, il 26 dicembre 2013, si è recato in visita al famigerato sacrario di Yasukuni dove, insieme ai soldati giapponesi caduti in tutte le guerre, nel 1976 sono stati traslati quattordici criminali di guerra di classe A, cioè condannati a morte dal tribunale militare per l’Estremo Oriente (tra i quali il famigerato generale e premier Hideki Tojo). Un omaggio ripetuto più volte nel tempo, in modi più o meno eclatanti, da uomini politici ed esponenti del governo, che ogni volta ha provocato la reazione furiosa dei vicini asiatici i quali, vittime della efferata barbarie giapponese nel corso della seconda guerra mondiale, vedono nel luogo il simbolo del passato di aggressione militare del paese e nella visita rituale un disconoscimento delle loro sofferenze, per le quali il Giappone non si è mai sinceramente scusato.

Stavolta lo scontro verbale ha avuto il suo apice quando, nel generale stupore, gli ambasciatori cinese e giapponese a Londra si sono rimpallati la sorprendente accusa, presa di peso dall’immaginario globale nutrito da Harry Potter, di essere il perfido Voldemort che vuole distruggere la pace nel Pacifico. [6] Stavolta gli Usa hanno preso le distanze dal nazionalista Abe, il cui gesto è stato ritenuto controproducente nel momento in cui gli animi si agitano oltre misura. Nel clima concitato è stata vista con sospetto anche l’entrata in vigore dall’1° gennaio 2014 della nuova normativa sulla pesca nel mar della Cina meridionale emessa dal governo dell’isola di Hainan, che stabilisce per i pescherecci che intendono operare nelle acque sottoposte a quella giurisdizione l’obbligo di avere l’autorizzazione delle autorità cinesi. [7]

Filippine e Vietnam hanno subito condannato il regolamento mentre il ministro della difesa giapponese Itsunori Onodera lo ha messo in relazione diretta con la provocazione dell’Adiz. Alle accuse Pechino ha risposto che si tratta solo di un necessario processo di razionalizzazione delle norme, essenziale per una provincia che, vivendo in gran parte di pesca, ha bisogno di regolamentarla. Parallelamente Manila incita i propri pescatori a ignorare le nuove regole. Se la veduta d’insieme dell’oggi resta confusa e non induce all’ottimismo in quanto a sbocchi, analizzare uno a uno i protagonisti può chiarire in parte le dinamiche in corso.

NOTE

  • [1] Evan A. Feigenbaum, Robert A. Manning, In the Battle for Asia’s Soul, Which Side Will Win – Security or Economics?
  • [2] Richard Katz, Mutual Assured Production, “Foreign Affairs”, July-August 2013.
  • [3] Eva Hulsman Knoll, La Cina non sa ancora cosa farà da grande, in Che mondo fa, “Limes”, 11 dicembre 2013.
  • [4] Japan prime target of ADIZ tussle, 29 novembre 2013.
  • [5] Ren Xiao, direttore del Centro studi della politica estera cinese dell’Università Fudan, Diaoyu-Senkaku disputes, A view from China.
  • [6] Una controffensiva a tutto campo è tuttora in corso e coinvolge anche l’infanzia. A Hong Kong vengono vendute armi giocattolo che recano sulla confezione esterna la scritta: “Le isole Diaoyu sono territorio della Cina”. In Giappone le scuole hanno ricevuto dalle autorità disposizioni che chiedono di insegnare ai bambini che le isole al centro della disputa con Cina e Corea del Sud appartengono inequivocabilmente al loro paese.
  • [7] Hai-handed, 13 gennaio 2014.

Continua

Questo testo è il capitolo “Il triangolo fatale delle Diaoyu/Senkaku. La Cina avanza, il Giappone declina, gli Usa riscoprono l’Asia… e la contesa sulle isole precipita” scritto dalla giornalista ed esperta di Asia Angela Pascucci per il libro Wars on demand – Guerre nel terzo millennio e lotte per la libertà. Il volume è stato curato Vicenza libera dalle servitù militari ed è stato pubblicato dalla casa editrice Agenzia X nella collana Global Books. Tutto il libro è rilascio con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate.

3 Responses to Wars on demand: il triangolo fatale delle isole Diaoyu-Senkaku / 1

  1. Gianni Sartori ha detto:

    un pro-memoria…

    Oltre 900 BASI AMERICANE nel mondo
    (Gianni Sartori)

    Ancora nel 2002 Zoltan Grossman (membro del Gruppo di informazione dell’Asia del Sud-Ovest) aveva analizzato la relazione tra “guerre umanitarie” americane e l’installazione di nuove basi in aree strategiche. All’epoca, in soli dieci anni, gli Usa avevano già collezionato un gran numero di interventi: Iraq, Somalia, Yugoslavia, Afghanistan…per citare soltanto i maggiori. L’elenco si allungherebbe se venissero conteggiate azioni come quella nelle Filippine meridionali, a Mindanao, contro il gruppo islamico Abu Suyyaf.
    Ufficialmente queste spedizioni dovevano servire a rovesciare dittature, impedire pulizie etniche o fermare il terrorismo islamico. Ma, secondo Grossman, gli Stati Uniti stavano soprattutto “affrontando il loro declino economico nei confronti dell’Europa e dell’economia asiatico.orientale ( “blocco dell’euro e blocco dello yen”).
    Tali interventi andrebbero interpretati “soprattutto come una reazione alla nuova realtà geopolitica”.
    “A partire dal 1990 –sottolinea l’autore- sulla scia di ogni intervento su larga scala, è rimasta una sfilata di basi militari in regioni nelle quali gli Usa non avevano mai avuto un appiglio”. I militari statunitensi si sarebbero “inseriti in queste zone consolidandovi l’influenza Usa, proiettando il dominio in regioni strategiche per contrastare futuri concorrenti economici, per creare un cuneo, un “blocco del dollaro”. Mentre gli interventi militari erano ancora in via di progettazione “i pianificatori si concentravano sulla costruzione di nuove installazioni militari o nell’assicurarsi il diritto di utilizzare come basi quelle già esistenti sul territorio”. A guerre concluse le truppe non si sono ritirate, dando origine a rancori nei loro confronti da parte delle popolazioni locali.
    Quindi se è vero che “le nuove basi militari sono state costruite per appoggiare gli interventi” è altrettanto realistico pensare che “gli interventi hanno offerto l’occasione per ottenere tali basi”.
    In questo modo gli Usa hanno acquisito un “solido aggancio nella terra centrale fra l’Europa a ovest, la Russia a nord e la Cina a est”, dalla Bosnia al Pakistan.
    Attualmente gli Usa importano dal Golfo poco più del 5% del loro petrolio; il resto va principalmente in Europa e Giappone.
    Sarebbe evidente che lo scopo principale era garantirsi “il controllo da parte di società americane delle forniture di petrolio, sia per l’Europa che per l’Asia Orientale” come aveva denunciato anche il presidente francese Chirac.
    La guerra del Golfo del 1991 ha lasciato basi di grandi dimensioni in Arabia Saudita e nel Kuwait, oltre al diritto di mantenere basi in altri stati: Bahrain, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti.
    Senza dimenticare quelle già esistenti in Turchia.
    DALLA SOMALIA AI BALCANI
    Anche l’intervento del 1992-93 in Somalia aveva probabilmente il medesimo scopo. Ma in Somalia gli Usa, già alleati del dittatore Siad Barre, commisero l’errore di schierarsi con alcuni signori della guerra contro il potente Aidid, perdendo in un solo combattimento una ventina di soldati. Dopo il loro ritiro hanno acquisito una base nel porto di Aden, dall’altra parte del Mar Rosso, nello Yemen.
    Qui nel 2000 hanno subito un pesante attacco da parte di Al Qaeda.
    Gli interventi nei Balcani (Bosnia 1995 e Kosovo 1999) permisero agli Usa di insediare altre basi in Albania, Bosnia, Macedonia, Ungheria, oltre all’enorme complesso di Camp Bondsteel nel Kosovo.
    L’intervento in Afghanistan si spiega con la “posizione storicamente strategica di questo paese che cavalca l’Asia meridionale, l’Asia centrale e il Medio Oriente”. Inoltre l’Afghanista si trova sul percorso proposto per l’oleodotto dell’UNOCAL, tra i campi petroliferi del Caspio e l’Oceano indiano.
    Ancora prima dell’11 settembre, gli Usa stavano già inviando truppe nell’ex repubblica sovietica dell’Uzbekistan. La guerra ha poi reso possibile la costruzione e il diritto di utilizzo di basi in Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan e Tajikistan. La perenne instabilità fornisce agli Stati Uniti la giustificazione per una permanente presenza militare nella regione, arrivando a ipotizzare l’uso del dollaro come nuova moneta afgana.
    Prossimi obiettivi potrebbero essere, oltre all’Iran, lo Yemen e la Somalia per la posizione strategica dei loro porti.
    Anche le “esercitazioni congiunte” di militari statunitensi e truppe filippine contro il gruppo Abu Sayyaf (ma probabilmente anche contro la guerriglia della minoranza Moro) avevano lo scopo di ristabilire il diritto a utilizzare le basi, dopo che il Senato filippino aveva negato il mantenimento della base aerea Clark e della base navale di Subic, come richiesto dai gruppi nazionalisti.
    Nuove basi nelle Filippine garantirebbero agli Usa il controllo in Asia orientale e probabilmente non susciterebbero troppe critiche da parte di Pechino (come invece è accaduto per il Kyrgyzstan).
    Tra le future aree del mondo che potrebbero diventare oggetto di interventi americani c’è anche l’America Latina, in particolare la Colombia (con il pretesto della guerriglia delle Farc) e il Venezuela.

    CONTRO LE BASI
    Nel gennaio del 2004 a Munbai si era costituita una Rete internazionale contro la presenza militare Usa, da Portorico all’Iraq, passando per Camp Darby e Aviano.
    L’ecologista Marinella Correggia ricordava che “ questa Rete è nata per contrastare un’egemonia militare che continua a crescere come un cancro nel globo, pericolosa per l’incolumità del pianeta e dei suoi abitanti”.
    E talvolta la resistenza è possibile. A Vieques, isola di Portorico, nel 2003 (dopo 63 anni di esperimenti militari) gli abitanti sono riusciti ad allontanare l’US Navy. Naturalmente i terreni rimangono contaminati (uranio, agente orange…) e richiedono una radicale bonifica.
    In Brasile era stato il primo governo Lula a non rinnovare la concessione della base di Alcantara, praticamente regalata agli Usa dal governo Cardoso nel 2000.
    Lottano invece ormai da più di trenta anni circa 2000 chagossiani che vorrebbero ritornare nella loro isola, Diego Garcia nell’arcipelago Chago (stato delle Mauritius), da cui vennero scacciati con minacce e intimidazioni. L’isola è ora deturpata dalle caserme, gli alberi sono stati tagliati, il mare è inquinato…e da qui sono partiti i B52 per bombardare Afghanistan e Iraq. Nel 2000 una corte inglese aveva riconosciuto il loro diritto al ritorno, ma in un processo successivo la sentenza è stata annullata. In Corea le proteste per i numerosi delitti commessi dai militari statunitensi hanno costretto il governo a inserire un memorandum sulla protezione ambientale nel Sofa (Status of overseas forces agreement), Anche negli Usa la mobilitazione popolare ha portato alla chiusura di alcune basi nella baia di San Francisco.
    Risale invece a qualche anno fa la lotta delle donne pacifiste inglesi contro la base di Greenham, accusata di aver fatto nascere una estesa “economia della prostituzione”.
    Sul legame tra presenza militare americana e sviluppo della prostituzione, soprattutto in Asia, Richard Poulin aveva pubblicato “Prostituzione/globalizzazione incarnata” (ed. Jaca Book). Tutto avrebbe avuto inizio con le guerre di Corea e del Vietnam, quando il governo americano negoziò la realizzazione di veri e propri “campi del sesso” per le truppe sia in Corea che in Thailandia. In questo paese il numero delle prostitute passò rapidamente da 20.000 a 400.000. In seguito, a guerre finite, il governo tailandese ricevette almeno due milioni di dollari di finanziamento dalla Chase Manhattan Bank per organizzare il turismo sessuale per reduci e militari. Attualmente in Thailandia ci sarebbero due milioni di prostitute, il 33% minorenni.
    In base ai dati che ci hanno fornito Gerry Condon ed Helen Jaccard, esponenti di Veterans for Peace e di Bradley Mannig Support Network, attualmente le basi statunitensi nel mondo sarebbero oltre 900. In quanto indigeno nativo devo poi amaramente constatare che almeno tre di queste deturpano il paesaggio vicentino: Ederle, Pluto e l’ultima arrivata, il Dal Molin (per non parlare di depositi come alla Fontega o di villaggi americani e altre amenità). Almeno con la Crimea stavolta gli è andata male.
    Gianni Sartori

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