“Operaio in mare aperto”: conversazioni su storia, lavoro, politica e cooperazione

Operaio in mare aperto

Operaio in mare aperto

Anticipiamo di seguito un estratto del libro Operaio in mare aperto – Conversazioni su lotta, uguaglianza, libertà (EGA-Edizioni Gruppo Abele, 10 euro) in uscita per domani. Si tratta di un dialogo tra Gianni Usai e Loris Campetti, un racconto che inizia in Sardegna e in Sardegna ritorna passando attraverso Mirafiori, il lavoro, il biennio rosso ’68-’69, il conflitto, il terrorismo, la politica, la cooperazione, la ricerca.

di Loris Campetti e Gianni Usai

Gianni Nella mia postazione utilizzavo lime e chiavi di ogni tipo, a stella, a brugola, fisse, chiavi che io stesso dovevo costruirmi o modificare per poter lavorare su mandrini, alberi e cuscinetti. I miei primi amici e maestri in fabbrica sono stati operai piemontesi più adulti di me, come Carlin Sartori, Barbaceccu. Carlin tifava Toro e pianse come un vitello quando Gigi Meroni perse la vita in un incidente stradale. I macchinari arrivavano dagli aiuti del piano Marshall, provenivano dalla Ford e dalla General Motors e avevano uno scudetto con scritto ‘dono del popolo americano’, in cambio del repulisti ordinato dall’ambasciatrice Usa, Clare Boothe Luce, per spazzare via dalla fabbrica comunisti e militanti della Cgil.

Carlin era il più bravo del reparto, le sue capacità erano riconosciute da tutti, al punto che poteva permettersi di giocare a calcio tra le macchine durante una pausa, con una palla fatta di stracci, senza che le gerarchie intervenissero. Io ero un po’ preoccupato a partecipare alla partitina, ma ero sotto la sua protezione. Mi ha insegnato a farmi rispettare dagli altri operai. Non era un militante ma non era neanche supino di fronte alle regole della fabbrica-caserma. Tieni conto che in quegli anni, dal ’63 all’autunno caldo, non era facile individuare i compagni; gli iscritti alla Fiom erano giustamente diffidenti, si muovevano nell’ombra, erano tra i pochi sopravvissuti ai licenziamenti degli anni Cinquanta. Nessuno scioperava, e solo più tardi, verso il ’65, ho conosciuto i primi compagni, come Giovanni Rocher, un bravo tornitore inquadrato in una categoria inferiore perché era comunista e non piegava la testa davanti al capo.

Poi ho incontrato un ex partigiano, sopravvissuto ai reparti confino, si chiamavano Osr, officine sussidiarie ricambi, ma per i comunisti quella sigla si traduceva in Officine stella rossa a causa dell’alta concentrazione di militanti. Ho conosciuto i membri delle commissioni interne, pensa che la Fiom ne aveva soltanto due in tutta la Meccanica dove lavoravano 14 mila operai. Il primo sciopero che ricordo e a cui ho partecipato risale al ’66, ma da me aderimmo solo in 6 su 1.200. Fuori dallo stabilimento furono mandati i poliziotti del famigerato 5° Celere di Padova; i poliziotti avevano viaggiato tutta la notte, erano infreddoliti e inferociti, era chiaro che volevano sfogarsi.

Si sfogarono a manganellate contro noi operai ai picchetti, poco più di quattro gatti. Gli unici a poter fare apertamente attività sindacale erano quelli del Sida, l’organizzazione sindacale filopadronale inventata e foraggiata dalla Fiat. Ti chiedevano di prendere la tessera promettendo in cambio favori, sicurezza e carriera. Io avevo già i miei anticorpi, molto avevo imparato in famiglia e qualcosa cominciavo a capire in fabbrica. Fu Rocher a farmi la prima tessera della Fiom, non ricordo se era il ’66 o il ’67, mi ritrovai insieme ai militanti più anziani, il fabbro Rei che lavorava alla lamiera, Peppino, un barese del Pci, un calibrista ex partigiano. Ma in fondo ero ancora un ragazzo e come tutti i ragazzi di quegli anni avevo la testa altrove, però di sicuro in fabbrica non ero un leccaculo.

Suonavo la batteria e un mio fratello la chitarra, dove capitava facevamo concertini. Avevamo costruito un gruppo che si chiamava Le colonne sonore; con il frate Domenico all’organo e un pugliese che cantava facemmo una messa beat nella chiesa dei Cappuccini, ma l’esperienza non si ripeté perché non tutti avevano condiviso quella novità perché anche nella chiesa, come in fabbrica, l’ordine gerarchico non era stato ancora messo in discussione.

(Dopo l’esperieza traumatica della naja e all’ospedale militare, Gianni Usai è di nuovo a Mirafiori, ndr)

Loris A settembre del 1967 il piccolo sardo malandato torna a Mirafiori e viene spostato dalla Meccanica 1 alla Meccanica 2. Ogni mattina lo trasportano in pullman a Rivalta a installare gli impianti del nuovo stabilimento automobilistico Fiat. Ma l’aria in fabbrica comincia a farsi più respirabile, qualcosa si muove sotto traccia; anche se il ’68 studentesco e il ’69 operaio non si intravedono all’orizzonte, esploderanno all’improvviso e ancora oggi è aperta una discussione – almeno tra i pochi appassionati del genere come noi – sul rapporto tra continuità e rottura: a innescare le lotte fu il lavoro sotterraneo di compagni come Rocher, che avevano tenuto accesa la fiammella in anni duri, oppure la rivolta di una generazione di giovani meridionali catapultati a Torino, sfruttati e senza casa che rifiutavano l’ordine e le leggi della fabbrica?

Furono i giusteur come Gianni delle Meccaniche o quelli delle Carrozzerie alla catena di montaggio che Lotta continua chiamava ‘operai massa’ a scatenare il ’69 operaio? Ragionandoci a distanza di tempo, a sangue freddo, si potrebbe concludere ecumenicamente che l’intreccio delle due anime ha provocato la scintilla che ha dato luogo all’incendio. Giusteur, aggiustatore, è sinonimo di professionalità, di lavoro di fino che a Torino indica l’operaio che fa i barbisin a le musche, capace cioè di rifinire perfino i baffetti alle mosche. Giusteur è il soprannome affibbiato a Gianni, e così verrà chiamato in seguito dai suoi compagni al manifesto.

Gianni Nella primavera del ’69 partirono i primi scioperi proprio alle officine ausiliarie. Aumenti al merito e passaggi di categoria erano la causa scatenante del conflitto con l’azienda. Tanto per farti capire, si trattava di strumenti nelle mani dei capi che continuavano a puntare non sulle capacità ma sulla cieca obbedienza agli ordini superiori, cosicché le promozioni e gli aumenti erano decisi in modo mafioso, sulla base dell’orientamento politico di noi operai.

Dovevi superare una prova in un repartino, lavorando di lima su un parallelepipedo per modellarlo perfettamente e portarlo alle dimensioni e alle caratteristiche richieste, ma era una presa per il culo perché c’era chi lo faceva alla macchina rettificatrice e il risultato era ovviamente perfetto. Era una prova finta che secondo le nostre richieste doveva essere eliminata e il passaggio di categoria avrebbe dovuto invece essere garantito dalla verifica sul lavoro che realmente facevi durante la giornata; volevamo sganciare il passaggio dal parere politico del caposquadra.

Trovavamo umiliante ottenere il passaggio dalla 3° alla 2° categoria grazie al fatto che qualcuno ti aveva allungato sotto banco il parallelepipedo lavorato alla macchina rettificatrice. Chiedevamo l’eliminazione degli aumenti al merito sostenendo che bisognava, al contrario, ridurre le sperequazioni cresciute in fabbrica, portando avanti chi aveva le paghe più basse. Eravamo riusciti a coinvolgere i nostri compagni di lavoro prima ancora dei membri delle commissioni interne, ossificati, non scelti dai lavoratori ma nominati dalle organizzazioni sindacali.

C’erano compagni del Pci, o senza alcuna tessera, che magari non avevano mai letto Gramsci e non sapevano cosa volesse dire “rossi ed esperti”, ma sapevano farsi rispettare perché avevano la schiena dritta e anche perché facevano bene il loro lavoro. Io avevo sentito parlare di Gramsci dai vecchi operai; all’inizio credevo che fosse un sindacalista. Mi sono dovuto rimettere a studiare per saperne di più.

Loris Alcuni comunisti, ci diciamo con Gianni, esageravano anche con questa storia che bisognava essere i primi nel lavoro, ma erano i figli della Vetturetta, quelli che nel dopoguerra volevano dimostrare di essere più bravi del padrone a progettare e costruire automobili, al punto che si erano inventati un’utilitaria che facevano girare nelle Feste dell’Unità. Era molto simile a quella che poi sarebbe stata la Seicento, il motore del boom economico targato Fiat.

L’idea era nata nella testa di Egidio Sulotto, figura mitica del sindacato torinese, partigiano, comunista, segretario del Consiglio di gestione Fiat dopo la guerra, licenziato per rappresaglia da Valletta nel ’49, quindi segretario della Fiom e della Camera del lavoro, infine deputato comunista. Nel ’52, in occasione del salone dell’automobile, la Cgil lanciò una provocazione e presentò il modello – disegnato da un gruppo di progettisti dell’azienda torinese amici della Fiom – che la Fiat non aveva: una vetturetta fatta dai lavoratori per i lavoratori, 400 cc di cilindrata, poco consumo e un costo accessibile a quelle che al tempo si chiamavano maestranze.

L’utilitaria del popolo. La Vetturetta, quell’ambizioso prototipo operaio, rimase poi nella sede della Camera del lavoro finché non se ne persero le tracce il giorno del trasloco della Cgil, quando già marciava per le strade d’Italia la Seicento. Ma arriviamo al ’68, alla rivolta degli studenti, al ’69, agli operai, con gli studenti e agli extraparlamentari davanti ai cancelli di Mirafiori a fare lavoro politico.

Gianni Quelli di Lotta continua hanno preso un abbaglio, erano convinti che tutto stesse nascendo all’insegna dello spontaneismo, dimenticando gli anni di resistenza e di costruzione faticosa nelle officine e nelle linee. Anche dentro c’era da discutere con chi voleva passare l’intero turno di lavoro a confrontarsi su lotte e politica, ma io rispondevo che c’è un tempo per discutere e uno per lavorare, perché altrimenti il mio lavoro avrebbe dovuto farlo un altro. Il nostro fu il primo sciopero a Mirafiori.

All’ora stabilita ci fermammo tutti e restammo seduti al posto di lavoro. I capi erano esterrefatti, non riuscivano a capire e accettare quel che stava avvenendo, cose per loro, e, anche per noi, mai viste. Poi lo sciopero dalle ausiliarie si estese per contagio alle officine 31, 32 e 33 della Meccanica 2. Ricordo il capofficina, cavalier Armandi, quasi in lacrime. Uno dei momenti più esaltanti fu quando, dopo l’estate, cadde il muro che separava i vari settori di Mirafiori, un muro impenetrabile, alzato per impedire il contatto, l’incontro tra storie e culture diverse: un corteo delle Meccaniche si incontrò con quello, gigantesco, proveniente dalle Carrozzerie, sotto il tunnel dove passavano i nastri trasportatori che portavano le parti delle vetture all’assemblaggio finale.

Un compagno di Lotta continua, Parlanti, raccontava di come fossero riusciti a trascinare i più resistenti, gli operai esitanti: quelli in testa al corteo avevano una fune con cui trascinavano avanti tutti. Era un corteo più rumoroso del nostro, assordante, fatto dagli operai più sfruttati alla catena e dunque più incazzati, i famosi “operai massa”. Noi avevamo un’altra storia, un diverso linguaggio e sistemi diversi per costruire egemonia in officina. Ma ci siamo mescolati, stava iniziando l’autunno caldo. A luglio era esplosa la rabbia popolare in corso Traiano, con i giorni di scontri tra operai, proletari, sottoproletari e polizia.

La ragione della protesta era la mancanza di alloggi, si rivendicava il diritto alla casa. Negli anni Settanta a Torino si sarebbe poi gridato: “vogliamo un affitto proletario, dieci per cento del salario”. Io a luglio non c’ero, perché per noi delle ausiliarie le ferie andavano fatte in quel mese. Ad agosto, a fabbrica svuotata, avremmo potuto lavorare sulle macchine e gli impianti fermi. Ero andato in vacanza vicino a Castelsardo, era l’anno dello sbarco americano sulla Luna.

Loris Dunque l’autunno caldo, la rottura delle gabbie e l’unità tra carrozzieri, meccanici, pressaioli, operai delle fonderie. Esplode la lotta, si scopre la politica, si contestano le degenerazioni burocratiche dei sindacati, si vuole decidere da soli da chi farsi rappresentare. Sta lentamente maturando l’idea dei consigli di fabbrica con i delegati di gruppo omogeneo, eletti direttamente dai lavoratori a prescindere dall’iscrizione o meno a un sindacato. Gianni non riesce a ricordare gli slogan dei primi cortei.

Gianni Più che gli slogan era il rumore a farla da padrone con le latte battute come tamburi. Quei primi cortei di massa, casinisti, urla e fischi, ora allegri ora incazzati, erano come la lava che erutta da un vulcano. Alle Carrozzerie c’era poco Pci e molto spontaneismo, i capipopolo erano quasi tutti meridionali e lì attecchì di più Lotta continua.

Alle Presse e alle Meccaniche, invece, era forte il Partito, non si diceva il Pci ma il Partito, e si parlava soprattutto piemontese. Io non ho mai preso la tessera del Pci, almeno quella me la sono risparmiata. Le prime riunioni politiche precedettero di poco il primo vero amore; dopo le amichette in sala da ballo, incontrai Anna, la donna che avrei sposato nel ’71. Ho fatto qualche riunione nella sede di Lotta continua in via Passo Buole, lì ho ascoltato i dirigenti nazionali, Sofri, Viale, ma non mi convincevano proprio per le differenze di cui ho parlato prima, per quell’esasperazione dello spontaneismo che era solo una delle due facce della medaglia.

Più tardi mi avvicinai al manifesto, grazie soprattutto ad Anna, una sarta friulana che amava i gatti, i fiori e ascoltava Chopin. Fu lei a comprare il primo numero del giornale, ricordo il sommarione di prima pagina e fu amore a prima vista: “Dai duecentomila della Fiat riparte oggi la lotta operaia. E’ una lotta che può far saltare la controffensiva padronale e i piani del riformismo. Corrispondenza dalla prima base rossa di Mao”. La prima riunione nella vecchia sede del manifesto me la ricordo per il fumo che non lasciava respirare, ma anche per le parole di un compagno di Mirafiori, il nome posso dirtelo ma tu non puoi scriverlo, che sottovoce mi disse: “Perché non andiamo a Lotta continua, lì ci sono un sacco di compagne bone…”.

Loris Nell’autunno del ’69 le lotte operaie e le manifestazioni dentro e fuori la fabbrica si concentrano intorno all’obiettivo principale: il contratto dei metalmeccanici. E’ in tale contesto che comincia a prendere forma la figura dei delegati di gruppo omogeneo che diventeranno l’ossatura dei consigli di fabbrica. Le sigle sindacali, Fim, Fiom e Uilm, cominciano a lavorare insieme superando la stagione della rottura e degli accordi separati che proprio nel 1962, l’anno in cui Gianni era sbarcato a Torino, avevano provocato una vera e propria rivolta in Piazza Statuto, dove la sede della Uil era stata assaltata nel corso di una protesta spontanea causata da un accordo separato, neanche a dirlo con la Fiat.

A guidare l’assalto e gli scontri con la polizia erano stati soprattutto operai, proletari e sottoproletari meridionali, accusati di essere dei provocatori persino dal Pci. Giancarlo Pajetta ne era uscito con un occhio nero. La ricostruzione di quegli scontri si può trovare nel libro di Dario Lazardo La rivolta di piazza Statuto. Sono passati sette anni da quei giorni, in piazza oltre agli operai metalmeccanici ora ci sono anche gli studenti. Insieme lottano contro gerarchie e false morali, in fabbrica, a scuola, in famiglia, in chiesa.

Gianni è fin da subito delegato di fatto, anche se la formalizzazione del ruolo, con tutte le garanzie conquistate a tutela dei rappresentanti operai, arriverà solo più tardi, tra il ’72 e il ’73, in piena Flm, il sindacato dei consigli dove la sigla originaria d’appartenenza conterà sempre meno. Il ’69 è il momento più alto della lotta operaia in Italia, forse in tutta la sua storia, la dimostrazione che l’unica unità vera è quella costruita nei luoghi di lavoro e dentro il conflitto, non a tavolino tra sigle contrapposte.

Siamo di fronte a un processo di crescita che bloccherà, almeno per una stagione, il tentativo dei sindacati di appropriarsi del movimento e stemperarne le rivendicazioni. Con il contratto e l’avvio della costruzione della Federazione lavoratori metalmeccanici arriva anche la stagione delle provocazioni che ha l’obiettivo di provare a riportare lo stato delle cose all’ordine precedente, fermando il processo di emancipazione dell’intera società italiana. Il 12 dicembre esplodono le bombe a Milano, il detonatore acceso dalla destra, sia eversiva che governativa, chiamata in correo da servizi e apparati dello Stato per chiudere la stagione iniziata nel ’68, quella che aveva favorito la crescita del Pci.

Gianni I miei ricordi di piazza Fontana sono legati a un schermo televisivo in bianco e nero, e alle discussioni in fabbrica soprattutto con i compagni del Pci. Ci si scaldava sui tentativi reazionari in politica ma anche sul modo di stare in piazza, sullo scontro tra le forze della sinistra tradizionale e i gruppi extraparlamentari. Io ero incerto, non avevo ancora deciso con chi stare. Con il passare dei mesi era anche cresciuta la paura di un colpo di stato di destra, sicché mi trovai come d’incanto in un casolare di montagna che alcuni compagni stavano restaurando per avere pronto un nascondiglio in caso di golpe.

Il complottismo era una malattia della nuova sinistra, e io non mi trovavo a mio agio: se devo farmi il culo lo faccio in fabbrica a costruire relazioni e movimento, mi dissi, e non tra questi quattro ruderi a costruire la difesa da presunti attacchi fascisti. Dopo le riunioni nella sede di Lotta continua, fu al manifesto che scoprii davvero la politica. La mia crescita era iniziata con Anna sulle pagine dell’Espresso, te lo ricordi quando aveva quel formato lenzuolone? Poi il primo numero del manifesto, le riunioni fumose, le elezioni politiche del ’72 e la candidatura nelle nostre liste di Pietro Valpreda, detenuto con l’accusa falsa di essere responsabile delle bombe di piazza Fontana.

In un seminario di formazione cominciai a conoscere i dirigenti, da Massimo Serafini a Rossana Rossanda, ricordo le lezioni di Lucio Magri che voleva convincerci a leggere i Grundrisse in tedesco. Ripresi a studiare, del resto lo slogan era ‘metà studio metà lavoro’. Un’intera generazione operaia si acculturò nei corsi delle 150 ore strappate con il contratto. Feci un corso di lingue e presi il diploma, ma non lessi mai i Grundrisse in lingua originale.

Capivo più di fabbrica che di politica, e di fabbrica parlavo anche nelle riunioni nella casa del Grillo a Roma, che era l’abitazione di Magri e altri dirigenti del manifesto, nonché la prima sede informale del gruppo politico. Dopo la sconfitta elettorale del ’72 – ti ricordi i manifesti ‘”Libera Valpreda, vota manifesto”? – fui cooptato nel comitato centrale. Imparai molto, ne valeva la pena anche per non restare rinchiuso in officina: lavoravo tutta la settimana e la sera del venerdì mi infilavo in una cuccetta sul treno notturno per Roma, e dopo un weekend di riunioni, riprendevo il treno per essere regolarmente in fabbrica il lunedì.

Quelli di Lc ci sfottevano, teorizzavano l’operaio rozzo e troglodita, tutto rabbia e muscoli. Un compagno del Pci, Gianni Marchetto, li prendeva in giro sulla definizione di operaio massa: – ce n’è uno solo, diceva – e si chiama Massa Giovanni. Riportavo in fabbrica quel che imparavo nell’attività politica, e nelle riunioni del manifesto riportavo il sapere operaio. Noi operai non eravamo subalterni a un’ideologia e a dei leader carismatici, si cresceva insieme e le scelte erano frutto di un lavoro collettivo. Su questa base riuscimmo a costruire un forte gruppo operaio a Mirafiori che raccolse un certo successo tra i lavoratori.

Crescevamo dentro i consigli di fabbrica e nelle vertenze, officina per officina, alla sala prova motori contro i rumori, alle linee di montaggio per modificare i tempi della catena, alle presse contro gli infortuni finché non si ottenne un sistema di sicurezza con il doppio bottone da premere per evitare che una mano finisse stritolata sotto la pressa. L’abbiamo trasformata la fabbrica che prima era un inferno. Io stesso ho rischiato di morire fulminato lavorando a un trapano su una base magnetica: mentre facevo avanzare il trapano per fare dei fori di precisione ho preso una scossa terribile, mi salvò un vecchio operaio tirandomi fuori la lingua.

Posto per posto i delegati, insieme ai lavoratori, analizzavano i rischi e la nocività, e sulla base dell’inchiesta operaia si costruivano le vertenze, si imponevano le pedane per gli operai più bassi e i rialzi delle postazioni per quelli più alti, le linee aeree a cui bisognava operare a braccia alzate furono sostituite dalle linee piane, i fumi delle lavorazioni furono incanalati e risucchiati dagli aspiratori. Non voglio dire che ci eravamo impossessati della fabbrica, ma sicuramente avevamo imposto importanti modifiche dell’organizzazione per migliorare le condizioni di lavoro, intervenendo sui tempi, rallentando le linee, conquistandoci le pause.

Loris Il lavoro di mappatura della fabbrica di cui parla Gianni coinvolge tecnici, ricercatori e scienziati che si mettono a disposizione della Flm e dei consigli di fabbrica. A Torino un forte contributo viene da Ivar Oddone, commissario politico garibaldino nella Resistenza, medico del lavoro, autore del trattato Esperienza operaia, coscienza di classe e psicologia del lavoro. In molte realtà del nord Medicina democratica lavora organicamente con le nuove strutture del movimento operaio.

Un esempio particolarmente significativo è rappresentato dal lavoro sulla salute svolto alla Montedison di Castellanza dal consiglio di fabbrica con la collaborazione di Giulio Maccacaro, medico e scienziato, direttore della rivista Sapere e fondatore della rivista Epidemiologia e prevenzione. E proprio a Castellanza, un bel giorno, nella seconda metà degli anni Settanta, arriva il presidente della Camera dei deputati, Pietro Ingrao, per discutere, con i delegati che l’hanno invitato, di lavoro, salute, democrazia, politica. Questo incontro, per il suo valore simbolico, rappresenta uno dei punti più alti nel rapporto tra movimento operaio e istituzioni; qui si tocca il vertice di una parabola che inizierà la sua discesa dopo la sconfitta del 1980 alla Fiat.

Con gli scienziati il sindacato dei consigli discute di innovazioni tecnologiche che alcune volte vengono imposte con le lotte operaie per migliorare le condizioni di lavoro, altre volte subite, cioè imposte dal padrone per dividere i lavoratori e ridurre l’occupazione. Leggiamo nei cessi di fabbrica, ingentiliti dalla prosa politica creativa, come veniva parafrasato il Berthold Brecht della poesia Generale il tuo carro armato: “Agnelli il tuo robot è una macchina perfetta ma ha un difetto, ha bisogno di un operaio che gli metta sotto i pezzi e lo faccia partire. L’operaio ha un difetto, può scioperare”. Oppure, in un altro cesso in rima alternata: “Qui sotto lavora Smart/ robot intelligente/ Se il basamento è storto/ lo gira senza dire niente/ Se però non gli metti sotto i pezzi/ e schiacci il bottone/ rimane fermo immobile/ come un coglione”. Ma torniamo dove eravamo rimasti.

Questo testo è stato pubblicato anche sul sito Inchiesta Online

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