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Ucraina ed Europa senza pace. Storie di energia fossile e nucleare

di Mario Agostinelli

Continua a stupirmi una lettura episodica di eventi manifestamente collegati al modello energetico fondato sulle fonti fossili e la concentrazione degli impianti di produzione. E mi inquieta la scarsa propensione dei media nel collegare eventi distruttivi e guerre a questo stesso modello e agli interessi delle corporation che lo alimentano.

Geopolitica contro biosfera: ecco il nodo del conflitto tra fossili e rinnovabili; guerre contro relazioni e comportamenti sostenibili; controllo dell’informazione contro pluralismo e democrazia. Queste evidenze vengono raramente portate alla luce. Perciò, questa volta metto in fila qui tre storie diverse, che però hanno in comune la volontà dei governi e dell’establishment economico di rimanere ancorati all’attuale sistema di consumo e produzione di energia.

1. Il gas che attizza i roghi di Kiev

Torneremo a vivere in un continente che – come mezzo secolo fa – era metà sotto il tallone degli Usa e metà sotto quello dell’Unione Sovietica? Saranno ancora le armi ospitate sul suo territorio a segnare il ruolo subalterno dell’Europa tra i contendenti? La tragedia ucraina viene proposta in termini geopolitici non convincenti: l’Ucraina aderirà alla “democratica” Unione Europea o manterrà legami con il “dispotico” impero russo? È vero che i confini della moderna Ucraina contengono una crepa Est-Ovest, che è linguistica, religiosa, economica e culturale.

Ma finora la frattura non sembrava comportare irreparabili minacce di guerra. Ben più decisiva sembrerebbe la determinazione dell’economia e della finanza che dominano il mondo nello sfruttare fino allo sfinimento le fonti energetiche fossili che superano in enormi condotte grandi distese o giacciono sotto quelle grandi pianure, in spregio alla realtà del cambiamento climatico e in insostenibile alternativa al sistema diffuso delle fonti rinnovabili, là pressoché sconosciute.

Victoria Nuland, vice Segretario di Stato per gli affari europei – un superstite della cricca neoconservatrice che circondava George W. Bush – catturata da una telecamera nascosta mentre bisbigliava: “che gli Europei si fottano!”, parla esplicitamente di una lotta tra Europa e Stati Uniti, terrorizzati – questi ultimi – da un’alleanza geopolitica tra Germania, Francia e Russia all’interno della transizione energetica in corso.

La verità è che l’Europa attuale ha abdicato di fronte alla politica finanziaria ed energetica delle corporation multinazionali e alla geopolitica militare che punta all’annessione dell’Ucraina alla Nato: il modello dell’Est è fatto di carbone, gasdotti e giacimenti fossili da controllare con l’esibizione degli eserciti, mentre il controllo del clima viene subordinato alla competizione nel mercato.

Il fattore “conscatenante” dei roghi di piazza e dell’entrata dei blindati russi in Crimea potrebbe essere individuato nello shale gas, o meglio nelle grandi risorse di gas ucraine estraibili con la tecnica del fracking, con la conseguente concorrenza alle condotte che portano gas convenzionale dalla Russia interna ed estrema.

La possibile eppur trascurata spiegazione dell’intreccio economico che sta dietro la guerra civile di Kiev e l’invasione della Crimea, viene addirittura da una fonte insospettabile come il think thank Conservative Home, che si definisce la casa del conservatorismo. Harry Phibbs – il principale columnist del web di Conservative Home – ricorda che “lo scorso novembre ci fu un accordo di coproduzione da 10 miliardi dollari per il gas da scisto, firmato dall’Ucraina con la Chevron, che faceva seguito ad un precedente, simile accordo con la Royal Dutch Shell”. E aggiunge che “l’Ucraina è uno dei campi di battaglia per la rivoluzione dello shale gas, dato che finora l’Occidente per le sue forniture di petrolio e gas tradizionali è stato fortemente dipendente da un instabile Medio Oriente e da una Russia inaffidabile”

Questo serve anche a spiegare il rumoroso silenzio sulla vicenda ucraina del fedele amico di Putin, Silvio Berlusconi, e di buona parte del gotha energetico italiano che con Putin e con la sua oligarchia autoritaria dello Stato-mercato energetico russo fa e ha fatto affari d’oro, pur non ritraendosi dall’avventura del gas non tradizionale, finora avversata dall’UE.

Da tempo l’Ucraina punta a diventare, da problematico Paese di transito del gas russo, un Paese produttore di shale gas, sostenuto dalla Global Shale Gas Initiative promossa dagli Stati Uniti per fornire supporto tecnologico e know how attraverso il coinvolgimento delle proprie compagnie energetiche.

A riguardo, l’Italia non sta con le mani in mano. Scaroni, amministratore delegato del gruppo ENI in odore di riconferma col governo Renzi, il 27 Novembre 2013 ricordava, a margine della presentazione dell’opera della Madonna di Raffaello a Palazzo Marino, di avere 9 blocchi esplorativi per il gas non convenzionale nelle regioni vicine alla Crimea (Lliv).

Insomma: lo sfruttamento del gas non convenzionale da parte di Usa, ex satelliti sovietici e Cina potrebbe privare Mosca del suo ruolo di fornitore energetico dominante, togliendo al Cremlino una formidabile arma economica e geopolitica.

La partita tuttavia è apertissima, perché il diffondersi su scala globale di una shale gas revolution appare complicato da una serie di fattori economici e tecnologici, nonché dal suo devastante impatto ambientale.

Ma dovrebbe colpirci come questo acutissimo conflitto avvenga tutto all’interno delle vecchie fonti – gas, petrolio e, di riflesso, carbone – su cui si sostiene un modello che ha un presente di guerra, ma non ha un futuro né sul piano della soluzione della crisi ambientale e economica, né sul versante dell’occupazione e della democrazia. Ecco perché, quando è più evidente il richiamo delle armi, è tanto più urgente andare alle radici delle motivazioni per la loro entrata in campo. E la soluzione di una energia rinnovabile, decentrata, governata e conservata democraticamente sul territorio diventa a questo punto ineliminabile.

2. All’ombra di Fukushima riparte il nucleare nel mondo

Ventisette milioni di voti al referendum antinucleare basteranno a chiudere la partita? Si, solo se si tiene viva l’alternativa della riduzione dei consumi e della sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili e se si tiene d’occhio il rapporto inverso tra disarmo atomico e proliferazione del nucleare civile. Una tentazione quest’ultima che torna ad ispirare le politiche industriali delle potenze mondiali. In effetti, come prevedeva Hermann Scheer, questo primo quarto di secolo assisterà ad una sfida aperta tra sole e atomo.

Il peso degli interessi militari

A tre anni dalla tragedia, Fukushima non sembra decisiva quanto lo era stata Chernobyl trenta anni fa. E ciò nonostante che, dopo la fuoriuscita di 300 tonnellate di acqua altamente radioattiva dalla centrale, il governo giapponese abbia alzato già a metà del 2013 lo stadio di allerta al Livello 3, corrispondente su scala mondiale a un “incidente radioattivo grave”. Subito dopo il riconoscimento ufficiale della enorme gravità dell’evento, sui mercati si era diffuso il panico e alla Borsa di Tokyo i guadagni accumulati sino a quel momento erano evaporati completamente.

Il tracollo improvviso di 250 punti dell’indice azionario Nikkei 225 in seguito alle notizie sulle fuoriuscite radioattive da Fukushima rimarcava l’allarme per il riversamento nel Pacifico dell’acqua radioattiva presente nel terreno di Fukushima, e per l’accumulo fino a 40.000 miliardi di becquerel (unità di misura del Sistema internazionale dell’attività di un radionuclide, con 1 Bq che corrisponde ad 1 disintegrazione al secondo) nelle acque del mare.

Ma, se si sono turbati persino i mercati, chi ha messo il silenziatore all’opinione pubblica mondiale? E come mai l’energia nucleare torna saldamente nelle agende politiche di molti paesi, con proiezioni per nuovi impianti simili o superiori a quelli dei primi anni del nucleare? Con 70 reattori in costruzione in tutto il mondo di oggi, sltri 160 o più programmati a venire durante i prossimi 10 anni e centinaia di impianti in cantiere, l’industria nucleare globale sta chiaramente avanzando con forza. La maggior parte dell’aumento della capacità (oltre l’80%), verrà concentrata nei paesi che già utilizzano il nucleare e posseggono armamenti nucleari.

Quindi, bisogna ancora una volta non sottovalutare il ruolo dell’apparato militare nel sostegno al nucleare civile. A cominciare dall’Europa, che va alle elezioni senza un dibattito evidente sulla propria politica energetica e la sicurezza e chiusura dei suoi reattori. Anzi, il rilancio annunciato del nucleare inglese – con la collaborazione francese – esprime l’ambizione di Gran Bretagna e Francia di ritornare “grandi potenze”. Il 21 ottobre 2013 il governo inglese conservatore, appellandosi a capitali e tecnologia d’oltre Manica, ha rilanciato l’impegno nucleare, dando via libera a un consorzio franco-cinese che costruirà due reattori nel sito di Hinkley C, il primo di almeno otto siti nucleari che dovrebbero “ridurre i costi energetici e la dipendenza da combustibili fossili e vecchi impianti”.

Se si guarda al retroterra militare del nucleare cosiddetto “civile”, non dovrebbe stupire più di tanto che l’atomo inglese possa parlare anche francese, non fosse altro che per riequilibrare la potenza economica tedesca in Europa.

Cameron, ha infatti confermato “l’irrinunciabilità dell’arsenale nucleare nazionale ai fini della preservazione degli interessi vitali del paese, almeno fino a quando si assisterà alla proliferazione orizzontale di armi di distruzione di massa e di sistemi missilistici balistici”. Il nucleare militare francese, altresì, punta a mantenere una deterrenza nucleare “limitata ma efficace, essenziale per la sopravvivenza della nazione”. Oggi, sia la Francia che la Gran Bretagna si oppongono alla de-nuclearizzazione dell’Alleanza Atlantica. E vogliono che la NATO rimanga un’alleanza nucleare e, mirando a un ruolo di prime potenze nell’area mediterranea si fanno promotrici dell’intervento contro il regime siriano, l’Iran, la Libia.

Contemporaneamente, la capacità nucleare si sta espandendo in Europa orientale e in Asia. La Cina si sta imbarcando su un enorme aumento della capacità nucleare a 58 GWe entro il 2020, mentre obiettivo dell’India è di aggiungere ai suoi in funzione da 20 a 30 nuovi reattori entro il 2030.

Intanto, mentre alcune comunità come in Finlandia e Svezia hanno accettato la costruzione locale di siti di smaltimento definitivo dei rifiuti nucleari importati, ci sono già esempi di globalizzazione dell’industria nucleare. A livello commerciale, entro la fine del 2006 tre grandi alleanze tra occidentali e giapponesi si erano formate e sono state dopo il 2010 rafforzate: Areva con Mitsubishi Heavy Industries;

General Electric con Hitachi; Westinghouse con il controllo per il 77% da parte diToshiba. Molti dei reattori della Cina utilizzano tecnologia proveniente dal Canada, da Russia, Francia e Stati Uniti, mentre la Cina assiste paesi come il Pakistan nello sviluppo dei loro programmi nucleari. La Russia è attiva nella costruzione e nel finanziamento di nuove centrali nucleari in diversi paesi. La Corea del Sud sta costruendo un progetto nucleare per 20 miliardi di dollari negli Emirati Arabi Uniti. Infine, anche l’Australia si appresta per la prima volta ad entrare nel mercato dell’atomo.

Cambiamento climatico, riarmo, disinformazione

Una maggiore consapevolezza dei pericoli e dei possibili effetti dei cambiamenti climatici ha portato i decisori, i media e l’opinione pubblica ad accettare che l’uso dei combustibili fossili debba essere ridotto e sostituito da fonti a basse emissioni di energia. Il sentimento popolare si concentra sulle energie rinnovabili, ma il nucleare è l’unica tecnologia prontamente disponibile su larga scala che sia alternativa ai combustibili fossili per la produzione di una fornitura di energia elettrica che assicuri il carico di base e sia compatibile con l’attuale sistema centralizzato imposto dalle corporation. Per di più molti dei problemi legati al cambiamento climatico, alla sicurezza nucleare, alla non proliferazione, sono a dimensione globale e gli accordi tra stati passano da verifiche affidate ai loro apparati militari, sostenitori dell’atomo.

D’altra parte la traiettoria pericolosa dall’energia nucleare alle armi nucleari è oggi messa in discussione da una richiesta popolare per la pace e la sostenibilità. Lo dimostra la grande manifestazione dell’11 Marzo a Tokyo, silenziata dai media. Sotto gli slogan “Sayonara Nucleare” e “Fukushima non si ripeta ancora”, migliaia di persone rappresentate da associazioni si sono riunite nel parco di Hibiya, per dare forma ad un corteo che si è concluso sotto la sede del Parlamento, la Kantei.

Le proteste, tuttavia, vengono contrastate da una nuova legge scellerata (si veda http://www.counterpunch.org). I partiti giapponesi si sono scontrati in Parlamento riguardo ad una legge sui segreti di Stato. Secondo questo provvedimento il governo – e solo quest’ultimo- ha il potere di decretare quali possano essere i segreti di stato. Qualunque impiegato statale che divulghi questi “segreti” rischia di essere detenuto fino a 10 anni ed i giornalisti che rischiano di rimanere incastrati nelle maglie di questa vaga legge potrebbero scontare una pena fino a 5 anni di carcere.
Questa indiscutibile battuta d’arresto della democrazia si è abbattuta sulle dimostrazioni per Fukushima. Alle spalle di queste restrizioni sulla libertà, c’è un rivitalizzazione del militarismo giapponese, che attenta alla sovranità popolare ed è altresì provocato dal disaccordo con la Cina riguardo al Mare del Sud. Le posizioni assunte dalla Cina sono servite come giustificazione da parte del Dipartimento di Sicurezza USA per il coinvolgimento da parte del militarismo industriale americano nel Sud-Est asiatico in appoggio al rilancio del nucleare ad opera del nuovo governo conservatore del Giappone.
Contro la legge molti dei più famosi scienziati Giapponesi, inclusi i premi Nobel Toshihide Maskawa e Hideki Shirakawa, hanno guidato l’opposizione firmando una lettera pubblica di protesta che definisce la legge in questione una minaccia ai “principi del pacifismo e ai diritti umani fondamentali stabiliti dalla Costituzione”. Non suona un pò troppo familiare tutto ciò?

Per una più ampia riflessione su questi temi rimandiamo alla imminente pubblicazione del libro di Stephane Hessel e Albert Jacquard “Exigez” a cura di Energiafelice (Agostinelli, Mosca, Navarra), edito da Ediesse (si veda http://www.china-files.com/page.php?id=36867).

3. Se sono le spie a occuparsi delle emissioni di CO2

Perché mai notizie clamorose come quella che di seguito illustro vengono occultate? Lo spionaggio più accanito si è concentrato sul vertice ONU 2009 sul clima, ritenuto il più importante del suo genere dalla fine della seconda guerra mondiale. L’obiettivo del summit, tenutosi a Copenhagen, era un accordo globale sulla riduzione delle emissioni di CO2. Ma l’intesa, a lungo preparata, è stata fatta saltare: protagonisti i servizi di spionaggio USA, come documenta nelle sue ultime carte Edward Snowden.

A conferma che i padroni del mondo (le 85 persone più ricche valgono in denaro quanto 3.5 miliardi di poveri! ()) da sempre se la vogliono giocare nell’arena del mercato che controllano e non certo attenendosi ai vincoli politici della salute, della sicurezza e del benessere dei nostri figli.

La risposta alla domanda iniziale sta proprio nella definizione del campo dove si vorrebbe far svolgere una partita che riguarda tutti: se i giocatori (l’1%) non sottostanno a regole e gli spettatori (il 99%) seguono le fasi del gioco nella nebbia che avvolge gli spalti, allora non fa notizia se la democrazia viene conculcata proprio mentre ipocritamente la si invoca.

E veniamo all’informazione occultata. Il primo giorno della conferenza in Danimarca, la NSA diffonde un documento secretato che, come rivelano i files di Snowden, afferma che “gli analisti della NSA – con la loro attività di spionaggio – continueranno a trasmettere ai responsabili politici USA le deliberazioni sulle politiche del cambiamento climatico dei governi in campo e le strategie negoziali dei paesi chiave.” L’informazione viene inviata anche ai governi del Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda: in sostanza il blocco che si rivelerà refrattario ad un accordo post Kyoto. La NSA ha spiato gli incontri privati ​​tra le parti – 200 Paesi oltre alle associazioni accreditate – durante tutto il summit. Il vertice di due settimane è stato il primo dell’amministrazione Obama e ci si aspettava che si concludesse con un accordo tra Stati Uniti, Cina, India, con una forte riduzione delle emissioni. La speranza aveva dato vita ad una grande manifestazione, cui io stesso ho partecipato.

Ma non tutti stavano giocando secondo le regole: lo spionaggio aveva come fine spianare la strada ai negoziatori americani contrari ad un accordo di riduzione delle emissioni di CO2 superiore al 5%. La tattica consisteva nell’esasperare il confronto, facendo balenare solo alla fine una ricomposizione, peraltro non impegnativa. Gli smartphone dei delegati erano hackerati, così da essere in grado di leggere i loro messaggi di posta elettronica e ascoltare le loro conversazioni telefoniche. Era stato installato un software sul computer all’Internet Cafè del vertice per carpire i codici di accesso e entrare nelle e-mail e per registrare, in tempo reale le telefonate, oltre che per utilizzare telefoni cellulari delle persone come microfoni (si veda http://www.information.dk/486360).
Nella notte finale del vertice, il 18 Dicembre, il presidente Obama ha condotto intensi negoziati tra i capi di stato di Cina, India , Sud Africa, Brasile, i rappresentanti di un gruppo di ventisei paesi minori e un certo numero di paesi dell’UE, arrivando a favorire una dichiarazione finale preparata dalla presidenza danese del vertice, che i partecipanti al summit non hanno approvato collettivamente, ma solo accettato. La dichiarazione non ha preparato il terreno per un avanzamento del protocollo di Kyoto ed ha consentito ai Paesi di definire obiettivi solo individuali per la propria riduzione di CO2. Nel caso degli Stati Uniti, si è legittimato lo stesso 4-6 % che gli americani avevano proposto prima delle trattative.

In definitiva, lo spionaggio è servito a convincere gli americani e i loro alleati che potevano fidarsi dei danesi per avallare ciò che volevano e che non avrebbero dovuto contrastare una alternativa altrettanto compatta.

Un autentico scenario da combattimento su un terreno che, al contrario, dovrebbe evocare convergenza e unità. E’ la globalizzazione competitiva che si oppone alla giustizia climatica. La NSA si occupa di attività di intelligence nella guerra al terrore e di promuovere gli interessi strategici americani, che a Copenhagen coincidevano con l’impedire che i vincoli ambientali li rallentassero nella corsa globale per aumentare la competitività e massimizzare la crescita. James R. Clapper, sottosegretario USA alla Difesa per l’Intelligence spiega: “Sempre più l’ambiente sta diventando un avversario per noi. E credo che le capacità e le risorse della comunità dell’intelligence devono essere esercitate sempre nel valutare l’ambiente come un avversario. La NSA deve raccogliere informazioni che possano sostenere gli interessi americani, piuttosto che prevenire future catastrofi climatiche” (si veda http://www.dni.gov/index.php/about/leadership/director-of-national-intelligence ).

Basterà tutto questo per convincere anche i negazionisti più ostinati che è in corso una battaglia molto aspra tra il modello liberista di sviluppo e quello che democraticamente i popoli dovrebbero essere abilitati a scegliere? Già a partire da un protagonismo dei movimenti e della società alle prossime elezioni europee.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito Inchiesta online il 18 marzo 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

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