Fratelli Cervi

Resistenza e Liberazione: l’ultima intervista a Maria Cervi

di Gianni Sartori

Avevo intervistato Maria Cervi (figlia di Antenore, uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti nel dicembre 1943) nel giugno del 2007 per una serie di articoli in vista del convegno “Il sapore giovane della resistenza” e ci eravamo lasciati con l’impegno di rivederci in quella occasione (domenica 24 giugno 2007). L’incontro era stato organizzato a Vicenza nell’ambito di Festambiente, ma Maria ci aveva lasciato pochi giorni prima della manifestazione vicentina. Inevitabilmente questa sua testimonianza (forse la sua ultima intervista) ha finito per acquistare un valore particolare.

Qual è, a suo avviso, l’importanza, l’attualità della Resistenza per la democrazia nel nostro paese?

Per me la Resistenza è ancora, nei fatti, il momento della nascita della Repubblica, della rifondazione democratica. Non sono invece convinta che questa consapevolezza sia presente in tutta la popolazione. A volte mi sembra venga dato per scontato. Forse non è stato fatto abbastanza per conservare la memoria di quanto è avvenuto. Temo che in questi ultimi sessant’anni ci siamo un po’ “distratti” e ora i risultati si vedono. D’altra parte penso anche che negli ultimi anni (diciamo dal cinquantesimo al sessantesimo della Resistenza) ci sia stata una ripresa, un recupero sia da parte delle istituzioni che dei partiti, della scuola…

Da questo punto di vista, il sacrificio dei fratelli Cervi resta un esempio ancora molto significativo. Ritiene sia importante anche per i giovani?

Parlando con molte delle persone che vengono al museo mi sembra di capire che resta un esempio emblematico. In maggioranza i visitatori sono giovani, soprattutto studenti. Il fatto di voler sapere, visitare la casa, lasciare dei “segnali” esprime interesse, attenzione. Evidentemente rimane un segno molto forte. Anche andando in giro per l’Italia in occasione di conferenze o manifestazioni scopro continuamente sale, circoli, scuole… a loro dedicati. Talvolta rimango stupita perché la cosa va ben oltre quello che mi sarei aspettata. Incontro molte persone che conoscono sia i loro nomi che episodi della loro vita, come quello del trattore e del mappamondo…

Ce ne può parlare?

Nel 1939 (io avevo cinque anni) comprarono un trattore, all’epoca un elemento sicuramente innovativo dato che nessuna azienda di piccole dimensioni lo possedeva. Al momento dell’acquisto si fecero regalare un mappamondo, un simbolo di modernità ma anche di cultura, della volontà di scoprire il mondo, gli altri popoli… E molti mi chiedono “ma dov’è il trattore, dov’è il mappamondo?” con un riferimento preciso, molto diretto. Oggi sono entrambi conservati nel museo gestito dall'”Istituto Nazionale Alcide Cervi”. Il trattore è stato la scelta ultima, preceduta da un lungo percorso di innovazione per adottare sistemi nuovi di coltivazione. Tutta la loro vita era indirizzata in questa direzione. C’era stata, per esempio, la scelta della coltivazione di prato stabile per intensificare la produzione di latte e quindi del parmigiano. Risaliva al 1938 un progetto di abbeveraggio automatico per le mucche. Qui da noi negli anni trenta il pascolo non esisteva più e non c’erano quasi più gli abbeveratoi. L’acqua veniva portata nelle stalle con i secchi, un lavoro assai faticoso. Prima di installare l’abbeveratoio, completarono l’ampliamento delle stalle. Quando nel 1934 (io avevo tre mesi) andammo ad abitare in questa casa dove ora c’è il museo, c’era la possibilità di tenere solo otto capi di bestiame. Nel 1943, al momento del loro arresto, ce n’erano cinquantasei.

Possiamo dire che la famiglia Cervi rappresentava un fattore di discontinuità rispetto alla situazione tradizionale nelle campagne?

Le loro iniziative erano circondate sia da curiosità che da perplessità da parte degli altri contadini. Rientrava nel loro atteggiamento anche la a scelta, nel 1934, di lasciare la mezzadria per diventare affittuari, per avere maggiore libertà. Ritenevano che l’affittuario, una volta pagato l’affitto, fosse più libero di agire, di innovare. Il proprietario di questa casa era un medico condotto che acconsentiva a questi interventi. L’ampliamento delle stalle venne fatto in “acconto d’affitto”.

Contemporaneamente cresceva anche il loro impegno politico. Come ebbe inizio?

La formazione della loro coscienza politica comincia ancor prima del ’34. C’erano dentro di loro questi valori di giustizia sociale, di libertà. Dicevano che non era giusto “se noi stiamo bene e gli altri no”. Naturalmente ci furono alcuni episodi determinanti. Nel ’29 Aldo, mentre era militare, venne ingiustamente condannato a cinque anni di carcere che poi diventarono due anni di confino a Gaeta. Qui avvenne l’incontro, sicuramente importante, con alcuni esponenti politici confinati. Al ritorno di Aldo ci fu un confronto con gli altri fratelli e fu in quel periodo che diventarono comunisti.

Quali erano i valori della famiglia Cervi?

Era una famiglia di cattolici praticanti e alcuni di loro cominciarono a chiedersi come portare avanti quei valori, con coerenza. Un altro momento importante risale al 1936 quando Ferdinando venne richiamato dall’esercito per andare in Africa. La nostra famiglia non era d’accordo, dato che non riteneva giusto andare a combattere contro un altro popolo. Da parte di Ferdinando ci fu anche un intenso confronto con il suo confessore, in chiesa. Lo zio non si lasciò convincere e infatti non andò in guerra. Con questi avvenimenti comincia la loro ribellione al fascismo, ma soprattutto lo studio, l’elaborazione…Il nonno (“papà Cervi” nda) diceva che “loro non erano cambiati, avevano solo cambiato strada”. Forse pensavano che certi valori non erano abbastanza difesi. Talvolta è necessario anche qualche sacrificio, come appunto con la Resistenza, un maggiore impegno per la Pace, la libertà, soprattutto per la democrazia. Questi principi non devono ridursi a dei “piccoli monumenti” belli e importanti; devono anche essere vissuti, messi in pratica. Mi è piaciuto il messaggio del presidente della Repubblica a capodanno. Parlando della partecipazione ha citato Giacomo Olivi, un partigiano fucilato a Modena nel ’44, quando scrisse “Non dite di essere stanchi”. E’ un richiamo che porto sempre con me e, quando posso, cerco di trasmetterlo, soprattutto ai giovani. In fondo è lo stesso messaggio di don Milani quando diceva “mi riguarda, me ne devo occupare”. Ecco, forse oggi è questo l’aspetto più preoccupante: il distacco, l’indifferenza, la mancanza di prospettiva.

a parlato di “papà Cervi”. Cosa ricorda dei suoi nonni?

Il nonno era iscritto al Partito popolare dal 1924. Al museo abbiamo conservato la sua tessera firmata da don Luigi Sturzo. Alla fine i valori guida erano gli stessi. C’è chi ha creduto di continuare a difenderli in un modo e chi ne ha cercato un’ altra strada. E’ significativo poi che le “due strade” si siano ritrovate nella Resistenza. Anche mia nonna Genoeffa è morta cattolica praticante, nell’ottobre 1944, dieci mesi dopo la fucilazione dei suoi figli. E anche lei aveva avuto i suoi “momenti di ribellione”. Si era appena sposata e nella stanza dove dormivano, pioveva regolarmente dal tetto in cattive condizioni. Lei, per quanto timorosa, aveva chiesto invano al padrone di ripararlo. Allora ha fatto un bel buco nel pavimento, in modo che l’acqua cadesse proprio sul letto dei padroni che dormivano nella stanza sottostante. Naturalmente il tetto venne riparato prontamente. Mia nonna non ha neanche voluto dare “l’oro e il rame per la Patria” come chiedeva Mussolini. Diceva che “non è giusto dar via la fede che mi ha donato mio marito”. C’era quindi questo senso innato della giustizia da cui non ci deve discostare.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’Anpi

Autore dell'articolo: Amministratore

4 commenti su “Resistenza e Liberazione: l’ultima intervista a Maria Cervi

    Gianni Sartori

    (2 Ottobre 2014 - 09:46)

    segnalo in rete:
    ETNIE, Gianni Sartori’s Latest Posts
    I curdi, da Ocalan ai peshmerga
    By Gianni Sartori del 22/09/2014
    Venticinque anni di ricerche, interviste, analisi geopolitiche e testimonianze dirette: un saggio fondamentale per capire le vicende di questo popolo leggendario

    Gianni Sartori

    (12 Settembre 2014 - 22:59)

    1944-2014: a settanta anni di distanza, un ricordo di
    SARA CHE NON VOLEVA MORIRE…

    (Gianni Sartori)

    Ci sono storie che insegui inconsapevolmente per anni, o forse sono quelle storie che ti inseguono…
    Una prima volta ne avevo sentito parlare circa trenta anni fa. Un giro in bici, una sosta nella piazzetta di un paese mai visto prima, un casuale incontro con un’anziana che aveva assistito ai fatti di persona. Mi parlò di un evento all’epoca poco conosciuto (“obliterato”), su cui poco pietosamente veniva steso un velo di silenzio: la deportazione in una antica villa padronale di Vò Vecchio (Villa Contarini-Venier) di un gruppo di ebrei rastrellati nel Ghetto di Padova (dicembre 1943). E mi accennò ad un episodio ancora più inquietante, il tentativo di una bambina (forse spinta dalla madre) di nascondersi in una barchessa per evitare la definitiva deportazione (luglio 1944).
    Qualche anno dopo (sempre casualmente) raccolsi altri particolari da una parente, forse una nipote, dell’anziana ormai scomparsa. La bambina sarebbe stata riportata ai tedeschi il giorno dopo, forse per timore di rappresaglie. Fatto sta che emerse nel racconto una precisa responsabilità delle Suore Elisabettiane (incaricate di occuparsi della cucina del campo di concentramento) nel “restituire” Sara agli aguzzini. Ricordo che il controllo del campo di Vò Vecchio, uno dei circa 30 istituiti dalla R.S.I. di Mussolini, era affidato a personale di polizia italiano (presenti anche alcuni carabinieri). Invece la lapide sulla facciata della villa in memoria di quanti non ritornarono (posta soltanto nel 2001) ne parla come di un evento avvenuto “durante l’occupazione tedesca” senza un accenno alle responsabilità del fascismo italiano.
    Il tragitto dei 43 Ebrei da Vò Vecchio verso la soluzione finale è ormai noto e ben documentato. La macchina burocratica funzionava alla perfezione e la pratica di ognuno dei deportati proseguì regolarmente grazie a decine di anonimi complici, esecutori senza volto.
    Fatti salire su due camion, vennero prima richiusi nelle carceri di Padova e poi inviati a Trieste, nella Risiera di San Sabba. Tappa definitiva, Auschwitz.
    Quanto alla bimba, si chiamava Sara Gesses (talvolta ho trovato scritto Gessess) e doveva avere sei o sette anni (ma alcune fonti parlano di dieci). Solo recentemente ho saputo che venne riportata a Padova con la corriera (quella di linea) dal comandante del campo in persona, Lepore (in alcuni scritti viene definito “più umano” rispetto al suo predecessore). Anche al momento di salire sulla corriera Sara si sarebbe ribellata, avrebbe pianto, gridato, forse scalciato. Vien da chiedersi come il zelante funzionario abbia poi potuto convivere con il ricordo di questa creatura condotta al macello. Ma in fondo Lepore non era altro che una delle tante indispensabili rotelline dell’ingranaggio, un cane da guardia addomesticato, servo docile incapace di un gesto sia di ribellione che di compassione. Pare che un maldestro tentativo di giustificarsi sia poi venuto da parte delle suore che dissero di aver agito in quel modo “per riportarla insieme alla mamma”. L’ipocrisia a braccetto con la falsa coscienza.
    In precedenza, insieme ai genitori, la bambina era stata catturata vicino al confine con la Svizzera durante un tentativo di fuga e quindi riportata nel padovano. Sembra anche che la madre riuscisse a farla scivolar fuori dal finestrino di un’altra corriera, quella che dal carcere di Padova stava portando i prigionieri a Trieste. Purtroppo invano. Sara venne immediatamente ripresa dagli sgherri nazifascisti.
    In Polonia la maggior parte dei 47 deportati (tra cui Sara) venne immediatamente “selezionata” per le camere a gas. Solo una decina venne momentaneamente risparmiata e di questi solo tre sopravvissero.
    Sara che non aveva incontrato nessun “giusto” sul suo cammino venne avviata alla camera a gas appena scesa dal convoglio 33T sulla rampa di Birkenau, nella notte tra il 3 e il 4 agosto agosto 1944.
    La sua “morte piccina” (come quella della bambina di Sidone cantata da De André) rimane un delitto senza possibile redenzione, ma di cui dobbiamo almeno conservare la memoria.
    Gianni Sartori (settembre 2014)

    Gianni Sartori

    (6 Maggio 2014 - 23:40)

    ALPAGO RESISTENTE
    (Gianni Sartori)

    Dalla chiesa di Montanès (provincia di Belluno), dedicata a San Martino, si domina il Lago di Santa Croce. Lo sguardo si spinge dal Cansiglio al Col Visentin e alle dolomitiche pareti della Schiara.
    In lontananza si distinguono il Grappa e l’Altopiano di Asiago dove “Piccoli maestri” partigiani scrissero altre pagine significative.
    Tra il ’43 e il ’45 molte furono le vicende di questa conca verde circondata dalle cime suggestive di Col Nudo, Teverone, Crep Nudo, Antander, Messer…
    Su alcuni episodi della Resistenza in Alpago ero stato informato dal compianto Luigi De Min di Lamosano, comandante di un battaglione della Brigata Fratelli Bandiera, nome di battaglia “Squalo” per il servizio militare svolto in Marina, nei sommergibili.
    Altre notizie le avevo poi avute da Nino De Marchi (il comandante “Rolando”), autore del libro “Memorie 1943-1945”.
    Per saperne di più avevo poi incontrato Carlo Barattin, classe 1925, di Montanès.
    “Nel 1943 –mi spiegava- anche noi dell’Alpago siamo stati annessi alla “Grande Germania” del Reich, come l’intera provincia di Belluno insieme a quelle di Bolzano, di Trento e al Friuli Venezia Giulia. Era il territorio dell’Alpenvorland, governato direttamente dai tedeschi”.
    Proprio riferendosi a questo evento Nino de Marchi affermava che “la nostra lotta fu, senza dubbio, guerra di liberazione ed anche di indipendenza”.
    Racconta Carlo Barattin: “Personalmente ero già stato alla visita di leva italiana, ma nel novembre ’43 venni richiamato dai tedeschi. A Montanès eravamo in 8 del ’25 e in un primo momento non ci presentammo. Poi, minacciati dal Podestà (sosteneva che in tutto l’Alpago solo noi non ci eravamo presentati), andammo a Puos per la visita. Ripensandoci è stato un errore. Da quel momento avevano nomi e cognomi precisi di ogni renitente e se ti prendevano eri spacciato”.
    La cartolina arrivò dopo quindici giorni e “noi abbiamo preso la corriera verso Ponte nelle Alpi. D’accordo con l’autista siamo scesi in una zona disabitata e per due mesi siamo rimasti nascosti nei boschi”.
    A questo punto il gruppo di renitenti decise di integrarsi nella Resistenza, alcuni in Cansiglio, altri in Alpago. Qui operava la Brigata Fratelli Bandiera comandata da Nino De Marchi, ex ufficiale di Artiglieria Alpina. In seguito De Marchi doveva diventare il comandante della Brigata Nino Bixio. Nella piana del Cansiglio si era insediato il Comando di Divisione Nino Nanetti (dedicata ad un esponente delle Brigate Internazionali caduto, con il grado di generale, sul fronte basco al comando di una divisione dell’Esercito popolare) che comprendeva le brigate del Gruppo Vittorio Veneto: Cairoli, Fratelli Bandiera, Bixio (con i battaglioni Manara, Nievo e Manin) oltre alle brigate Mazzini, Tollot e Piave.
    “Ad un certo punto –continua Carlo Barattin- ci siano spostati a Pian Cajada, sopra Longarone e Fortogna, dietro il monte Serva. Poi siamo andati alle casere Stabali, sotto al Monte Dolada e al Col Mat, verso Venal di Montanes. Con noi c’era anche il comando del CLN. Ricordo che con Giorgio Betiol e Attilio Tissi dovevamo fare la guardia ad un gruppo di tedeschi. Grazie al parroco di Padola, don Weiss, organizzammo uno scambio di prigionieri alle “paludi”, vicino al canale sotto Tignes. Noi abbiamo consegnato otto tedeschi e contemporaneamente, in base all’accordo, a Bolzano venivano liberati alcuni prigionieri dal campo di concentramento”.
    Naturalmente nel gruppo dei giovani partigiani “c’era un po’ di paura. Noi eravamo in quattro (più il parroco) con otto prigionieri. Di fronte, in mezzo alla strada, c’era un maresciallo tedesco con quattro soldati”. Carlo ricorda che in quel periodo vennero attaccati il presidio di Puos, quello di Bastia e di Santa Croce. Una volta un attacco è fallito perché “dovevamo attraversare un ghiaione e il rumore dei sassi che cadevano ha messo in allarme i nemici che hanno cominciato a sparare”.

    Un evento particolare nella storia dell’Alpago è rappresentato dall’arrivo del maggiore Harold William Tilman. Del mitico comandante della missione alleata Beriwind, conosciuta come Simia, mi avevano parlato sia Luigi De Min che Nino De Marchi.
    Nato nel 1898, Tilman,noto alpinista-esploratore con esperienze himalaiane, viene ricordato per la prima ascensione del Nanda Devi nel 1936, all’epoca la più alta vetta mai raggiunta. Al suo attivo scalate sui monti Kenya, Ruwenzori. Kilimanjaro e in Patagonia, oltre a tre tentativi sull’Everest.
    In Alpago e Cansiglio Tilman manteneva i collegamenti con le truppe sbarcate nel sud d’Italia e garantiva la possibilità di ricevere rifornimenti paracadutati dagli aerei.
    Carlo fece parte del gruppo incaricato di incontrare Tilman (arrivato a piedi dall’Altopiano di Asiago dove era stato paracadutato pochi giorni prima) e di portarlo in Alpago.
    “Siamo andati a prenderlo sul Piave, nella zona tra Castion e Sagrogna, nel maggio del 1944, di notte. Durante il ritorno, eravamo appena arrivati a Puos e ci eravamo fermati per riposare, è iniziato l’attacco di un altro gruppo di partigiani al presidio. Naturalmente siamo ripartiti immediatamente”.
    Tilman rimase a lungo con il gruppo di Carlo esplorando le vette circostanti. In particolare “cercava un passaggio da utilizzare per sfuggire ai rastrellamenti raggiungendo Cimolais e la valle del torrente Cellina (in Friuli) attraverso i monti”. Spesso queste esplorazioni si concludevano in piena notte. Del maggiore ricorda anche che “in pieno inverno scendeva dal Col Nudo (quota 2471) e per lavarsi si tuffava nell’acqua gelida”.
    Tilman “riceveva e trasmetteva in codice, senza che neppure il marconista, un toscano, potesse comprendere. L’interprete era un tenente di artiglieria di Trento”.
    Ai partigiani era affidato il compito di recuperare i piloti inglesi e americani colpiti dai tedeschi. Racconta che “ne avevamo sempre una dozzina nascosti. Una volta in Cansiglio cadde una fortezza volante; tre piloti morirono, ma altri tre sopravvissero. Tra questi c’era un capitano di nome Tom”. A Montanès si ricordano anche di un certo “Tech”. Rimasero tutti nascosti per mesi nelle casere sopra il paese.
    “Un altro pilota –prosegue Carlo- lo abbiamo recuperato in Fadalto, vicino al Lago di Santa Croce. La vita non era facile. C’era poco da mangiare e non era semplice procurarsi del cibo”.
    Inizialmente i paracadute venivano bruciati “poi li usammo per fare delle camicie”.
    Ogni tanto “i piloti sparivano. Tilman trovava il modo di mandarli verso Venezia, verso Trieste, verso il mare…dove venivano recuperati”. E’ significativo che dopo la guerra alcune famiglie di Montanès abbiano avuto un riconoscimento benemerito dalla RAF.
    Bisognava inoltre recuperare il materiale paracadutato dagli aerei. I “lanci” avvenivano soprattutto in Cansiglio e Pian Cavallo, dove era facile nascondere le armi e i viveri nelle numerose cavità naturali.
    Luigi De Min mi aveva raccontato di quando con Tilman aveva risalito il Venal di Montanès fino al Passo di Valbona, tra il Col Nudo e la Cima della Pala del Castello per poi inoltrarsi lungo il sentiero impervio delle Landres Negres, già nel Friuli. Al ritorno il maggiore si levò il giubbotto e con quello scese per il ripido pendio ricoperto di neve “come se fosse sopra ad uno slittino”.
    Ma anche i tedeschi erano alla ricerca del passaggio.“Una volta –racconta il nostro interlocutore-prelevarono alcune persone a Montanès tentando di raggiungere il Passo di Valbona con i muli”. Sembra che siano riusciti ad “arrivare fino a Claut, forse a Barcis. Uno dei sequestrati è riuscito a scappare: gli altri due poi sono stati rilasciati…era solo un giro di esplorazione”.
    Ben più grave quella che accadde durante un rastrellamento quando “i tedeschi arrivarono da Farra, mentre il nostro gruppo si trovava a Col Indes (sopra Tambre). Il primo morto lo hanno fatto a Sant’Anna dove allora c’era soltanto la malga”. Era l’epoca dei grandi rastrellamenti che colpirono anche sulle montagne vicentine: dalla valle di Posina (in agosto, Malga Zonta), all’Altopiano (ne parla Meneghello in “Piccoli maestri”), al Grappa. Poi, in settembre, toccò al Cansiglio e all’Alpago. Durante il rastrellamento del settembre 1944 i tedeschi “hanno ucciso anche alcuni malgari in Val Salatis, la valle che risale verso il Monte Cavallo. A Spert i partigiani catturati e uccisi sono stati appesi ai ganci, esposti come in una macelleria”.
    Carlo ricorda con commozione anche un’altra vittima dei nazifascismi, il “Comandante Zero”, originario da Soccher, del battaglione Piave. Era stato fatto prigioniero e avrebbe dovuto portare i soldati in Venal di Montanès, alle casere Stabali dove erano nascosti i partigiani e il comando del CLN. Finse di sbagliar strada portandoli in Venal di Funès, sull’altro versante del Teverone. Naturalmente “quando si resero conto di essere stati ingannati i tedeschi lo ammazzarono. Il corpo del comandante Zero venne ritrovato nei boschi da Tilman, vicino alla Crosetta. Noi pensavamo che dopo la cattura fosse stato deportato. Con il suo sacrificio –sottolinea – ha salvato una cinquantina di persone, tutte quelle che in quel momento si trovavano a Stabali”.
    E prosegue ricordando che “nel gennaio del 1945 da Tambre vennero deportate una cinquantina di persone, in maggioranza renitenti. Alcuni finirono a Mathausen e solo tre o quattro ritornarono a casa. Uno in particolare ritornò distrutto psicologicamente. Nel campo di concentramento era stato costretto a bruciare i cadaveri dei suoi compagni”.
    Il 20 febbraio alla casera di Montanès venne ucciso Vittorio Barattin (nome di battaglia Faè) un partigiano amico e coetaneo di Carlo. L’episodio è stato raccontato anche da Nino De Marchi. In quel momento il comandante partigiano si trovava proprio a Montanes dove era stato mandato per riorganizzare la sua vecchia brigata, la “Fratelli Bandiera”.
    “Quel giorno a Montanès i tedeschi avevano rinchiuso nelle stalle una trentina di civili che sicuramente sarebbero stati uccisi per rappresaglia se ci fosse stato uno scontro a fuoco, se Nino avesse tentato di sganciarsi combattendo”. Invece il “comandante Rolando”, rischiando di essere catturato, riuscì a restare nascosto durante il rastrellamento e le perquisizioni. Alla fine i tedeschi se ne andarono senza distruggere il paese.
    Lorenzo Barattin, anche lui del ’25, ricorda che “la sera prima avevo dormito nella casera di Montanès con mio fratello e con Vittorio , ma per ben tre volte avevo fatto un sogno angoscioso. Entrava nella casera un cacciatore e si metteva a dormire vicino a noi. Sempre lo stesso sogno per tre volte. Ne parlai con mio fratello e decidemmo di traslocare”. Invece Vittorio aveva incontrato in paese alcuni partigiani e rimase con loro nella casera. “Morì –racconta-per una pallottola che entrò dalla spalla e forò il polmone”.
    Finita la guerra, nonostante avessero partecipato alla Resistenza (“pagando il prezzo del biglietto di ritorno alla democrazia”) Carlo, Lorenzo e altri partigiani dell’Alpago furono obbligati a fare anche il militare. Poi se ne andarono a lavorare in Svizzera, in Francia o in Belgio.
    Quanto a Tilman, l’ultima immagine che Carlo conserva è quella del maggiore mentre sale su una jeep americana a “la Secca”, sulla strada che collega Vittorio Veneto a Ponte nelle Alpi. La sua vita avventurosa si concluse nel 1977 quando, navigando verso le isole Falkland, scomparve misteriosamente nell’Oceano Atlantico.
    Gianni Sartori

    Gianni Sartori

    (28 Aprile 2014 - 10:03)

    2014: è morto il partigiano Giuseppe Sartori, custode della memoria dei Sette Martiri di Grancona
    (Gianni Sartori)
    Con la scomparsa un mese fa del compagno Giuseppe Sartori, se ne va anche un depositario della memoria storica della Resistenza sui Colli Berici.
    E purtroppo quest’anno “Beppino” non presenzierà alla tradizionale cerimonia di Pederiva di Grancona in memoria dei martiri della “sera del Corpus Domini” (8 giugno 1944).
    L’ultima volta lo avevo incontrato (una domenica 28 maggio di qualche anno fa) quando oltre 300 persone avevano sfilato per le vie del paese fino al luogo dell’eccidio. Era presente anche una folta delegazione toscana proveniente da Prato. Città simbolo della Resistenza, Prato aveva dedicato una via ai Sette Martiri di Grancona e quel giorno era stata ricambiata. Prima del corteo i rispettivi sindaci avevano infatti inaugurato una nuova via “Città di Prato”, di fronte alla locale sezione degli Alpini che avevano contribuito alla buona riuscita dell’iniziativa. Nel corteo, tra i labari dei Comuni e i tricolori, si notava anche qualche bandiera arcobaleno della Pace e la storica bandiera rossa con falce e martello portata dal compagno Arnaldo Cestaro. In prima fila, come ad ogni ricorrenza, Giuseppe Sartori, fratello di Ermenegildo, uno degli assassinati. Dal dopoguerra fino alla fine dei suoi giorni “Beppino”, classe 1925, si era prodigato con grande dignità per mantenere vivo il ricordo di questi avvenimenti, insieme ai valori della Resistenza. Promotore di decine di iniziative pubbliche, aveva istituito varie sezione dell’Anpi. Nel 1996, insieme all’Anpi di Grancona, aveva pubblicato un bel libro (“La sera del Corpus Domini – memorie sull’eccidio dei Sette Martiri”) e in seguito realizzato un video in collaborazione con insegnanti e studenti delle scuole medie. Lungo il percorso della ormai lontana manifestazione numerosi striscioni ricordavano il sacrificio dei “Combattenti per la Libertà” contro il nazifascismo. Molto suggestiva la cerimonia davanti al monumento dove erano state deposte alcune corone. Da ognuno dei maestosi cipressi pendeva un tricolore con il volto dei sette giovani assassinati: Raffaele Bertesina, Silvio Bertoldo, Attilio Mattiello, Guerrino Rossi, Ermenegildo Sartori, Mario Spoladore, Ernesto Zanellato. Il corteo si era poi avviato verso la chiesetta, sfilacciandosi lungo una stradina, in mezzo al grano ancora verde, con le colline sullo sfondo. Dopo la messa al campo e i canti del Coro Val Liona (“Bella ciao”, “Signore delle cime”…), Giuseppe Pupillo aveva tenuto il discorso ufficiale, sottolineando come la Resistenza abbia rappresentato il riscatto dell’Italia di fronte alla comunità internazionale dopo gli anni di complicità con la Germania nazista. Quel giorno a Giuseppe Sartori avevo chiesto di rievocare brevemente i fatti del tragico 8 giugno 1944. Dopo un primo incontro con sedicenti partigiani dell’Altopiano (in realtà fascisti che cercavano di eliminare sul nascere la resistenza nei Colli Berici) si era concordato che “un gruppo di giovani della Val Liona avrebbe dovuto raggiungere i monti per integrarsi nella Resistenza dell’Alto Vicentino”. L’incontro stabilito era “per le ore 21 dell’8 giugno presso la Chiesetta di S. Antonio delle Acque”. Anche “Beppino” avrebbe dovuto partecipare ma il fratello Ermenegildo lo “scongiurò di restare con i genitori perché altri due fratelli erano al momento prigionieri, uno in Africa e uno in Germania*”. In realtà “l’appuntamento era una trappola”.I sette giovani, che erano disarmati, vennero “prima torturati e poi assassinati”. Sul corpo del fratello contò “almeno 27 fori di proiettile”. In base alla testimonianza di Silvio Bertoldo (l’unico ad essere ritrovato ancora vivo e poi spirato all’ospedale di Montecchio Maggiore) si è potuto stabilire che “i sette giovani vennero legati fra loro con del filo di ferro” e che “le torture durarono quasi due ore”. Poi “vennero trascinati giù nella strada principale, allineati sotto il muro della rampa di carico del laboratorio di pietre dei fratelli Peotta e finiti con scariche di mitra”. Sartori ricorda di aver sentito “alle ore 22 e 55 del mio orologio, la sparatoria di quella esecuzione” mentre insieme ad Antonio Giacon si stavo avvicinando alla chiesetta, preoccupato perché nel frattempo in paese “era corsa voce che l’appuntamento fosse in realtà un inganno”. La storia registra un ultimo atto di pietà quando “tra le quattro e le cinque del mattino passò sul luogo dell’esecuzione un carrettiere che diede un sorso di vino a uno ancora in vita che chiedeva da bere”. Subito dopo spirò e il carrettiere “fuggì terrorizzato da quel luogo di morte”.Lo scempio dei corpi martoriati che si presentò ai primi abitanti della zona era indescrivibile. Tanto che in seguito la chiesa stessa venne sconsacrata per la gravità dell’evento. Alcuni storici hanno ipotizzato che nella barbara esecuzione dei sette giovani avesse avuto un ruolo la famigerata banda Carità.
    Gianni Sartori

    *nda il fratello Olimpio deportato in Germania morì durante la prigionia

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