“La sedia della felicità”: anticipazione dell’opera postuma di Carlo Mazzacurati

La sedia della felicità

La sedia della felicità

di Aldo Zoppo e Dario Zanuso

La sedia della felicità, di Carlo Mazzacurati, Italia 2013. Nel cinema di Mazzacurati si snodano le caratteristiche, i vizi, le intuizioni, la generosità e la meschinità di un popolo che forse non è poi così cambiato tanto dagli anni Cinquanta (quando, più o meno, ha cominciato a riconoscersi come nazione), e se mai è cambiato in peggio, diventando, dagli anni Ottanta a oggi, ancora più confuso e disperato. Gli arroganti, i potenti, non fanno per Carlo Mazzacurati. I suoi “cattivi” sono immersi nell’anonimato banale e spesso, all’origine, sono dei poveracci tali e quali agli altri. Le sue “vittime” sono un rimprovero doloroso alla nostra intolleranza e alla nostra cecità. I suoi “eroi” sono persone comuni, magari un po’ stanche, che incappano per caso in qualcosa che li costringe ad andare alla ricerca di un senso.

Con questa motivazione, lo scorso autunno, il Torino Film Festival ha dedicato il Premio Gran Torino 2013 al regista veneto recentemente scomparso dopo una lunga malattia. Eravamo lì quella sera, emozionati, ad applaudire chi aveva saputo raccontare le mille facce del nordest, una terra piena di contraddizioni, dove si può incontrare sia la solidarietà propria della tradizione cattolica, che l’ingordigia spregiudicata prodotta da un arricchimento troppo veloce. In quella occasione veniva presentata “La sedia della felicità”, la sua ultima opera che uscirà nelle sale, postuma, il prossimo 24 aprile. Non sapevamo nulla della sua malattia, eppure abbiamo avuto fortissima la sensazione di avere partecipato ad un commiato. Del suo pubblico verso un regista molto amato, e del regista verso il mondo che ha cercato di rappresentare, come testimoniato anche dalla scelta di chiamare attorno a sé, per la sua ultima opera, tutti i volti più significativi dei suoi film, alcuni con ruoli più importanti, tanti altri con piccoli camei.

Il racconto prende spunto dalla descrizione della condizione di precarietà prodotta, in particolare tra le generazioni più giovani, dalla crisi economica. Bruna (Isabella Ragonese) è un’estetista che ha difficoltà a pagare le rate delle proprie attrezzature, mentre Dino (Valerio Mastandrea) è un tatuatore i cui clienti provano a pagare le sue opere proponendo singolari baratti (un enorme e stranissimo pesce in cambio del tatuaggio ricevuto). Entrambi non si può dire che se la passino bene o che siano felici. Il caso però vuole che Bruna, venga a conoscenza in modo fortunoso dell’esistenza di un tesoro di gioielli rubati nascosto all’interno di una sedia. Chiederà a Dino di aiutarla a recuperare la refurtiva. Ben presto, però, scopriranno che di sedia non ce ne è una sola ma tante, come tante saranno le avventure che dovranno affrontare, tra personaggi grotteschi e surreali in un’atmosfera a tinte gialle in salsa di commedia all’italiana.

Mazzacurati ha voluto fortemente che questo film avesse i toni lievi e ironici propri della commedia, sfumando quella venatura di amarezza presente in molti dei film delle ultime generazioni di registi del nordest. Il suo ha voluto essere, nella probabile consapevolezza che sarebbe stata la sua ultima opera, un testamento d’amore verso un genere di cinema. La scelta dei due attori protagonisti, non veneti, mette in luce il carattere pienamente italiano del cinema di commedia di Mazzacurati, come già era avvenuto in precedenza, quando erano stati protagonisti Antonio Albanese o Silvio Orlando. Ma ciò non impedisce loro di essere personaggi mazzacuratiani, come lo sono le vite e le storie narrate sotto l’influsso di un senso di malinconia che accompagna Abatantuono e Citran nel film “Il Toro”, o l’amara rassegnazione della protagonista di “Vesna va veloce”.

Rivedere l’ultima opera di Carlo Mazzacurati sarà allo stesso tempo un piacere, per ritrovare di nuovo un umorismo che non dà adito a sguaiatezze, e un dolore per aver perso un vero grande protagonista del nostro cinema.

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