Venezuela - Foto di Sem Paradeiro

Venezuela: il dopo Chavez è possibile. L’alternativa sarebbe peggio

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela la prossima Ucraina? Il Venezuela sulla strada delle “rivolte arabe” tipo Egitto e Tunisia, Libia e Siria? O piuttosto, vista la sua collocazione geografica e storica, il Venezuela verso il Cile di Salvador Allende (e la sua fine)?

I paragoni, spesso azzardati e grossolani, si sprecano mentre in Venezuela non accenna a scemare lo scontro cruento avviato agli inizi di febbraio dall’opposizione di destra e contrastato nelle strade e non a mani nude non solo dalla Guardia Nazionale ma anche dai “colectivos” della base chavista più militante e radicale: i Tupamaros, la Coordinadora Simón Bolívar, la Alexis Vive, sono più di cento i gruppi che operano nei ranchos, gli slums che circondano Caracas, pronti a scendere giù.

La lista dei morti continua a crescere. Erano già una ventina ma lunedì uno studente anti-chavista è stato ucciso con un colpo d’arma da fuoco durante scontri con i “collettivi” chavisti a San Cristóbal, stato di Táchira al confine con la Colombia. Domenica era toccato a una cilena residente in Venezuela e schierata con il chavismo, uccisa da un colpo d’arma da fuoco mentre tentava di smantellare una barricata stradale eretta dagli oppositori a Mérida, capitale dello stato omonimo. Táchira e Mérida, nell’ovest andino venezuelano, insieme ai settori orientali e “ricchi” di Caracas, la capitale, sono la roccaforte dell’opposizione più estrema.

I tentativi di trovare una soluzione negoziata e “pacifica” alla guerra civile di bassa intensità (per ora) fra quella che l’opposizione – sostenuta a spada tratta dai media anti-chavisti venezuelani e dagli Stati uniti di Obama – chiama “rivolta democratica” e che il governo di Nicolás Maduro chiama “golpe strisciante”, sono finora falliti. La MUD, Mesa (tavola) de la Unidad Democrática, l’ombrello che raccoglie la trentina di partiti e gruppi anti-chavisti, ha detto no, finora, alla “conferenza nazionale di pacificazione” proposta dal presidente della repubblica alla fine di febbraio. E sembra decisa ad andare avanti nella sua strategia a doppio binario: rivolta di piazza, spesso violenta, e disponibilità, teorica, alla trattativa. Una strategia di destabilizzazione.

Lo scenario venezuelano non è quello della rivolta per la democrazia, sbandierata dalla destra interna e internazionale e dai media mainstream dell’occidente. È difficile sostenerlo, anche se è vero che le elezioni non esauriscono di per sé sole la democraticità di un sistema, in un paese in cui in 15 anni di “socialismo bolivariano” – dal dicembre 1998, la prima vittoria di Hugo Chávez alle presidenziali, all’aprile 2013, la vittoria, striminzita (1.5% di vantaggio) ma legittima, di Nicolás Maduro nelle prime elezioni post-Chávez -, ci sono state 19 tornate elettorali, di cui 18 vinte dal chavismo e una persa (di un soffio). Elezioni vere, alla occidentale, non false, taroccate o truccate, come riconosciuto unanimemente da organismi e osservatori internazionali.

Lo scenario venezuelano nei 15 anni di chavismo è, perfino troppo plasticamente, quello di una guerra di classe e, adesso, dopo la morte di Chávez, quello di un “regime change”.

Il 5 marzo 2013 saltarono molti tappi di champagne a Washington, Londra, Madrid, Francoforte, Bruxelles per brindare alla fine dell'”incubo chavista”. Mentre nei miserabili ranchitos abbarbicati sui contrafforti andini di Caracas si piangeva la morte di Chávez – l’uomo che con tutto il suo deprecato “populismo” per la prima volta nella storia del “Venezuela saudita”, in cui l’80% della popolazione era povero, gli aveva dato una dignità di cittadinanza e alleviato le condizioni di vita più abiette -, nei centri del potere globale (e della democrazia) si brindava nella convinzione che l’uscita di scena del fiammeggiante leader bolivariano avrebbe portato, inevitabilmente e rapidamente, alla implosione del campo chavista e che il cambio di rotta imposto al Venezuela dal ’99 si spiegava solo con il “caudillismo” del suo leader. Con la morte di Chávez, moriva il chavismo.

Ma Chávez, con tutta la sua retorica e il suo folclore che a volte faceva sorridere e anche i suoi limiti ed errori, aveva seminato non solo petrolio – il prezioso “escremento del diavolo” di cui il Venezuela possiede le riserve globali più ricche del pianeta – ma anche idee e obiettivi. E aveva fatto proprie le bandiere dei “libertadores” dell’America latina – non solo Bolívar ma Martí, Sandino, Fidel Castro, Che Guevara, Allende… -, una visione divenuta un progetto politico concreto furiosamente perseguito (come se sentisse di avere poco tempo): quello della “indipendenza” dell’America latina, dell’unità e dell’integrazione latino-americane, incardinate sulla giustizia sociale, l’anti-imperialismo, il multipolarismo.

L’opposizione venezuelana, dopo i conati falliti del 2002 – effimero golpe in aprile e sciopero-serrata “alla cilena” del settore petrolifero in dicembre – è andata vicino all’obiettivo nelle elezioni presidenziali dell’aprile 2013 quando il suo candidato Henrique Capriles perse di un soffio (e fra l’altro, paradosso rivelatore, con un programma sociale molto chavista) e cercò di delegittimare la striminzita vittoria di un Maduro privo del carisma di Chávez.

L’altro test furono le elezioni municipali del dicembre 2013, dopo un anno terribile – la morte di Chávez, l’inflazione di quell’anno sopra il 50% (una delle più alte del mondo), i 20 mila morti di morte violenta (il quinto tasso di omicidi più alto al mondo), la criminalità rampante, la crescita economica bloccata e dipendente come e più di sempre dal petrolio, il deficit fiscale al 9% del pil, il bolívar in caduta libera ( 6.30 al cambio ufficiale, 10 volte tanto al mercato nero), scarsità dei generi di prima necessità (pollo, latte, perfino carta igienica), black out ripetuti, corruzione a tutti i livelli, aumenti del salario minimo non sufficienti a coprire l’inflazione, voci di una nuova svalutazione del bolívar per contrastare il mercato nero ma deleteria per i ceti più poveri (e chavisti), interventi sempre più frequenti del governo nel sistema produttivo e distributivo per contrastare quello che Maduro chiama “il sabotaggio economico” e l’opposizione il naturale risultato di un socialismo inefficiente e corrotto.

Le elezioni locali del dicembre ’13 divennero così, in realtà, un plebiscito nazionale. Che Maduro e il chavismo stravinsero: il 75% delle municipalità (240 su 337, anche se le principali città andarono all’opposizione: Caracas, Maracaibo, Mérida, Valencia, Barquisimeto) e il 54% del voto popolare (contro il 44% dell’opposizione) ai candidati del PSUV, il Partito socialista unito (anche se tanto unito non è, nel prossimo luglio è annunciato un congresso per definire tattica e strategia). I due Venezuela ancora una volta uno contro l’altro. Senza più Chávez ma nel nome di Chávez e dei suoi ideali.

Fu dopo quello smacco che l’opposizione decise di cambiare strada, scegliendo quella della destabilizzazione violenta. Anche perché altri test elettorali sono previsti solo nel 2015 (elezioni parlamentari) o eventualmente nel 2016, quando, a metà del mandato di Maduro, sarà possibile raccogliere le firme per indire un referendum revocatorio del presidente previsto dalla costituzione chavista (come fu quello indetto, e perso, contro Chávez nel 2004).

I settori più estremisti e anti-democratici della MUD hanno allora preso il sopravvento, lo stesso Capriles è stato messo da parte ed è emersa la leadership di personaggi inquietanti, come la pasionaria di destra María Corina Machado e soprattutto Leopoldo López, un quarantenne rampante, rampollo di una famiglia affluente, laureato negli USA, attivo nel golpe del 2002, perseguito dalla giustizia per reati vari e attualmente in carcere per incitamento alla violenza (una mossa probabilmente sbagliata del governo): in un cablo del 2009 diffuso da Wikileaks, l’ambasciata USA a Caracas lo dipingeva come “a divisive figure” all’interno dell’opposizione, “arrogante, vendicativo e assetato di potere” anche se ne riconosceva “la popolarità, il carisma e il talento organizzativo”.

La hashtag di López si chiama #lasalida che in spagnolo significa sia “l’uscita” sia “la soluzione”. López è l’esponente tipico di quella middle class che, incapace di trovare strategie e leader credibili nei 15 anni di Chávez e nel terribile primo anno di Maduro, alimenta la rivolta cruenta cavalcando un movimento studentesco che, al contrario della gran parte dei paesi dell’America latina (il Cile, per fare un esempio attuale), si colloca a destra anziché a sinistra.

Una strada non solo pericolosa ma anche impervia finché, come ammette lo stesso Capriles, “la protesta non andrà oltre la classe media” e sia capace di sfondare in settori del chavismo.

Ucraina, Libia e Siria, addirittura il Cile di Allende? Qualcuno ha paragonato il Venezuela di oggi al Cile allendista dopo le elezioni parlamentari del 4 marzo ’73 quando, nonostante la situazione fosse pessima e fosse in atto il “sabotaggio economico”, la Unidad Popular ebbe un 44% dei voti che rese impossibile il rovesciamento di Allende per via parlamentare, spingendo l’opposizione DC-destra (e l’America di Nixon-Kissinger) a imboccare definitivamente la via golpista, sfociata nel golpe di Pinochet dell’11 settembre.

Ma la situazione da allora è molto cambiata, in Venezuela, in America latina, nel mondo. In Venezuela l’alleanza fra “il popolo” e le forze armate “bolivariane” (sempre curate con immensa attenzione dall’ex-colonnello Hugo Chávez), ha retto. L’America latina oggi va per la sua strada, non è ancora “indipendente” come sognavano i “libertadores” a cui si ispirava Chávez ma è sulla buona strada, e ormai decide da sola. Gli Stati uniti hanno dovuto rinunciare a considerarla “il cortile di casa” e trovano sempre più difficoltà intervenire come erano abituati a fare (altrimenti il Venezuela di Chávez e Maduro pur non essendo l’Honduras di Zelaya, sarebbe già saltato da un pezzo).

Nemmeno più l’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, “il ministero delle colonie”, è più quella di una volta: il 7 marzo scorso è stata convocata a Washington una riunione straordinaria per esaminare il “caso Venezuela” ed esigere una presa di posizione intrusiva – nella fattispecie una “commissione investigativa” sugli “abusi dei diritti umani” e le “inaccettabili violenze” (parole di Obama) attribuiti solo al governo – ma, fatto impensabile fino a poco tempo fa, la proposta è stata bocciata ed è passata una risoluzione in cui si esprime “pieno supporto” all’iniziativa di pace di Maduro con 19 voti contro 3, quelli di USA, Canada e Panama (neanche paesi storicamente di destra, come la Colombia o ancora per poco di destra come il Cile di Piñera, hanno votato con Washington).

Mercoledì 12 a Santiago del Cile, dove il giorno prima si è insediata la presidente socialista Michelle Bachelet (che ha ricevuto la fascia presidenziale dalla nuova presidente del Senato, Isabel Allende, figlia di Salvador Allende: un cumulo esagerato di simbolismi), si è tenuto un summit dell’UNASUD, l’Unione della nazioni sudamericane, sorta nel 2008 sulla spinta visionaria di Hugo Chávez.

È di questa “interferenza solidaria” e di una efficace mediazione dell’America latina che ha bisogno il Venezuela in una fase terribilmente difficile della sua storia. Non della ridicola offerta di mediazione lanciata il 28 febbraio dal segretario di stato USA John Kerry al tempo stesso in cui annunciava anche possibili sanzioni contro il governo di Caracas. Scontata e sacrosanta la risposta di Maduro che il 10 marzo ha diffuso un comunicato ufficiale che suona così:

“Il governo degli Stati uniti è un grande esperto in invasioni, embarghi economici e guerre lanciate per i perseguire i suoi obiettivi economici sulla base di false minacce, produttore di armi di distruzione di massa e responsabile della morte di centinaia di migliaia e milioni di civili nel mondo. Gli USA non hanno il diritto morale di parlare sul mancato rispetto dei diritti umani in Venezuela e di mettere in discussione gli sforzi del governo bolivariano di mantenere la pace in Venezuela”.

In fin dei conti si tratta dello stesso governo che, con l’antipatico Bush o il simpatico Obama alla Casa Bianca, ha finanziato e finanzia milioni di dollari l’opposizione antichavista (5 milioni nel budget federale di quest’anno e 90 dal 2000). In Venezuela il primo anno del dopo-Chávez ha mostrato che c’è un chavismo anche senza Chávez. E anche se il Venezuela del dopo-Chávez non va affatto bene, il Venezuela dei López e dei Capriles sarebbe peggio.

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *