Una recensione d’autore del film di Sorrentino, “La grande bellezza”

La grande bellezza

Dario Zanuso e Aldo Zoppo presentano Eugenio Baroncelli

In vista della imminente cerimonia di assegnazione degli Oscar, in programma per domani, abbiamo chiesto allo scrittore e cineamico Dedi Baroncelli di raccontarci il film di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”. Una breve presentazione dell’autore. Eugenio Baroncelli, scrittore di Ravenna, è un virtuoso della biografia (per usare le parole di Roberto Saviano, uno dei suoi tanti ammiratori). Ne ha scritte quasi mille e le potete trovare in tre libri, pubblicati da Sellerio tra il 2008 e il 2012: Libro di candele: 276 vite in due o tre pose, Mosche d’inverno: 271 morti in due o tre pose; Falene: 237 vite quasi perfette.

Le esistenze di personaggi noti e sconosciuti, realmente esistiti o inventati (scrittori, artisti, condottieri…), sono condensate in poche righe, che di rado superano la pagina. Sono il frutto delle letture e della curiosità di una vita: “Libri e almanacchi, ritratti e foto, ritagli di atlante o di giornale, appunti e minute. Ho un armadio solo per queste vite”. Vi traspare l’erudizione, ma anche l’ironia, se non il sarcasmo, e il lirismo; il piacere per il dettaglio singolare e per il paradosso. Di se stesso scrive:

“Arrivato a un’incerta età della sua vita, inciampò in un sospetto. ‘Possibile che io sia reale?’, si domandò. Credendosi finalmente irreale, pensò: ‘O sono già morto o non sono mai nato’. Voi cosa avreste fatto? Lui si mise a riempire le vite portentose e vuote degli altri uomini. Esauriti gli uomini, si diede alle biografie dei fiumi e delle stelle, vocazioni comuni agli infelici”.

C’ERA UNA VOLTA ROMA di Eugenio Baroncelli
“Roma, m’hanno detto, è come una madre negra. Piena di abbominevoli difetti. Ma le madri negre, aggiungo io, sono le più amorose, e quindi le migliori del mondo”. (U. Saba)


Paolo Sorrentino, un pezzo del futuro del cinema italiano, guarda al passato, che è molto più riposante del presente e molto più sicuro dell’avvenire. Viaggia a ritroso nel tempo (un viaggio “interamente immaginario”, come ci ricorda l’esergo da Céline, e insieme ferocemente reale) in cerca della Città Eterna, e dice: 53 anni dopo Fellini, la dolce vita è diventata amara. Niente, a Roma, è più come una volta. Via Veneto è deserta. Nella terrazza che fu di Scola, la bambina fa Jackson Pollock imbrattando la tela a furia di secchiate di colori.

Nei ristoranti si incontrano sceicchi con molte mogli velate o Antonello Venditti in persona, mica Schifano, che poi pagherà il conto con un quadro, o Pasolini venuto apposta da lontano. Nel salotto che fu di Palma Bucarelli, mica si conversa: ci si agita al ritmo guitto dell’elettropop. E dei caffè, dove una volta potevi intercettare Cardarelli avvolto in tutte le stagioni nel pastrano o Moravia che litiga con la Morante, non c’è più neppure l’ombra. Però la grande bellezza abita ancora là. E uccide. Stupefatto dall’immensa veduta che si gode dal Gianicolo, l’incauto turista giapponese ne ha il cuore spezzato.

Jep Gambardella, disincantato viveur fra le macerie del tempo perduto, re malinconico della mondanità romana, celebre un tempo per aver scritto il suo primo e ultimo romanzo (perché poi “Roma ti deconcentra”), è il filo, rosso come le sue giacche, che tiene insieme questo film rapsodico. La sigaretta perennemente incollata alle labbra, come Cendrars o Bogart, bianco il cappello, le sopracciglia alzate in un blandissimo cipiglio, complice il sorriso, di chi sta al centro della festa ma non della sua vita: sa, come Flaiano, che “vivere a Roma è un modo di perdere la vita”.

Anzi lo dice, con quella dolce e languida cadenza napoletana che gli ha prestato Toni Servillo. Si affloscia nei divani kitsch a parlare di niente, perché non vuole misurarsi con la meschinità, la sua e quella degli altri. Porta una maschera. Dietro la maschera, che non si toglie quasi mai, c’è un altro. C’è lo scugnizzo di una volta. Quali sono le cose per cui vale la pena vivere? “La fessa”, rispondevano tutti all’unisono, e lui: “L’odore delle case dei vecchi”.

C’è quell’amore di gioventù sulla scogliera: le gozzaniane rose che non colse e che il film, dispiace dirlo, sciupa con un flashback da fotoromanzo. C’è l’uomo di oggi, che nel suo viaggio al termine della notte passeggia sempre insonne e finalmente solo per le vie spopolate della città. C’è il vecchio (ha appena quattro anni meno di me) che va a letto con la Ferilli, sciammannata spogliarellista che sguazza in piscina con un enorme salvagente, e al risveglio dice: “È stato bello non fare l’amore con te”. Ma sono scampoli che in fretta passano, come la verità, e presto ridiventano Jep, l’uomo in maschera.

Tocca a lui, quando esce dal suo attico che affaccia sul Colosseo, farci da guida alla sguaiata galleria dei nuovi mostri: il cardinale gourmet che sa come soffriggere la lepre, il più grande poeta vivente che non parla mai, la bodyartista ignuda che corre impavida a fracassarsi la testa contro le mura, millenarie ma ancora toste, dell’acquedotto romano, il losco mago del lifting, che distribuisce i numerini come le macchinette delle Poste, la progressista da salotto, l’altoborghese frustrata, il finto intellettuale che dice: “Ah, Proust. Il mio preferito. Ma anche Ammaniti” (da questo cafonesco défilé da Basso Impero dovrebbe uscire la tenera figurina del poeta fallito e innamorato respinto, che mestamente lascerà Roma per tornare al paesello, ma disgraziatamente non funziona: anziché intenerire, infastidisce. Già vista troppe volte.) Non manca niente, tranne la festa di matrimonio ultracafona in stile Valeria Marini, mestamente tagliata in postproduzione.

Molto altro funziona. Fotografia (di Luca Bigazzi) magnifica. Montaggio: pop e impietoso. Colonna sonora: un frullato di salsa disco e musica sacra. Genere: multicolore favola nera (e vera). Però l’entrata in scena della santa sdentata e centenaria, che non apprezza il lettone dell’Hassler perché dorme sulla nuda terra e calza ciabatta con calzino come Teresa di Calcutta, lascia l’impressione che stia per cominciare un altro film. Chissà se questo sarà piaciuto a Sandra Petrignani, autrice di quel bel romanzo, Addio a Roma, che vi raccomando se sullo sfiorire della grande bellezza volete sapere di più.

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