Sixto Rodriguez a Bologna: più che un concerto, una cerimonia

Sixto Rodriguez - Foto di Wikipedia

Sixto Rodriguez - Foto di Wikipedia

di Rudi Ghedini

Non mi era ancora capitato un concerto così. Un concerto, in cui la musica era quasi secondaria, la voce si sentiva poco, la band sembrava si fosse conosciuta mezzora prima e i momenti più travolgenti sono stati l’entrata in scena e i saluti.

Chi fosse Sixto Rodriguez, l’abbiamo saputo tutti dall’Oscar per il documentario 2012, quel Searching for Sugar Man di Malik Bendjelloul, che ha innescato la seconda vita di un cantautore dalla breve, luminosa, minoritaria parabola nei primi anni Settanta, racchiusa fra le sonorità di Nick Drake e Donovan, Cat Stevens e Phil Ochs (e il ritorno in fabbrica o nei cantieri edili). Pare che l’intero suo repertorio sia costituito da 25-30 canzoni.

Oggi Sixto Rodriguez ha quasi 72 anni, uno in meno di Dylan, ma non ha fatto la vita della rockstar: operaio edile a Detroit, il fisico consumato dalla fatica, la camminata sghemba, un glaucoma gli limita la vista e attenua il sorriso da vecchio capo indiano. Oltre mille presenze, ieri sera al Teatro Manzoni di Bologna. Io che stavo in un angolo della balconata – a tre metri da Alessandro Bergonzoni – non posso dire di aver percepito il tipico sentimento da concerto se non in qualche raro momento (I Wonder, Sugar Man, I Think of You). Piuttosto, mi sono sentito parte di una cerimonia.

Una figlia e un nipote l’hanno accompagnato al microfono e sono tornati a riprenderselo. Si presentato in giacca nera, nero cappello a cilindro, pantaloni di pelle; nei bis, è rimasto a braccia nude sotto il gilet, e aveva una gran voglia di starci ancora, sul palco, ma per fortuna sono altri a gestire le sue forze.

Stamattina ho letto che sulla giacca portava la piccola spilla rossa della Cgil. Con il gesto più emozionante che la Cgil bolognese abbia compiuto negli ultimi anni, nel pomeriggio gli è stata consegnata la tessera onoraria dei lavoratori edili, con questa motivazione: «Ha dato orgoglio e dignità agli operai di tutto il mondo».

La sorpresa del concerto è venuta dalle cover: Love Me or Leave Me di Nina Simone, Blue Suede Shoes di Elvis, Lucille di Little Richard e Unchained Melody (quella di Ghost, a suo tempo eseguita dai fratelli Righteous), fino alla per me irriconoscibile Live Till I Die di Sinatra, quando una parte del pubblico aveva abbandonato le poltrone e si era schiacciata sotto il palco. Li vedevo da lassù, oltre la struttura dei riflettori, ma so per esperienza diretta che più d’uno aveva gli occhi lucidi e sperava non finisse mai.

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