La protesta di ex deportato: perché la tv semplifica sempre?

Fondazione Fossoli
Fondazione Fossoli
di Rodolfo Flego

Mi chiamo Rodolfo Flego, nato a Trieste nel 1919, da sempre antifascista, come molti uomini e donne dopo l’8 settembre 1943 decisi di unirmi alla Resistenza, nome di battaglia Rudi Rosso. In seguito alla mia cattura sono stato deportato in un campo di concentramento in Germania, dove sono rimasto prigioniero per diciassette mesi, ovvero fino alla fine della guerra.

In questi giorni, mentre seguivo un programma in TV, sono rimasto molto colpito da una trasmissione che raccontava la storia dei lager nazisti dove sono stati deportati e uccisi milioni di persone, uomini, donne e bambini. Vorrei esporre brevemente il mio grande rammarico per come viene presentato l’orrore dei campi di concentramento, essendo stato io stesso un deportato nel campo di Dacau, a causa della mia appartenenza ai GAP, Gruppi d’Azione Patriottici.

Sempre più spesso mi capita di sentire una versione della storia dei campi di concentramento parziale e sempre più focalizzata esclusivamente sul drammatico e inumano sterminio degli ebrei, dimenticando che nei lager sono passati anche milioni di non ebrei. Le vittime dei lager ammontano a circa 11 milioni di persone morte, di cui 6 milioni circa di religione ebraica. È sicuramente sempre giusto esprimere solidarietà agli ebrei internati ed uccisi, ma perché non ricordare tutti gli altri esseri umani imprigionati e uccisi nei campi?

Oppositori politici, i così detti “criminali abituali”, gli “elementi antisociali” come prostitute, i mendicanti, gli “zingari”, gli alcolisti, i trasgressori delle leggi, gli psicopatici, gli omosessuali e i testimoni di Geova, e perché non ricordare l’eutanasia dei disabili (Programma T4), o la prostituzione forzata delle recluse con bordelli nei lager, aperti solo per guardie e kapò, fino ad arrivare agli esperimenti “medici” su esseri umani, bambini inclusi? Perché la TV si dimentica sempre di tutte questi uomini e queste donne?

La mia generazione ha fatto grandi sacrifici e spesso ha dato la vita per la libertà dell’Italia e dei suoi cittadini, combattendo il nazi-fascismo e costruendo una Repubblica per un’Italia nuova e migliore. L’oblio sui non ebrei reclusi ed uccisi nei Lager nazisti non aiuta, a capire fino in fondo quello che sono stati realmente i Campi di sterminio.

Post scriptum della Fondazione Fossoli: nella sala 10 del Museo Monumento al deportato sono esposte due divise di deportati. Una di queste, contrassegnata con il triangolo rosso, appartiene a Rodolfo Flego, Rudi Rosso partigiano di Trieste che nell’inverno del 1944 è inviato coi suoi compagni nel lager di Dachau. Rudi Rosso ha voluto nel dopoguerra consegnare al Museo Monumento al deportato, un luogo istituzionale, la sua divisa a testimonianza della esperienza dei campi. Oggi Rudi Rosso ci consegna una accorata e preoccupata lettera che accogliamo e divulghiamo.

Questo articolo è stato pubblicato dalla Fondazione Fossoli il 24 marzo 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “La protesta di ex deportato: perché la tv semplifica sempre?

    Gianni Sartori

    (6 Maggio 2014 - 23:44)

    CORREVA L’ANNO 1970… (Eride e i suoi fratelli)
    (Gianni Sartori)
    Era una nebbiosa serata di novembre. L’anno il 1970. Dopo la riunione, avevo accompagnato Tiziano Zanella verso casa. Progetti, speranze, dubbi che si affacciavano alla mente di due diciottenni già schierati politicamente e poco disposti a pazientare. A dire il vero, anche se sarebbe stata più in sintonia, la riunione non era per organizzare manifestazioni o picchetti, ma una spedizione alla grotta denominata “Buso della Rana”. Presumo quindi fosse venerdì, serata canonica per gli incontri del Club Speleologico Proteo. Lo stradone dello stadio affogava nella densa nebbia che fuoriusciva dal fiume Bacchiglione. A mala pena si distingueva un alone lattiginoso attorno ai lampioni. I tigli siberiani sull’argine, ombre nere che si perdevano verso l’alto. Impossibile distinguere il ponte della ferrovia e, sull’altra riva, il piccolo monumento ai “Dieci martiri”. Tra i giovani resistenti fucilati dai fascisti sulla striscia di terra che separa il Bacchiglione dal Retrone, anche due rom.
    Improvviso un rumore di passi nelle tenebre, forse una voce. Un’immagine che ricorderò per sempre. Cinque figure allineate, di corsa, che si tenevano per mano occupando quasi l’intera carreggiata. Nessuno restava indietro. Sull’argine, per un attimo, due sagome evanescenti subito dissolte. Le persone in realtà erano sei. Una madre con i suoi figli. Il più piccolo, avvolto in uno scialle, appeso al collo.
    La donna, una “singana” nel linguaggio politicamente scorretto di quando non si sapeva di sinti e di rom, raccontò di essersi accampata nello spiazzo lungo la ferrovia, vicino al vecchio Foro boario, uno dei luoghi dove periodicamente si fermavano carovane in transito.
    Ci spiegò che due individui (le ombre intraviste sull’argine) avevano tentato di entrare con chiare intenzioni. Preoccupata soprattutto per la figlia quattordicenne, era immediatamente fuggita portandosi appresso tutta la famiglia. Raccontò di essere stata recentemente abbandonata dal marito che se ne era andato con la loro roulotte e di vivere in una tenda, dono di un medico benefattore. Fino a qualche giorno prima il campo aveva ospitato alcune carovane. Ma poi erano partite per Milano e loro erano rimasti soli, in attesa che qualcuno li aiutasse a trasferirsi dall’altra parte della città. A Sant’Agostino, dove agli inizi degli anni settanta stazionavano sempre piccoli gruppi di nomadi.
    La donna, nonostante la situazione, dimostrava un forte carattere e non voleva assolutamente ritornarsene nella tenda. I loschi individui avrebbero potuto ritornare. Che fare? Alla fine, dopo aver ampiamente dibattuto, pensammo di risolvere la situazione ospitando provvisoriamente la famiglia in una qualche sede di quelle che frequentavamo abitualmente . Altra telefonata per strappare al sonno un dirigente politico, discussione animata (per gli ideologi operaisti ortodossi gli “zingari” erano lumpenproletariat di cui diffidare) e alla fine consegna delle chiavi. Le organizzazioni della sinistra extraparlamentare presenti a Vicenza erano allora una mezza dozzina. Per quella notte trovammo ospitalità a “Potere operaio”, nella vecchia sede di S.Caterina, la prima. Mettemmo a disposizione la sala delle riunioni (dove troneggiavano due manifesti di Marx e Lenin:“ma quello chi è, tuo nonno?”) dove dormirono avvolti nelle coperte che, prudentemente, si erano portate via prima di scappare, mentre noi restammo a far la guardia tra il corridoio e il ciclostile. Un paio di notti freddissime, nonostante l’eskimo. Nei giorni successivi ci occupammo del trasloco, effettuato con uno di quei carretti a pedali che circolavano ancora in città. Per più di un anno frequentai il campo dove si erano stabiliti contribuendo con collette e doni in viveri. Determinante, sia per umanità che per doti organizzative, il ruolo del futuro dott. Dino Sgarabotto che successivamente avrebbe confermato la sua tempra umanitaria in Kenya con una Ong.
    La madre dei bambini raccontava di essere sfuggita, in tenera età, allo sterminio della sua famiglia. Un giorno dei funzionari erano venuti a cercarli in una località “vicino a Trieste” (poteva trattarsi anche dell’Istria) per portarli a “fare gli esami del sangue” e nessuno di loro fece più ritorno. In quel momento lei era in giro, a giocare, e una sua cugina (che evidentemente aveva mangiato la foglia) si offrì di restare ad aspettarla per poi recarsi in”ambulatorio”. Appena la bimba fu tornata, la cugina l’afferrò e cominciò a correre, a scappare lontano.
    Avevo dato per scontato che la famiglia fosse stata distrutta per mano dei nazifascisti, ma poi qualcuno (forse un “revisionista”?) suggerì che avrebbero potuto trovarsi anche tra le vittime delle foibe. Molti di loro infatti erano classificati come “profughi giuliani”. Lo scoprii quando, in occasione delle elezioni, venivano nel campo per comprarsi qualche voto gli esponenti di un partito ben noto. Ma non certo per il suo antirazzismo. Missini senza scrupoli che al danno aggiungevano anche le beffe. La conferma che era stata opera dei nazifascisti (in una data imprecisata, ma comunque dopo l’8 settembre 1943) la ebbi quando mi recai, su loro richiesta, al Comune di Trieste (in autostop) per ritirare alcuni documenti. Dalle carte si intuiva che la prima tappa del viaggio verso la desolazione e la morte era stata a San Sabba, la “risiera”.
    Nessuno dei cinque figli frequentava la scuola anche se tre di loro ne avevano l’età. Sette, otto e quattordici anni. Cominciai quindi a dare lezioni, all’aperto, anche d’inverno. Talvolta con il terreno ricoperto di neve. Avevamo trovato una stanza, messa a disposizione da una signora di buon cuore, ma loro preferivano così. La cosa avveniva in maniera del tutto “spontaneista” (oltre che, sicuramente, velleitaria) dato che diffidavo delle varie associazioni impegnate all’epoca a “riadattare i nomadi” (da statuto). Qualche problema anche con quei compagni che si occupavano esclusivamente di “classe operaia” dura e pura. Anche se poi a lavorare in fabbrica nessuno di loro c’è mai andato. In compenso avrebbero visto volentieri gli zingari alla catena, anche se solo di montaggio*. Da parte mia (dato che la Rivoluzione sembrava ormai dietro l’angolo) ritenevo fosse giusto “non lasciare indietro nessuno”. Talvolta succede, da giovani, di volare alto. Malattia infantile da cui si può comunque guarire.
    Studente-lavoratore, trascorrevo parecchie notti da “Domenichelli” a scaricare e “stivare” camion. Di solito mi recavo al campo nel pomeriggio, prima di iniziare il turno. Altre volte di mattina, quando staccavo. Ovviamente non tutti i giorni, sicuramente molto meno di quanto sarebbe stato necessario. Ma con l’aiuto di alcune amiche del “Fogazzaro” (ricordo in particolare Rosanna Rossi e Chiara Stella) qualcosina riuscimmo a insegnare. Anche perché i bambini erano svegli, soprattutto Eride, la più grande. Ne avemmo conferma un paio d’anni dopo che se ne erano andati, a Milano. Sul “Corriere della sera” venne pubblicata una sua lettera bellissima (forse un po’ strappalacrime, ma a fin di bene) che suscitò un’ondata di solidarietà nei confronti della sfortunata famigliola.
    Per il sottoscritto c’era stato qualche piccolo precedente rivelatore. Una mezza denuncia, due anni prima (nel “68”) per aver tolto (“divelto”) alcune tabelle di “Sosta vietata ai nomadi”. In seguito, partiti i miei amici per Milano, non ricordo di averne frequentati altri per parecchi anni, almeno in Italia. Invece all’estero non mancarono occasioni di confronto e talvolta anche di “scontro”, come quando in Bosnia venni inseguito per essermi avvicinato a un accampamento con macchina fotografica. Ricordo, in Guipuzkoa, un militante del movimento antinucleare Eguzki che rivendicava di essere “un basco di origini gitane” e i Tinkers accampati tra il Bogside e il Craigsvon Bridge, a Derry, in Irlanda del Nord. In realtà i Tinkers avrebbero scelto il nomadismo in epoca relativamente recente. Pare per imitazione.
    Nel 1987 proposi ad un settimanale locale di “area progressista” (Nuova Vicenza) alcuni articoli sui campi nomadi del vicentino, via Cricoli in particolare. Visitai, venni invitato a pranzo, partecipai a qualche battesimo, matrimonio e funerale e scattai molte fotografie su richiesta. In una di queste, tempo dopo, riconobbi Paolo Floriani, un ragazzino destinato a morire tragicamente durante un inseguimento della polizia. La sua corsa finì a Debba nel fiume Bacchiglione, in novembre, dopo aver salvato la vita dell’amico Davide che stava per annegare. **
    Come potei documentare, mentre i due sinti fuggivano in motorino per i campi (il giorno dopo restavano ancora i segni delle ruote sull’erba di un vigneto e ne conservo le foto), la polizia aveva sparato, probabilmente in aria. Dal punto dove si era buttato in acqua a quello in cui era annegato c’era una distanza di circa cento metri. Braccato da una riva all’altra, aveva attraversato il fiume quattro volte prima di affogare. Partecipai ai funerali di Paolo e il mio articolo, in cui lo definivo “vittima di razzismo istituzionalizzato”, non venne mai pubblicato dal settimanale “progressista” (per non aver rogne con le autorità, mi spiegarono). Diventò un volantino di denuncia, firmato dalla sez. di Vicenza della “Lega per i diritti e le liberazione dei popoli” e per quel testo rischiai una querela.*** Ma questa è un’altra storia.
    Gianni Sartori

    * solidarietà, invece, dai compagni del M.A.V. (Movimento anarchico vicentino), in particolare Claudio Muraro, Rino Refosco, Enrico e Anna Za, Guido Bertacco… che nello stesso periodo difendevano la dignità di altri “marginali”, i reclusi dell’ospedale psichiatrico. Con il sostegno del compianto Sergio Caneva, medico e partigiano.

    ** Per saperne di più vedi: “Nomadi e scomodi” su A, rivista anarchica n. 187, dicembre 1991

    *** L’autore di un articolo sulla morte di Paolo pubblicato dal Giornale di Vicenza non aveva gradito di essere stato “messo in discussione” nel volantino. Curioso che il giornalista fosse un ex di Lc.

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