Freak Antoni a colori - Foto di Pio IX

Roberto Freak Antoni e gli Skiantos: ecco la mia (tardiva) educazione punk

di Leonardo Tancredi

Accendo la radio e sento che è morto Roberto Freak Antoni. Già da qualche anno sapevo della sua malattia e almeno un paio di volte mi era arrivata la voce che non ce l’avrebbe fatta. Non una morte improvvisa, non da dire “proprio non me l’aspettavo”, non era un amico, tanto meno un parente. Eppure la tristezza è quella che si prova per una persona cara, provo a chiedermi perché. Comincio con i ricordi, il mio primo concerto degli Skiantos. Primi mesi del 1990 (scusate l’approssimazione), non ho ancora vent’anni, ultimi ruggiti della Pantera, occupazione della sala che poi diventerà il Bestial Market gestito dall’azienda per il diritto allo studio e poi rioccupata con la nascita del Livello 57. Ci passo per caso, mi dicono che c’è un concerto degli Skiantos, un gruppo storico, da non perdere.

La sala è strapiena, solito afrore di punk sudato che cresce insieme alla temperatura e ai decibel man mano che si arriva sotto al palco. Non mi ricordo quale fosse la canzone, mi piace pensare che fosse Gelati, “i gelati sono buoni, ma costano milioni…”, una delle mie preferite. Resto impalato in mezzo al pogo per godermi l’assurdità di quel testo. Qualche secondo, sia chiaro, poi si rischia l’arcata dentaria. Chiunque abbia visto almeno un concerto degli Skiantos dalla fine degli anni ’70 al 2012 (ultimo concerto ufficiale al Laboratorio Crash!) sa benissimo cosa succede dopo ogni canzone: l’artista contesta il suo pubblico che ricambia con insulti, lancio di ortaggi e affini, in un clima di amore e liberazione.

Il pogo supera la separazione dei corpi tra il pubblico, dal palco si superava il palco. Una liturgia che stava in piedi da circa quindici anni, ma io la scoprivo quel giorno. Leggere che il ’77 decostruiva il linguaggio del potere e dell’autorità è un conto, avere davanti una persona su un palco che ridicolizza ogni forma di autorità, inclusa la sua di artista e quella di critico del pubblico, è un’altra storia. Se poi ci metti pure un gruppo che fa un ottimo punk rock, allora hai visto la luce, hai scoperto il punk.

Da quel giorno del 1990 ho visto gli Skiantos ogni volta che ho potuto. Dopo quel concerto, a memoria in ordine sparso e non esaustivamente, ho visto i No Means No, i Nofx, i Bad Religion, ho letto Vonnegut, Debord, ho incontrato Luther Blisset. Non voglio stabilire un necessario rapporto di causa-effetto tra le due cose, ma, se ci penso oggi, gli Skiantos sono stati la mia (tardiva) educazione punk. E sono sicuro che è stato lo stesso per tanti altri, prima e dopo di me. Sarà probabilmente per questo motivo che la morte di Roberto Freak Antoni mi fa venire il nodo alla gola, perché una parte della mia storia personale diventa collettiva anche a causa sua. Non so quanto gli avrebbe fatto piacere saperlo, ma è stato responsabile della crescita di un paio di generazioni di ribelli, irriducibili, fanatici dei gelati

Autore dell'articolo: Amministratore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *