Libertà per Abdullah Öcalan: pace in Kurdistan

Free Abdullah Öcalan
Free Abdullah Öcalan
dell’associazione culturale Punto Rosso

La questione curda riguarda l’Iraq, l’Iran, la Siria e in particolare la Turchia e rappresenta uno dei grandi problemi tuttora irrisolti del Medio Oriente. Il conflitto tra lo Stato turco e il movimento di liberazione curdo continua ancora. In questo conflitto fino a ora hanno perso la vita più di 40.000 persone. Circa 4500 villaggi sono stati spopolati o distrutti, milioni di uomini e donne trasformati in profughi.

È noto che un processo di pace ha bisogno di personalità forti, che sono in grado di convincere le comunità a perseguire una soluzione pacifica del conflitto. Alcuni esempi di simili personalità sono Nelson Mandela, Gerry Adams, José Ramos-Horta e Aung San Suu Kyi. Öcalan indubbiamente ne fa parte. Che il baricentro del movimento di liberazione curdo negli ultimi anni si sia spostato dalla soluzione militare, a soluzioni pacifiche è merito suo.

Dal 1993 i governi turchi hanno cercato un contatto con Öcalan e quindi riconosciuto il suo ruolo chiave per una soluzione del conflitto. L’attuale governo di Erdogan almeno dal 2009 ha condotto per anni trattative con Öcalan, ma ha interrotto questo processo nel luglio 2011. Intanto erano stati preparati protocolli che tra le altre cose prevedevano un piano graduale di misure per la costruzione della fiducia, fino a far tacere le armi sotto controllo internazionale. Siamo convinti che per la soluzione di questo problema, Abdullah Öcalan con le sue proposte e in particolare con la sua ‘Road map’ rivesta un significato decisivo.

A questo si aggiunge che la maggioranza dei curdi e delle curde lo sostiene. Nel 2006/2007, 3,5 milioni di curde e curdi si sono pronunciati con la propria firma per Öcalan come loro rappresentante politico. Tutto ciò lo rende indispensabile e ne fa una figura chiave per una soluzione di pace. Questo ruolo tuttavia non può svolgerlo dal carcere, dove le sue possibilità di comunicazione sono estremamente limitate. Spesso, come anche attualmente, si trova in una condizione di isolamento totale dal mondo esterno.

Richiedere la sua libertà è necessario per spezzare la logica militare del conflitto e orientarlo verso trattative pacifiche. Per questo sosteniamo la richiesta di libertà per Abdullah Öcalan e i prigionieri politici in Turchia. La libertà di Öcalan rappresenterà una svolta per la democratizzazione della Turchia e per il processo di pace in Kurdistan.

Gerry Adams, Presidente di Sinn Fein, Irlanda; Prof. Noam Chomsky, MIT, USA; Arundhati Roy, Scrittrice e Attivista, India; Luisa Morgantini, ex Vicepresidente del Parlamento Europeo, Italia; Prof. Immanuel Wallerstein, Sociologo, Christofias Demetris, Presidente della Repubblica di Cipro; USA; Ela Gandhi, Gandhi Development Trust, Sudafrica;Nechirvan Barzani, Presidente del Consiglio dei Ministri della Regione Autonoma del Kurdistan, Iraq; Chrysostomos II, Arcivescovo di Cipro; Bruce Kent, Vicepresidente Pax Christi, GB; Leyla Zana, Parlamentare, Premio Sacharow, Turchia; Nils Anderson, Co-Presidente ADIF, Francia; Ivar Asjes, Vicepresidente del Parlamento, Curaçao; Hilda Astudillo, Parlamentare, Ecuador; Jose B. Rafael Avila, Parlamentare, Venezuela; Prof. Dr. Rudolph Bauer, Politologo, Scrittore e Pittore, Germania; Sherko Bekas, Poeta, Kurdistan-Iraq; Michel Billout, Senatore, Francia; Allan Boesak, ex Presidente della Lega delle Chiese Riformate, Sudafrica; Nicole Borvo Cohen-Seat, Senatrice, Francia; Fabio Amato, Responsabile Esteri Rifondazione Comunista, Italia; Dominique Bucchini, Presidente del Parlamento Corso, Corsica; Ambrosio Canera, Partito Comunista Cubano, Cuba; Julia Cesar Valentin, Senatrice, Repubblica Dominicana; Gennaro Migliore, capogruppo SEL alla Camera dei Deputati, Italia; Efrain Condori Lopez, Senatore, Bolivia; Jeremy Corbyn, Parlamentare, GB; Essa Moosa, Magistrato, Sudafrica; Prof. Dr. Eric Defoort, Presidente della European Free Alliance, Belgio; Vittorio Agnoletto, ex Europarlamentare, Italia; Siraj Desai, Magistrato, Sudafrica; Jorge Enrique, Parlamentare, Puerto Rico; Jill Evans, Europarlamentare, GB; Hans-Christof von Sponeck, ex. Segretario Generale Aggiunto dell’ONU e Coordinatore per le Questioni Umanitarie, Germania; Paolo Ferrero, Segretario Rifondazione Comunista, Italia; Ralph Fertig, Presidente dello Humanitarian Law Project, USA; Alessandro Forlani, ex Parlamentare, Italia; Wolfgang Gehrcke, Parlamentare, Germania; Dr. Heiner Geißler, ex Ministro Federale, Germania; Prof. Dr. med. Ulrich Gottstein, Medici Internazionali per la Pace e la Responsabilità Sociale (IPPNW), Germania; Andrej Hunko, Parlamentare, Germania; Malalai Joya, Attivista, Scrittrice ed ex Parlamentare, Afghanistan; Jean Lambert, Europarlamentare, GB; Pierre Laurent, Presidente Sinistra Europea, Francia; Maria Leon, Parlamentare, Venezuela; Gwede Mantashe, Segretario Generale ANC, Sudafrica; Ramon Mantovani, ex Parlamentare, Italia; Bernard Marquet, Consiglio Nazionale del Principato di Monaco, Monaco; Liza L. Maza, Presidente della International Women’s Alliance, Filippine; Rafael Mendez, Parlamentare, Repubblica Dominicana; Ana Miranda, Europarlamentare, Spagna; Dr. Stella Misiaouli, Parlamentare, Cipro; Gabriela Lilly Montano Viana, Senatrice, Bolivia; Alejandro Navarro Brain, Senatore, Cile; Prof. Antonio Negri, Politologo, Italia; Mauro Zuniga Nuñez, Parlamentare, Peru; Blade Nzimande, Ministro dell’Istruzione, Segretario Generale del SACP, Sudafrica; Akiva Orr, Scrittore, Israele; Margaret Owen OBE, Direttrice delle Vedove per la pace attraverso la democrazia (WPD), GB; Prof. Norman Paech, Studioso di Diritto Internazionale, Germania; Isabelle Pasquet, Senatrice, Francia; Prof.ssa Maria Immacolata Macioti, Sapienza, Università di Roma, Italia; S. Nagendra, Partito Comunista, SriLanca; Mikael Gustafsson, Europarlamentare, Svezia; Luis Rosadilla, Senatore, Uruguay; Piedad Cardoba Ruiz, Attivista per i Diritti Umani, Colombia; Adela R. Segarra, Parlamentare, Argentina; Binayak Sen, Attivista per la Salute e Diritti Umani, India; Mariarita Rossa, Sindaca di Alessandria, Italia; Ian Bedowes, Segretario generale di Lega Comunista, Zimbabwe; Leonardo Michelini, sindaco di Viterbo, Italia; Dr. Vicki Sentas, Università di New South Wales, Australia; Prof,ssa Anna Maria Rivera, Etnologia Università di Bari, Italia; Carlos Sierra, Parlamentare, Venezuela; Prof. Jose Maria Sison, Presidente della International League of People’s Struggle, Olanda; Prof. Enzo Scandurra, Sapienza, Università di Roma, Italia; Carlo Sommaruga, Parlamentare, Svizzera; Prof. G. M. Tamás, Filosofo, Ungheria; Turgut Öker, Presidente dell’Unione Alevita Europa (AABK); Germania; Vyacheslav Tetekin, Segretario Partito Comunista, CPRF, Russia; Le Minh Thank, Parlamentare, Vietnam; Vedat Türkali, Scrittore, Turchia; Luigi Vinci, ex Europarlamentare, Italia; Baris Silitonga Vicepresidente del Federazione dei lavoratori metal meccanici- FSPMI, Indonesia; Manuel Fajardo, Presidente del MOVADEF, Peru; Jacques Gaillot, Vescovo di Partenia, Francia; Ricardo Letts Colmenares, Presidente della Komita Malpica, Peru; Antonia Sani, Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà, Italia, Raffaele K. Salinari (Università di Urbino).

e le organizzazioni:

AKEL, Cipro; Alternative Information Center (AIC), Gerusalemme/Beit Sahur; Bremer Friedensforum, Germania; CAMPACC (Campagna contro la Criminalizzazione delle Comunità), GB; Cordillera Peoples Alliance, Filippine; GEP Associazione degli Scrittori, Perù; Giuristi Democratici, Italia; Partito Comunista Francese; Rete Kurdistan Italia; LAB, Sindacato dei Paesi Baschi; Liberation, GB; ASCE – Associazione sarda contro l’emarginazione, Italia; Movimento contro il Razzismo per l’Amicizia dei Popoli, MRAP, Francia; Senzaconfine, Italia; Peace in Kurdistan Campaign, GB; Progetto Diritti, Italia; Red Party, Norvegia; Solidarité Liberté, Francia; Tanggol Bayi (Difendi le Donne), Filippine; TUI MM, Sindacato, Paesi Baschi; Organizzazione delle donne per i prigionieri politici, Israele.

La campagna di raccolta firme è stata avviata a settembre 2012. A giugno 2013 era stato raggiunto un milione di firme raccolte.

Sostieni la campagna inviando un email a info[at]uikionlus.com oppure www.freeocalan.org
Iniziativa Internazionale ‘Libertà per Abdullah Ocalan- Pace in Kurdistan’
www.freeocalan.org / @freeocalan/ Casella Postale 100511, 50445 Koln, Germania/

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Libertà per Abdullah Öcalan: pace in Kurdistan

    Gianni Sartori

    (23 Maggio 2014 - 08:17)

    STORIA DEL PKK
    (Gianni Sartori)
    Verso la fine degli anni sessanta, complice il clima di rivolta che si aggirava per l’intero pianeta, l’allora studente in scienze politiche all’università di Ankara, il curdo Abdullah Ocalan ed alcuni studenti turchi decisero di prepararsi alla lotta armata, con un programma politico di sinistra che però non contemplava la questione curda. Un colpo di Stato nel 1971 stroncò sul nascere le loro velleità: arresti quotidiani ed uccisioni in massa (molti saranno impiccati) ridussero ai minimi termini l’area legata alla sinistra radicale turca. Anche Abdullah Ocalan viene arrestato; trascorre in carcere sette mesi durante i quali valorizza la sua identità curda approfondendo la storia della sua nazione. Quando esce, insieme a due turchi, Haki Karer e Kemal Pir, promuove una conferenza ad Ankara, propedeutica ad un successivo seminario ed esordisce affermando che, all’interno dello Stato nazione turco, sono presenti due nazionalità: quella turca e quella curda.
 I tre danno vita ad un movimento che fino al ’75 si impegna nello studio della storia curda, nella formazione politica dei militanti e del loro inquadramento nell’organizzazione. Le autorità turche seguono con attenzione il movimento; di contro, le organizzazioni di sinistra turche negano ogni sostegno politico e finanziario al nuovo movimento, nell’errata convinzione che i curdi avessero ormai perso coscienza della loro specificità etno-culturale. Così, nel 1975, tra i 40 e i 50 studenti decidono di rientrare in Kurdistan sparpagliandosi in 2-3 per città e paesi. I risultati non si fanno attendere e dopo circa tre anni, nel ’78, la popolazione già li sosteneva apertamente. Nel ’77, preoccupato per quello che stava avvenendo, il governo turco fa assassinare dai servizi segreti un esponente turco del movimento. Il messaggio è evidente: tutti i militanti sono in pericolo di morte. Il ’78 vede la nascita del PKK e la repressione si fa più brutale e molti civili vengono massacrati dagli squadroni della morte. E’ storicamente confermato che colpo di Stato del 1980 venne attuato per colpire innanzitutto i curdi e, tangenzialmente, le organizzazioni della sinistra turca. Le autorità sono a conoscenza del fatto che il PKK sta allestendo basi per praticare la guerriglia e migliaia di militanti del PKK vengono arrestati.
 Nel 1982 la lotta si estende nelle carceri, condotta da 7-8mila prigionieri politici. Solo 200 militanti, tra cui Ocalan, sfuggono alla repressione spostandosi in Libano per addestrarsi ed organizzare la lotta armata. Intanto nel Kurdistan la repressione prosegue ad alti livelli di intensità. Libri scritti in curdo vengono bruciati, la popolazione è sottoposta quotidianamente a minacce e vessazioni; ma è sui numerosi prigionieri che si concentra la brutalità del governo che cerca, invano, di innescare dinamiche di “pentimento” e delazione.
 Alcuni fondatori del partito vengono rinchiusi nel famigerato carcere di Diyarbakir. Durante il capodanno curdo -Newroz- che cade il 21 marzo e che è stato vietato negli anni Venti dalla repubblica turca, Haki Karer, si dà fuoco per lanciare un segnale alla popolazione. Il medesimo gesto estremo verrà compiuto, in maggio, da altri quattro dirigenti. Un mese dopo, sempre nel carcere di Diyarbakir, Kemal Pir muore dopo 65 giorni di sciopero della fame, seguito da altri quattro militanti.
 Per tutto l’82 continua la preparazione alla guerriglia presso i campi palestinesi che offrono ai 200 militanti del PKK la possibilità di addestrarsi. Il PKK contraccambia partecipando alla guerra contro gli israeliani nella quale rimangono uccisi 20 curdi. Nel 1983 Ocalan indice la prima conferenza con la quale annuncia l’intenzione di tornare nel Kurdistan insieme a 200 guerriglieri per intraprendere la lotta armata, considerata come l’unica possibilità contro la politica etnocida del governo turco.
 Il rientro in patria si accompagna ad un’azione spettacolare: un’intera cittadina viene conquistata e l’esercito turco, sconfitto, è costretto ad abbandonare il campo. Negli anni ’84-’85 si avverte la necessità di creare un fronte che organizzi la popolazione e renda politicamente più efficace l’azione del PKK stesso. Nasce così l’ERNK (Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan, il Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan), organizzazione interclassista di intellettuali, studenti, operai, rappresentativa di ogni settore della società curda, un fronte ampio che gode di un notevole sostegno di massa e che opera anche fuori dai confini del Kurdistan per far conoscere la lotta di autodeterminazione del popolo curdo.
 Molti militanti si stabiliscono temporaneamente all’estero dove, imparando la lingua del posto, fanno da cassa di risonanza a quanto avviene in Kurdistan; in questo modo la cortina del silenzio imposta dal governo turco viene contrastata e le notizie date quasi in tempo reale. 
Il 24 giugno 1993 decine di militanti del PKK attaccano e occupano contemporaneamente i consolati turchi in Germania: a Monaco (dove tengono in ostaggio una ventina di persone), Essen, Munster, Stoccarda e Hannover. A Berlino, Colonia, Francoforte e Dortmund colpiscono sedi di banche, uffici turistici e la Turkisch Airlines. La sede della compagnia aerea turca viene attaccata anche a Lione, mentre un gruppo di curdi irrompe nel consolato turco di Marsiglia. Altre azioni del PKK avvengono in Svezia e Danimarca contro uffici turistici. In Svizzera, dopo che l’ambasciata turca di Berna è stata circondata da una folla di curdi, un funzionario apre il fuoco uccidendo un manifestante. Dalle pagine del Corriere della sera, in un’intervista, Abdullah Ocalan minaccia di “colpire in Turchia, nelle località turistiche; colpiremo anche gli obiettivi turchi nel cuore dell’Europa”. Nell’estate del 1993 vengono sequestrati dai guerriglieri alcuni turisti europei (inglesi, francesi, tedeschi, neozelandesi, italiani, svizzeri, austriaci..) trovati in territorio curdo “senza lasciapassare del PKK”. Verranno presto tutti rilasciati, tranne un austriaco di cui non si avranno più notizie. Il 4 novembre 1993, nuova serie di attacchi agli obiettivi turchi in Germania. Viene colpito anche un centro commerciale di Wiesbaden e una persona perde la vita nell’incendio provocato da una molotov. Contemporaneamente, vengono assaliti i consolati turchi di Hannover, Stoccarda, Dusseldorf, Colonia e Karlsruhe. Colpita anche una sede del giornale turco Hurriyet a Neu Isenburg. Altre manifestazioni vengono organizzate a Copenaghen, Londra, Vienna, Zurigo, Ginevra, Francoforte, Strasburgo…
    Immediate le ritorsioni del primo ministro turco Tansu Ciller che invia nuovamente l’esercito nelle zone curde. Nel dicembre 1996 l’ERNK poteva affermare senza timore di smentite che “la guerra dura ormai da 12 anni (dall’inizio della lotta armata nel 1984, nda), smentendo tutte le previsioni fatte, di tempo in tempo, dai vari governi turchi che, confondendo il desiderio con la realtà, ci danno regolarmente per spacciati nell’arco di un paio di mesi, quando non di settimane. L’A.R.G.K. (Esercito Popolare di Liberazione del Kurdistan) – continuava il comunicato- può contare su 50mila uomini/donne ed un sostegno enorme tra la popolazione; controlla le montagne ed anche alcune città dove l’esercito turco non può mettere piede ed è riuscito a fermare, con un contrattacco, un’offensiva di 10mila soldati turchi, ai primi di novembre 1996, sul confine turco-irakeno”. 
Sempre secondo l’ERNK “la lotta armata, oltre a svolgere un ruolo insostituibile di autodifesa, serve a mantenere viva la coscienza identitaria ed è uno strumento per aprire il dialogo ed arrivare ad una soluzione negoziata del conflitto. È dovere di ogni popolo combattere, anche con le armi se necessario, per difendere i propri diritti e la democrazia. 
Accanto all’esercito abbiamo creato tutte le strutture di cui uno Stato ha bisogno per rappresentare gli interessi del popolo. Non è stato un lavoro facile, ostacolato dalla repressione turca e dalla società feudale che non ha potuto modernizzarsi, come per altre popolazioni, proprio a causa della mancanza di autodeterminazione che ha caratterizzato gran parte della storia curda. Ora il popolo è pronto; il PKK ha lavorato perché l’obsoleta logica feudale fosse superata anche sul piano -altrettanto fondamentale- della mentalità. Grossi passi avanti sono stati fatti”.
    Ma, anche in questi momenti di forza del movimento di liberazione, i curdi non escludono le possibilità di dialogo e soluzione politica, anzi. “E’ nostra intenzione –proseguiva il comunicato dell’ERNK del dicembre 1996 – aprire il dialogo con Ankara ed è in questa prospettiva che abbiamo per ben due volte proclamato il cessate il fuoco unilaterale. Il primo è durato 83 giorni a partire dal marzo 1993, il secondo quasi 9 mesi dal dicembre 1995 al 15 agosto ’96. In entrambe le occasioni non c’è stato alcun segnale positivo da parte del governo turco, che ha anzi risposto continuando a bruciare villaggi e ad operare massacri tra la popolazione”. All’epoca era convinzione di molti osservatori che all’interno dello stato turco più di un politico fosse favorevole ad una soluzione negoziata del conflitto. Ma poi prevalse la paura di incorrere nella vendetta dei militari.
 Dopo la fine del secondo cessate il fuoco (agosto 1996), un attacco in grande stile della guerriglia curda contro l’esercito turco aveva portato alla liberazione di molte zone poi controllate dall’ARGK. Inoltre la lotta si andava estendendo alle metropoli turche. Con manifestazioni e propaganda politica tra la popolazione, nelle strade e nelle piazze grazie anche alla collaborazione di una parte della sinistra turca e di organizzazioni pro curde.
    Il PKK dichiarava di lottare “per costituire una federazione democratica garante dell’unità del popolo curdo e dei diritti delle minoranze presenti sul territorio; fautori di un socialismo democratico e popolare, auspichiamo un modello di democrazia partecipativa dove non sia negata la libertà personale ma tutti abbiano la possibilità di intervenire nelle scelte che più direttamente li riguardano.
 Siamo anticapitalisti, ma anche contrari al socialismo reale così come si è realizzato nell’ex URSS”. Sull’argomento lo stesso Abdullah Ocalan aveva scritto un libro in cui criticava profondamente un sistema che “aveva dimenticato le necessità della popolazione impedendo la realizzazione di un’autentica democrazia popolare”.
 Quanto all’analisi marxista, riteneva che “ può essere efficace in determinate circostanze ma deve essere sempre verificata nella realtà che spesso smentisce perfette analisi ideologiche”. Affermazioni queste che risalgono alla prima metà degli anni novanta. Sempre negli anni novanta, Ocalan aveva mostrato vivo interesse per il pensiero libertario di Murray Bookchin. In seguito, anche se segregato in una cella, il Mandela curdo ha voluto approfondire le teorie dell’autore di “L’ecologia della libertà” e consigliarne la lettura e la messa in pratica ai militanti del PKK. La sua richiesta di un incontro con il pensatore anarchico non si è purtroppo realizzata. Sia per gli ostacoli messi in campo dall’amministrazione carceraria che per le precarie condizioni di salute di Bookchin (deceduto qualche tempo dopo) che aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per il leader curdo imprigionato.
    Schierato su decise posizioni anti-imperialiste, il PKK non ha mai fatto mistero della sua ostilità nei confronti della Nato. Anche se “non è questa la nostra preoccupazione principale, visto che l’imperialismo aiuterebbe ugualmente la Turchia per tutelare i propri interessi che in quest’area strategica sono decisamente rilevanti”. Per poter aderire all’Alleanza atlantica, la Turchia aveva dovuto sottostare ad alcune condizioni tra le quali quella di partecipare alla guerra di Corea. Ma in realtà il governo turco inviò solo curdi che in migliaia persero la vita. Con la fine della guerra fredda, la Turchia assumeva una posizione strategica per gli Stati Uniti ed i loro alleati; escludendo Israele, infatti, la presenza statunitense nella regione era osteggiata da vari paesi, anche da quelli nemici tra loro, come l’Iraq e l’Iran.
 Quindi è facilmente intuibile che “se non intervenisse la Nato, interverrebbero direttamente gli Stati Uniti o la Germania”. Appare evidente come negli ultimi anni la Turchia abbia sostituito il ruolo ricoperto in passato da Saddam, quello di “cane da guardia dell’Occidente”. La Nato ha rappresentato un fondamentale sostegno finanziario per la Turchia: nel solo anno 1995 venivano stanziati 7 miliardi di dollari americani per spese militari (poi utilizzati quasi interamente in funzione anti PKK), arrivando nel 1996 a 10 miliardi. Una vera escalation, con gran parte della somma coperta dall’organizzazione atlantica. Ma il fatto che gli Stati Uniti usino la Turchia non significa che la Turchia sia automaticamente più forte per questo. Talvolta l’appartenenza alla Nato ha comportato anche qualche problema per Ankara. Il 17 novembre 1996, a Parigi, i delegati turchi alla riunione annuale della Delegazione interparlamentare della Nato avevano avuto una brutta sorpresa. La delegazione italiana (in particolare il presidente della commissione Esteri del Senato, Giangiacomo Migone) poneva la questione della vicenda curda e imponeva di discuterne nella riunione nonostante le proteste di Cahit Kavak, deputato del partito turco Anap. Alle sue dichiarazioni – “i curdi non esistono, esiste il terrorismo del PKK” – si rispondeva che “il PKK è comunque parte del popolo curdo”. La conclusione è stata che una delegazione della Nato sarebbe partita quanto prima per verificare la situazione della popolazione curda in Turchia. Da parte sua PKK aveva più volte messo in guardia i paesi aderenti alla Nato per la loro politica di sostegno al regime repressivo.
    Nel decennio precedente alla cattura di Ocalan (1999), nei territori liberati si realizzarono, pur tra mille difficoltà, forme di autogoverno della popolazione curda. “A partire dal 1990 -ci spiegava AHMET YAMAN – quando abbiamo preso il controllo delle montagne, i tribunali si sono svuotati perché la partecipazione popolare, ampia in ogni settore, riduceva al minimo i contrasti, venendo ogni controversia chiarita all’origine.
 La milizia popolare che abbiamo costituito, sostituendo le vecchie strutture di repressione turche, è composta da milioni di curdi ed opera attivamente sul territorio pronta ad aiutare la popolazione ed a raccoglierne le istanze”.
    PARTITI CURDI IN TURCHIA
    Per quanto riguarda i partiti politici a base curda (spesso definiti, sbrigativamente, la “vetrina politica” del PKK), nel 1991 era sorto l’HEP (Partito del Lavoro) in breve tempo messo fuori legge. La stessa sorte toccò al DEP (Partito della Democrazia) fondato nel 1994. Ai suoi 22 deputati venne negata l’immunità parlamentare. Costretti a fuggire all’estero, davano vita al Parlamento curdo in esilio. Emblematico il caso della parlamentare Leyla Zana, condannata a 15 anni insieme ad altri deputati per reati di opinione. In seguito, sempre nel 1994, era nato l’HADEP (Partito della Democrazia del Popolo) con l’obiettivo di “aprire il dialogo con proposte di pace”, le stesse che proponeva il PKK. Sicuramente con l’HADEP il governo turco si è lasciato sfuggire una possibilità storica. Quella di un valido interlocutore con cui avviare trattative per una soluzione politica; un’opportunità alternativa al dialogo diretto con il PKK, forse inaccettabile per l’opinione pubblica turca.
 Con le elezioni del dicembre 1995, l’HADEP diventava il primo partito nel Kurdistan turco (53% dei voti). Ma, a causa dello sbarramento del 10% istituito ad hoc, non poteva essere rappresentato in Turchia. Su HADEP, oltre alle accuse di terrorismo, si è pesantemente abbattuta la violenza di Stato: distruzione di sedi, arresti, decine di attivisti assassinati. Calcolando anche quelle di HEP e DEP (i predecessori dell’HADEP) le vittime furono oltre un centinaio tra il 1990 e il 1996. Migliaia i casi di tortura.
 Nel luglio 1996, più di 30mila persone hanno partecipato ad Ankara al congresso del partito, testimoniando un considerevole appoggio popolare. Per ritorsione il governo turco avviava un procedimento per mettere anche questo partito curdo fuori legge. La terza udienza al processo aperto dalla Corte di Sicurezza dello Stato contro l’HADEP si è tenuta il 22 novembre 1996. Mentre due giovani militanti, accusati di aver ammainato la bandiera turca durante il congresso del partito, rischiavano la condanna a morte, per 43 dirigenti dell’HADEP, tra cui il presidente Murat Bozlac, venivano richieste condanne fino a 22 anni di carcere (per “separatismo” e legami con il PKK). Come da manuale, rimanevano invece sconosciuti e in libertà gli assassini di 4 delegati curdi, uccisi mentre facevano ritorno a casa all’indomani della violenta irruzione della polizia nella sede del congresso.
    Gianni Sartori

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