Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Gianni Rinaldini e Bruno Papignani: verso il congresso nazionale della Cgil

di Loris Campetti

L’ultimo congresso della Cgil si era svolto all’insegna di una novità, rispetto alla tradizione della più importante confederazione sindacale italiana: tre segretari generali di categoria – e che categorie, metalmeccanici, funzione pubblica e bancari – avevano presentato un documento alternativo rispetto a quello elaborato dal gruppo dirigente confederale.

Precedentemente la Fiom aveva caratterizzato la sua battaglia congressuale con gli emendamenti, e già quella scelta aveva avuto l’accoglienza riservata a un eretico quando varca la soglia della chiesa. Le differenze tra pratica ed elaborazione sindacale della Fiom e la linea e l’agire confederale, però, si erano accentuate a tal punto che la scelta del documento alternativo era sembrata inevitabile ai promotori, e forse ancora di più alle strutture di base e ai militanti.

“La Cgil che vogliamo”, che raccoglieva gran parte dei metalmeccanici e settori consistenti – almeno così si era supposto – delle altre due categorie, non andò oltre il 18% dei consensi, anche in conseguenza di un sistema di regole statutarie e congressuali tese a tutelare fondamentalmente la maggioranza e gli apparati, dunque la continuità dei gruppi dirigenti. Soltanto nella Fiom stravinse “La Cgil che vogliamo”, mentre i segretari della Funzione pubblica e dei bancari furono messi in minoranza dalle loro stesse basi che si schierarono in prevalenza con il documento “ortodosso”.

Seguirono anni difficili, in cui la stessa agibilità sindacale di chi aveva osato rompere l’unanimismo del gruppo dirigente venne messa in discussione con una parola d’ordine mai pronunciata apertamente ma praticata in modo diffuso, dal centro ai territori: “vae victis”, guai ai vinti. Così, spesso è capitato che la Fiom si trovasse da sola a condurre battaglie importanti in difesa dei diritti dei lavoratori. Il caso più clamoroso è quello di Pomigliano, dove i lavoratori venivano schiacciati dal ricatto Fiat: o il lavoro o i diritti, scegliete voi.

I metalmeccanici della Cgil non si piegarono, prima a Pomigliano poi a Mirafiori, e su di loro si scatenarono gli anatemi della politica, i pelosi consigli dei sindaci “democratici” a piegare la schiena di fronte a Marchionne e votare sì a un referendum illegittimo, ma anche dalla confederazione di corso d’Italia le critiche non mancarono, approfondendo il fossato tra Cgil e Fiom. Se alla Fiom, e al suo neoletto segretario generale Maurizio Landini che aveva raccolto il testimone lasciato per scadenza termini da Gianni Rinaldini, non fu fatta la pelle – metaforicamente parlando – è grazie al consenso generale che nella società, fuori da partiti, media e apparati, raccolse la lotta degli operai di Pomigliano sostenuti strenuamente dalla Fiom. Del resto, già in precedenza era stata una lotta vincente alla Fiat, in questo caso degli operai di Melfi, a salvare la Fiom dagli attacchi confederali.

Perché risultasse vincente la lotta di Pomigliano e Mirafiori contro i ricatti e le discriminazioni si sono dovute attendere le sentenze della magistratura che diedero torto a Marchionne nell’esclusione della Fiom e dei suoi iscritti dalla fabbrica. E soprattutto ci ha pensato la Corte costituzionale con una sentenza esemplare che ha messo a tacere, insieme a Marchionne, l’intero mondo sindacale e la politica, in testa Matteo Renzi che precedentemente si era schierato con Marchionne “senza se e senza ma”, salvo poi pentirsi. Nel passaggio del timone della Cgil da Guglielmo Epifani a Susanna Camusso crescono i casi di accordi separati non più solo contro la Fiom ma anche contro la Cgil. Eppure, non si è vista una risposta adeguata di corso d’Italia a un sostanziale smantellamento delle regole democratiche, a partire dalla sterilizzazione del contratto nazionale, proseguendo con la controriforma pensionistica.

E qualcosa era cambiato nel profondo in Cgil: nel 2002 con Sergio Cofferati milioni di lavoratori, pensionati, studenti, precari e cittadini avevano riempito il circo Massimo in difesa – vincente – dell’art.18 dello Statuto, ma quando a farlo a pezzi ci pensò un governo considerato in fondo amico, il governo di centro-destra-sinistra di Monti, soltanto qualche decina di militanti della Cgil andò a protestare davanti a Montecitorio. Ad aumentare il solco tra Cgil e Fiom aveva contribuito anche la bassissima intensità della protesta che ha accompagnato la controriforma Fornero delle pensioni. Per semplificare, uno dei punti di differenza tra Fiom e Cgil ha molto a che fare con la concezione di autonomia – i metalmeccanici già con Claudio Sabattini avevano iniziato a parlare di indipendenza – del sindacato.

Se questo è lo stato delle relazioni interne alla Cgil e tra confederazione e categorie, così sommariamente descritte da un giornalista che ha molti limiti e non è certo sospettabile di imparzialità, colpisce la scelta congressuale della Cgil che vogliamo di non presentare un documento alternativo a quello di Susanna Camusso, concentrando la battaglia interna su degli emendamenti qualificanti, a differenza della Rete 28 aprile, precedentemente interna alla Cgil che vogliamo, che ha presentato un suo documento alternativo. Sapendo che tale decisione non discende certamente da un superamento o ridimensionamento della differenze di linea e azione sindacale, abbiamo chiesto a due dirigenti “informati dei fatti” di motivarla. Ne parliamo con Gianni Rinaldini, ex segretario generale della Fiom e coordinatore della Cgil che vogliamo e con Bruno Papignani, segretario generale della Fiom Emilia.

Rinaldini, la Cgil che volete è quella che ha prodotto il documento congressuale che intendete emendare?

“Non lo è, e io avrei fatto una scelta diversa da quella decisa dall’organizzazione. Stante la crisi evidente della rappresentanza, e della Cgil nello specifico, e stante l’eccezionalità della situazione economica e sociale del paese avrei preferito un confronto a tutto campo per trovare una posizione comune con i delegati, sulla crisi del sindacato. Dentro una globalizzazione che mette in discussione il futuro stesso di un sindacato che voglia essere soggetto autonomo del cambiamento. Un confronto aperto di questa natura non dovrebbe avere una ricaduta diretta sui gruppi dirigenti, rimandando a un secondo tempo il congresso vero e proprio che svolto nelle forme attuali non consente tale confronto. Perché si svolge con le scelte già decise tra i 180 membri del direttivo, calate dall’alto sui delegati e i lavoratori iscritti, espropriati della discussione e chiamati a votare ciò che è già stato elaborato dall’alto. In 50 minuti devono ascoltare le diverse posizioni e votare documenti ed emendamenti, loro che rappresentano la ragione sociale del soindacato vengono ridotti in uno stato di assoluta passività”. Non mi sembra che questa sia stata la scelta della Cgil… “Ho espresso questa posizione a chi avrebbe potuto porre il problema – dice Rinaldini – se l’avessi fatto io al direttivo neanche sarebbe stata discussa, per le dinamiche uscite dallo scorso congresso. Sono 4 anni che le cose vanno così. Il direttivo ha fatto una scelta tradizionale, con il rischio che il congresso venga vissuto da delegati e iscritti come un passaggio burocratico e irrilevante, ma per me il problema resta aperto perché la Cgil ha bisogno di un confronto a tutto campo sui fondamentali del sindacato. Oggi la costruzione della rappresentanza sociale non passa più attraverso le vecchie ritualità nel rapporto con le forze politiche. Quello schieramento di cui era parte la Cgil non esiste più, perché non esiste più la sinistra, né c’è un partito di massa che abbia come riferimento i lavoratori. Oggi, il passaggio dai ruoli sindacali ai ruoli partitici non ha più lo stesso segno del passato, quando c’erano dei rapporti d’appartenenza. Oggi sono vissuti come una conferma dell’appartenenza degli stessi sindacati alla casta. Nelle fabbriche il salto di Epifani alla guida del Pd è stato devastante “.

Resta la domanda iniziale: perché avete escluso l’idea di un documento alternativo?

“Non è questa la Cgil che volevamo e permangono le critiche di questi anni. Il pluralismo nella Cgil dovrebbe essere vero, non fossilizzato nelle aree programmatiche ma pulsante nella dialettica tra confederazione e categorie. Questa è stata la strada battuta dalla Fiom a partire dal ’94, la strada dell’indipendenza. Nell’ultimo congresso ci siamo trovati in una situazione particolare, ma la scelta del documento alternativo non era finalizzata a ossificare la categoria dentro un’area organizzata. L’obiettivo era semmai di concorrere a vincere il congresso almeno in due importanti categorie, per determinare la riapertura di una vera dialettica tra categorie e confederazione, battendo il tentativo di isolare la Fiom. Il risultato è stato diverso, negativo, e abbiamo vinto sono nella Fiom. Oggi le condizioni, persino le speranze di quattro anni fa non esistono più”.

Vuoi dire che in Cgil è aumentato il tasso di pensiero unico?

“È anche possibile che la valutazione sulle dinamiche interne alla Funzione pubblica fosse forzata. Visto che il direttivo ha deciso il congresso per azioni, centrato su 11 punti, la nostra scelta di caratterizzarci con 4 emendamenti rappresenta la volontà di aprire il confronto oltre il recinto dell’area organizzata ad altre sensibilità e posizioni. Due di questi emendamenti, sul reddito minimo e sulle pensioni, sono presentati insieme con il segretario generale della Federazione lavoratori della conoscenza e con il coordinatore dell’area programmatica Lavoro e società, mentre gli emendamenti sulla contrattazione e la democrazia dalla sola Fiom, ma ho elementi che mi fanno sperare in un consenso più ampio”.

Prima di entrare nel merito degli emendamenti, chiediamo a Bruno Papignani come la scelta di non presentare un documento alternativo viene vissuta all’interno della Fiom.

“La scelta ha coinvolto finora le segreterie territoriali e il confronto più ampio sta iniziando ora. Si è capito che si tratta di una scelta determinata da una condizione di necessità. Nel gruppo dirigente è però chiaro che, se la Rete 28 Aprile con un documento alternativo di pura testimonianza ha l’obiettivo di cambiare la Fiom, la Fiom al contrario vuole cambiare la Cgil. So però che una parte dei delegati e soprattutto dei militanti voterà gli emendamenti, ma con qualche difficoltà perché avrebbero preferito un documento alternativo per segnare una differenza più netta con la Cgil e la sua linea sindacale. Vedremo nel confronto con la base quale sarà l’atteggiamento di quei quadri che hanno maturato una rottura totale con la casta politica e con le ritualità organizzative della stessa confederazione. È però chiaro a tutti che la nostra critica alla Cgil non si è modificata di una virgola: è obbligatorio avere rapporti con la Cgil ma i giudizi sulle politiche e sulla prassi sindacale non cambiano, dunque temo che neanche i rapporti potranno modificare con una confederazione che fatica ad autoriformarsi. Se però passerà il nostro documento sulla democrazia, si potrebbe aprire una stagione nuova. Vogliamo emendare per cambiare, con un documento alternativo avremmo rischiato di chiuderci in una riserva indiana”.

Rinaldini, veniamo agli emendamenti, ai punti caratterizzanti delle vostre proposte al congresso. Partiamo dalle pensioni.

“Chiediamo di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile, e dunque il diritto ad andare in pensione con 40 anni di contributi, senza penalizzazioni. Come dice Carniti con una battuta, se si sceglie il contributivo che c’entra l’età? Inoltre, diciamo che si può scegliere di andare in pensione a 60 anni senza penalizzazione e che è necessario definire una differensazione che riduca l’età pensionabile in base all’usura delle mansioni e del lavoro svolto”.

L’emendamento che propone l’introduzione del reddito minimo garantito rappresenta una vera discontinuità, almeno in casa confederale. Recita così: “Il reddito minimo garantito come misura di contrasto alla povertà, di liberazione dal ricatto del lavoro precario, per chi si trova in uno stato di disoccupazione o inoccupazione, per l’accesso al sapere. Un reddito che deve essere integrato da servizi finalizzati a orientamento, formazione, ricerca di occupazione, cura e prevensione della salute, istruzione per i minori fino almeno al completamento dell’obbligo scolastico; un diritto individuale, modulabile in base alla differenza tra reddito disponibile e reddito annuo pari alla soglia individuata dal Parlamento europeo nella risoluzione del 20 ottobre 2010”, che corrisponde al 60% del reddito mediano nazionale che per l’Italia è di 600 euro. L’emendamento contiene “un welfare studentesco incardinato su una legge quadro sul diritto allo studio, che garantisca la gratuità per tutto il percorso obbligatorio con contribuzioni legate all’effettivo reddito e borse di studio per l’accesso all’Università, in aggiunta a servizi che sostengano la mobilità, gli alloggi, l’accesso a occasioni culturali formative”.

La contrattazione è uno dei pilastri su cui si reggono l’azione e la storia della Fiom, ed è proprio su questo fronte che le politiche liberiste degli ultimi governi e la pratica sempre più diffusa degli accordi e dei contratti separati hanno provocato i maggiori arretramenti. Ne parla Bruno Papignani, spiegando i punti cardine dell’emendamento Fiom:

“Il documento congressuale dice cose importanti e condivise ma è troppo generico, serve invece una forte determinazione per rilanciare la contrattazione a tutti i livelli. Non è un caso che le multinazionali in tutt’Europa abbiano lanciato un affondo per cancellare i contratti nazionali, e dunque è importante muoversi in un contesto europeo. Rilanciare la contrattazione, per noi, vuol dire rilanciare il sindacato, fuori dalle secche in cui si è arenato. Al centro mettiamo la riunificazione del lavoro e le condizioni di lavoro, anche per difenderci si rendono necessari elementi nuovi di contrattazione, che deve iniziare comunque a partire dai luoghi di lavoro, altrimenti il sindacato si riduce a contrattare chiusure di aziende e ammortizzatori sociali, con l’aggravante che questi ultimi si stanno esaurendo dopo cinque anni di crisi. Chi dice che stiamo uscendo dalla crisi non sa di che parla, ci vorranno anni prima di ripristinare condizioni di occupazione e di lavoro accettabili. È questo l’approccio che informa l’emendamento sulla contrattazione. Ma siccome io sono un sindacalista in distacco dal posto di lavoro, ci tengo a dire che nel mio congresso, a titolo individuale, proporrò un emendamento per il ripristino della scala mobile”.

Sull’Europa e la politica fiscale le posizioni in Cgil sembrerebbero abbastanza condivise e alcuni dei chiodi fissi della sinistra sono contenuti nel documento congressuale, dall’introduzione di una patrimoniale all’aumento della tassazione delle rendite finanziarie. Ma c’è un punto che riporta alle considerazioni iniziali di Rinaldini, sul quale chi ha scelto la strada degli emendamenti insiste con più vigore.

È la democrazia che dovrebbe riformare la Cgil, e oggi rappresenta il suo punto debole. Chiediamo la democratizzazione dell’organizzazione a partire dalle modalità congressuali, che presuppongono cambiamenti profondi anche dello Statuto Cgil e nel modo di costruire i documenti congressuali. Quando si arriva a due mozioni alternative, da cui deriverà la composizione dei gruppi dirigenti, dev’essere garantita pari dignità ai documenti in tutte le fasi congressuali. Le diverse posizioni devono essere spiegate in tutte le assemblee, dai luoghi di lavoro alle leghe Spi, mettendo a disposizione le risorse dell’organizzazione. Chiediamo la pariteticità di tutti gli organismi elettorali di controllo e certificazione del voto. Prassi che richiede la revisione dello Statuto sulla soglia di accesso ai documenti alternativi. Lo stesso meccanismo del congresso deve valere per le consultazioni degli iscritti su ipotesi di accordo, per non ripetere quel che è avvenuto con la fantasiosa e creativa consultazione sull’accordo del 28 giugno 2011, relativo alle modalità sugli accordi aziendali”.

Continua Rinaldini: “Dobbiamo farla finita con il meccanismo di autoconservazione del gruppo dirigente che tutto accentra e decide. Le assemblee dei delegati a livello territoriale, di categoria e confederali, devono essere i luoghi permanenti di discussione sulle scelte sindacali, il che vuol dire coinvolgere e attivare migliaia di delegati, e il rapporto tra delegati e iscritti non può avvenire ogni quattro anni”. Non basta ancora: “Le commissioni di giustizia interna devono avere una caratteristica di terzietà per garantire l’intera organizzazione, dunque non possono essere costruite sulla base dei rapporti congressuali, ma presiedute da personalità autorevoli e di garanzia esterne all’organizzazione. Per tutte queste ragioni dobbiamo modificare lo statuto, oggi privo di paletti democratici perché la democrazia non deriva da patti politici. Con la democratizzazione è necessario introdurre una forte trasparenza finanziaria”.

Gran parte di queste radicali modifiche, però, pur se approvate avrebbero effetti concreti soltanto per il futuro, cioè per il congresso successivo a quello che sta per iniziare il suo cammino.

“Non è così – contesta Rinaldini – assumere questo ordine di cambiamenti aprirebbe da subito la Cgil e il suo gruppo dirigente a un confronto vero, dentro e fuori l’organizzazione. E la critica allo stato della democrazia nella Cgil che è insito nel nostro documento è una delle ragioni che ci hanno sconsigliato di presentare un documento alternativo: con le regole attuali e un gruppo dirigente costruito per cooptazioni successive si sarebbe rivelata una scelta suicida, ci avrebbe garantito solo di lasciare una testimonianza, oltre a scatenare una sorta di duello, insensato, tra Camusso e Landini. L’esperienza insegna: nello scorso congresso, prima ancora che iniziasse, l’allora segretario mi aveva anticipato con precisione il consenso che avrebbe raccolto La Cgil che vogliamo: il 18%”. Per raggiungere l’obiettivo deciso dall’alto, è giusto dirlo, basta soltanto aumentare gli iscritti, e ci sono molti modi per riuscirci.

Gianni Rinaldini oggi è un pensionato iscritto allo Spi, ma è pur sempre nel direttivo nazionale, è un ex segretario della Fiom e il coordinatore di un’area programmatica, che continua a fare sindacato senza avere diritto a una stanza, senza avere alcun rapporto formale con l’Organizzazione. Si paga anche le spese telefoniche, perché oggi in Cgil ci usa così, chi vince prende tutto e chi perde se ne deve andare a casa e le sue idee, la sua passione, rottamate. Ma questa musica non piace a Rinaldini, a suonarla è solo un giornalista irriverente che rischia di indispettire il suo amico sindacalista che non vuole ascoltarla. Gianni non chiede nulla alla sua organizzazione, lo sapeva che sarebbe andata così.

Una domanda finale però è d’obbligo: che farai da grande?

“Ci dovrò pensare, ma sia chiaro che non intendo restare nel gruppo dirigente confederale. Faccio parte del Comitato Direttivo della Cgil da oltre venti anni e non avrebbe senso. Penso che la lunga esperienza da dirigente sindacale, iniziata in Camera del lavoro a Reggio Emilia, si sia esaurita. Con amarezza devo dire che non avevo mai visto prima una Cgil così vuota di analisi e così priva di autonomia, una Cgil che va avanti sperando di cavarsela giorno per giorno con la scelta del meno peggio”.

Questo articolo è stato pubblicato da Inchiesta ottobre-dicembre 2013

Autore dell'articolo: Amministratore

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