Ecco, ora provate a immaginarvi Pier Paolo Pasolini che racconta barzellette

Il capitale umano
Il capitale umano
di Giuseppe Scandurra

L’ultimo film di Paolo Virzì, “Il capitale umano”, è puntuale. Puntuale nel circoscrivere un oggetto. Puntuale nell’equilibrio tra sintesi (volontà di fare una fotografia) e analisi (desiderio di entrare in profondità senza preoccuparsi dell’insieme). Puntuale, soprattutto, nel far dialogare singole e uniche storie di vita con uno sguardo collettivo, macroregionale (la Lombardia di Maroni). Una puntualità che stupisce.

Ecco, ora provate a immaginarvi Pier Paolo Pasolini raccontare barzellette al Bagaglino. Cosa provereste? La puntualità dell’ultima opera di Virzì è altrettanto stupefacente. Proviamo a prendere alcuni dei suoi film più conosciuti: “Ferie d’agosto” (1995), per esempio, o “Caterina va in città” (2003). Anche se meno “sociologici”, potremmo concentrare l’attenzione anche su “Ovosodo” (1997) o “Tutta la vita davanti” (2008). Non discuto sulla loro qualità; quello che colpisce di questi lavori è la loro superficialità. Provo a spiegarmi meglio.

I “Rossi”, i “Bianchi”, pure i “Neri”; marxisticamente parlando i “Padroni” e i “Servi”; con uno sguardo più da cultural studies i “Fricchettoni” e gli “Hipsters”. Si ritornava a casa appesantiti da categorie. La superficie, la “leggerezza” (alle volte anche un po’ commerciale) dei film di Paolo Virzì provocava spesso inaspettate forme di appesantimento interpretativo. La sensazione, da spettatore, era simile a quella che ti capita quando si va ad assistere ai tanti Festival filosofici in programma a settembre nel nostro Paese.

Si ascolta per un’ora Galimberti o Gramellini nella volontà di arricchire il proprio individuale capitale di conoscenze. Tutto è leggero, in superficie; ma cosa resta una volta tornati a casa? Mucchi di categorie interpretative inutili alla lettura (e quindi alla risoluzione) dei problemi quotidiani. La pesantezza, inaspettata per l’appunto, che deriva dal prendere consapevolezza (man mano che passa il tempo e il ricordo del film o del monologo viene meno) di quanto tutto il visto e il sentito sia frutto di retoriche e sintesi sociologiche decontestualizzate.

Ora concentriamo lo sguardo sullo spettatore. Come si compone il pubblico di un evento filosofico-festivaliero? Difficile rispondere (non ci sono ricerche etnografiche al proposito); quello che è certo è che i Galimberti non lo sanno quando si siedono dietro la cattedra. Non avendo consapevolezza di chi hanno davanti i Galimberti sparano in superficie e utilizzano retoriche alleggerite per convincere tutti che quello che stanno dicendo è sensato, appropriato, soprattutto utile. Non è di tutti l’ovosodo che fa su e giù nelle nostre pance?

Non è di tutta la nostra generazione quel senso di precarietà che ti assale a ogni risveglio? Non abbiamo sociologizzato tutti i nostri vicini di bungalow? Non proviamo tutti una rabbia Krausiana quando ci troviamo davanti l’intellettuale di estrema sinistra la cui unica caratteristica “identitaria” è lo scarto tra quello che dice e quello che quotidianamente fa? Ecco, Virzì, al di là della qualità dei suoi film, vedeva il suo pubblico come una massa omogenea, dava alla “gente” quello che credeva la “gente” volesse conoscere.

Il “Capitale umano” smentisce da tutti i punti di vista questa retorica di superficie, questo processo di post-appesantimento derivante dalla volontà autoriale (alleggerire, alleggerire, alleggerire il più possibile) di divulgare piacendo (e piacendosi). Come se, ad un certo punto, prima di morire, autori come Zygmunt Bauman o Marc Augé rinunciassero a parlare di “liquidità” e “non luoghi” e provassero a raccontarci veramente, contestualizzando i loro discorsi, l’oggetto dei loro studi. Decidessero, con coraggio, di smettere di divulgare per fare analisi.

Quanti film abbiamo visto sul Ventennio berlusconiano (… sempre che rimanga un Ventennio a questo punto…)? Cosa aggiunge “Il Caimano” ai nostri peggiori incubi? Soprattutto, cosa aggiunge dal punto di vista cinematografico? Una volta che siamo venuti a conoscenza che non esistono più i ballatoi, che non è più tempo di lasciare le chiavi appese alla porta, che tutto è più “liquido” e che non c’è nulla di più anaffettivo e omologante che uno spazio aereoportuale (come se questo sguardo nostalgico non appartenesse a ogni epoca storica), che facciamo? Se divulgare significa non spiegare il perché di un processo a cosa serve?

Proviamo a riflettere su alcuni momenti cruciali dopo la visione micro-macro dell’ultimo film di Virzì:

  • 1 – Come è stata annientata la qualità della “competenza” in questo Ventennio? Forse non è un caso che Valeria Golino, la signora Ossola, sia una psicologa che non capisca nulla di quello che le sta succedendo attorno. Non è tragicamente comico quando l’ispettore Bebo Storti, proprio quando obbligato a fornire la sua versione dei fatti offre alla vera protagonista del film, Matilde Gioli, la figlia di Fabrizio Bentivoglio, il signor Ossola, e Valeria Golino, un’interpretazione totalmente sbagliata circa quello che è avvenuto? Non è semplicemente incompetente come Valeria Bruni Tedeschi, Carla Bernaschi, mette in atto quotidianamente il suo femminismo? Cosa c’è di “risolto” nel modo in cui Fabrizio Gifuni, Giovanni Bernaschi, spiegherà alla moglie le sue strategie economico-politiche al fine di convincere gli azionisti della sua società a investire ancora? E’ sempre un caso che l’unica figura di speranza del film, l’intellettuale libero e innamorato Luigi Lo Cascio, al cinema Donato Russomanno, nell’accompagnare alla porta la sua amante-mecenate Valeria Bruni Tedeschi tiri fuori un repertorio di bassezza culturale da macho-terrone-tradito?
  • 2 – Come vengono analizzati i rapporti tra genitori e figli, soprattutto tra il papà Gifuni e il figlio Guglielmo Pinelli, sullo schermo Massimiliano Bernaschi? Non c’è nulla di compiaciuto come nelle pagine di Michele Serra (“Gli Sdraiati”, Fetrinelli, 2013), non c’è nulla di ironico come in quelle di Francesco Piccolo (“Il desiderio di essere come tutti”, Einaudi, 2013). Non c’è rottura generazione, non c’è conflitto agito, non c’è semplicemente un mancato passaggio di testimone. In confronto alla drammaticità del rapporto tra padre Bernaschi e figlio le pagine lacaniane di Massimo Recalcati (impossibile citare un suo libro senza citarli tutti) sembrano istruzioni edulcorate per vivere meglio, come i libri di auto-aiuto. Al di là della forse più superficiale e solo abbozzata (c’è la mano dello sceneggiatore Piccolo?) interpretazione “competitivista” (il padre ansiogeno che non tollera un figlio che arriva secondo), cosa è successo in questo Ventennio? Altro che problema dei TQ; altro che politiche di vittimismo o individuazione dei carnefici. Qui siamo dentro una vera tragedia che ci vede tutti coinvolti, perché la Brianza è stata, questo verrebbe da pensare, la vera capitale del Ventennio (e finalmente qualcuno che si arrabbia per come è stato rappresentato in un film il suo “Paese”).
  • 3 – In un film engagè di Francesca Comncini “A casa nostra” (altro lavoro spietato sulla macroregione maroniana), uno dei protagonisti, sul finale, riuscendo a fermare i soliti “furbetti del quartierino” intenzionati a calpestare la nostra “Povera Patria” gli urla che non possono fare come vogliono perché questa, per l’appunto, è “Casa Nostra”. Anche nel lavoro di Virzì c’è una battuta finale, pronunciata dalla moglie Bernaschi, la quale, anche lei nel chiuso di una stanza, guarda il marito e dice: “Avete scommesso sul fallimento di questo Paese e avete vinto”. Forse è il solo momento filmico in cui Virzì torna ad essere tale, sente il bisogno di accorciare, di sintetizzare, di categorizza. Se nel film di Francesca Comencini gli uomini e le donne, una minoranza certamente, lottano contro un ambiente corrotto, una Milano insopportabile, nella provincia dalla cadenza insopportabilmente lombarda di Virzì uomini, donne e territorio sono oramai una cosa sola: il frutto di un Ventennio che ha causato il fallimento di un Paese.

Nel trailer de “Il capitale umano” appaiono scene che non sono semplici spezzoni del film, ma piuttosto ne ridanno l’atmosfera. Anche il finale utilizza uno stratagemma narrativo insolitamente meraviglioso, spacciando per storia vera quello che è, invece, un adattamento (il romanzo “The human capital” di Stephen Amidon… che esista in Connecticut un’altra Brianza?).

Insomma, dà una sensazione eccezionale sentirsi spiazzati, provare spaesamento critico. Entrare pensando alla piacevole sociologia d’accatto di Virzì e uscire felicemente consapevoli di aver sbagliato, di aver giudicato male. In un Paese (a parte pochi casi come Monicelli) in cui si invecchia male (e il peggio non sembra aver fine) è un piacere riconoscere come esista qualcuno che ti costringa a rivedere le tue posizioni. La coerenza critica meglio lasciarla ai brianzoli, sperando che, prima o poi, questo Ventennio, e le sue capitali amorali, finiscano.

Autore dell'articolo: Amministratore

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