Roma processa le dittature sudamericane

Dittatura cilena
Dittatura cilena
di Valentina Veneroso

L’aula 10 del tribunale penale di Roma è angusta e anonima. Somiglia alle altre, con le sue luci al neon e il viavai di gente che entra ed esce dalla porta vetrata. Ciò che la rende diversa, però, è quello che succede al suo interno: è qui che si è aperto il più importante procedimento penale contro le dittature latinoamericane in Europa. Il 22 novembre si tiene la seconda udienza preliminare che deve portare all’avvio del processo contro l’Operazione Condor, traguardo a cui la giustizia, non solo italiana, mira ad arrivare il prossimo anno.

È una storia cominciata quasi quindici anni fa e di cui finalmente si vedono i primi frutti dopo un lunghissimo iter investigativo.

Nel 1998, dopo le denunce presentate dai familiari degli italiani desaparecidos in Sudamerica tra il 1973 e il 1978, la procura italiana apriva le indagini sull’Operazione Condor. L’inchiesta, chiusa tre anni fa, chiamava in causa ben 140 persone (tra cui 59 argentini, undici brasiliani e sei paraguaiani), ma vari ostacoli procedurali e la morte di molti imputati hanno ristretto il cerchio dei soggetti sottoposti a processo. Ora la procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di 34 imputati per il loro coinvolgimento nell’omicidio di 23 cittadini italiani.

L’11 ottobre 2013, nell’ambito della prima udienza preliminare, sono stati ammessi come parte civile tutti i familiari delle vittime che ne hanno fatta richiesta, la presidenza del consiglio dei ministri italiana, l’Uruguay e il suo partito di governo, il Frente amplio. Sono invece state respinte le richieste della regione Emilia-Romagna e del Partito democratico.

Per la prima volta uno stato sudamericano si costituisce parte civile in un processo europeo e l’impegno dell’Uruguay ha un valore storico e sociale, oltre che simbolico e giuridico. Come spiega il suo rappresentante legale, l’avvocato Fabio Galiani, “essere riconosciuti come parte danneggiata significa delineare nettamente il confine tra la responsabilità di chi allora svolgeva illegittimamente funzioni pubbliche in nome dello stato e la comunità civile che ne è stata vittima. La partecipazione attiva dell’Uruguay è utile perché ricorda ai cittadini che lo stato sono loro, fattore essenziale in un momento in cui, un po’ in tutto il mondo, si assiste a una crescente disaffezione verso la res publica”.

Cosa succederà in aula?

Secondo l’avvocato Andrea Speranzoni, il processo per l’Operazione Condor potrebbe risentire della sua complessità. Il fascicolo d’indagine, infatti, “si compone di 179mila pagine di atti e dunque – considerando la mole d’investigazioni – le eccezioni di natura processuale possono essere molte”.

“Il pubblico ministero”, spiega, “esporrà le proprie argomentazioni per chiedere il rinvio a giudizio dei 34 imputati e la difesa di parte civile argomenterà le proprie ragioni per appoggiare la richiesta. La difesa degli imputati esporrà invece le sue eccezioni. Se la fondatezza di queste ultime verrà meno, il giudice fisserà la prima udienza del dibattimento davanti alla corte di assise di Roma e cominceremo a sentire i testimoni portati dall’accusa”.

Gli imputati

Tra gli imputati a giudizio ci sono molte (tristemente) celebri personalità che sostenevano la Dottrina della sicurezza nazionale, come l’ex presidente della Bolivia Luis García Meza Tejada e il suo ministro dell’interno, il generale Luis Arce Gómez; il generale Francisco Morales Belmudesh, per cinque anni presidente del Perù, e l’ex premier peruviano Pedro Richter Prada.

Tra i quindici uruguaiani accusati ci sono invece l’ex dittatore Gregorio Conrado Álvarez Armelino e l’ex ministro degli esteri Juan Carlos Blanco, mentre tra i cileni spiccano i nomi di Juan Manuel Contreras, ex dirigente della Dina (i servizi segreti di Santiago) e mente dell’Operazione Condor, e quello di Sergio Arellano Stark, scelto da Pinochet per guidare la “carovana della morte”.

Le imputazioni saranno quelle di omicidio plurimo pluriaggravato, sequestro di persona e strage. Ci sarebbero anche altri reati, ma l’ordinamento italiano non si è ancora adeguato allo statuto della Corte penale internazionale sulla sparizione forzata né ha introdotto il reato di tortura come richiesto, ormai da decenni, dall’Europa.

Questo processo potrebbe dunque rappresentare “un’occasione unica per sollecitare il legislatore ad accogliere i crimini previsti nello Statuto di Roma nell’ordinamento italiano”, sostiene l’avvocato Galiani.

Anche se molte delle vittime scomparvero sul suolo argentino, nessun militare di questo paese compare nella lista degli accusati. Perché? L’Argentina preferisce in questo momento occuparsi dei processi già aperti all’interno dei suoi confini nazionali. Per esempio quello contro Jorge Rafael Videla che, infatti, sta procedendo separatamente. Per molti anni la legislazione argentina ha sofferto l’eredità della dittatura ed escludeva la possibilità di giudicarne i responsabili e oggi teme che il coinvolgimento in un’aula internazionale possa indebolire o rallentare i suoi procedimenti, così a lungo voluti.

Le vittime

Almeno mille cittadini italiani furono vittime dell’Operazione Condor, tra la silenziosa accondiscendenza del governo di Roma. È eloquente la testimonianza del viceconsole italiano a Buenos Aires, Enrico Calamai, che nel 1976 si trovò isolato nel fornire asilo a molti di loro e fu per questo allontanato dal paese.

Una volta tornato in Italia scrisse: “Rimane un’atemporale amarezza per quanto si sarebbe potuto fare, per quanto il governo italiano avrebbe dovuto fare, a tutela se non altro dei proprio connazionali, anziché attaccarsi al dividendo di quello che viene ormai concordemente definito un genocidio”.

Le ventitré vittime di cui si occupa il processo di Roma militavano tra i Montoneros argentini, tra i cileni del Movimiento de acción popular unitaria e del Movimiento de izquierda revolucionaria o tra i Tupamaros uruguaiani.

Uno di loro, l’ex prete Omar Venturelli, in Cile si era schierato con i Cristiani per il socialismo e aveva guidato i mapuches nell’occupazione delle terre regalate ai coloni europei. Luis Stamponi, invece, era un rivoluzionario che si era formato a Cuba e che è presente anche nelle pagine del diario di Ernesto Guevara.

Alcune di queste persone furono sequestrate mentre cercavano di scappare in Italia, dove volevano raggiungere i loro familiari, ma furono intercettate e detenute in centri di tortura come l’Automotores Orletti, il reggimento Tacna, la caserma Tucapel e villa Grimaldi, mentre altre furono uccise nei cosiddetti “voli della morte”.

Due delle donne sequestrate erano incinte.

L’Operazione Condor

Negli anni settanta l’Operazione Condor puntava a coordinare la repressione per mezzo del terrorismo di stato in Cile, Bolivia, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Gli Stati Uniti l’appoggiarono nel timore che nel loro “cortile di casa”, l’America Latina, dilagasse il virus della “sovversione marxista internazionale”.

La Scuola delle Americhe, un’organizzazione per l’istruzione militare dell’esercito statunitense, che dal 1946 al 1984 ha avuto sede a Panama, fu il luogo in cui migliaia di militari e poliziotti si addestrarono alle più feroci tecniche di repressione, spionaggio militare e tortura verso i “sovversivi”. Alcuni suoi ex allievi – di cui molti sono imputati in questo processo – avrebbero agito nell’America Latina controrivoluzionaria macchiandosi di gravi crimini contro l’umanità.

Nel corso dell’Operazione Condor furono assassinate 50mila persone, 400mila furono incarcerate e 30mila, semplicemente, “scomparvero”.

Questo articolo è pubblicato da Internazionale lo scorso 22 novembre

Autore dell'articolo: Amministratore

2 commenti su “Roma processa le dittature sudamericane

    Gianni Sartori

    (6 Giugno 2014 - 17:41)

    ciao, sia detto senza pedanteria: a me la foto dell’articolo ricorda i golpisti argentini, non quelli cileni…
    ciao
    Gianni sartori

    Gianni Sartori

    (5 Giugno 2014 - 08:25)

    Invio questo contributo (dove si parla anche di fascismo da esportazione in America Latina). ciao, GS

    EL PORVENIR: UNA “PORTELLA DELLA GINESTRA” BOLIVIANA
    (Gianni Sartori)

    Il ruolo di “guardie bianche” (compresa la partecipazione a interrogatori e torture di sindacalisti e guerriglieri, veri o presunti, e dei loro familiari) esercitato in America Latina da esponenti della “destra radicale” italica, la stessa che talvolta si spaccia per “antimperialista”*, non sembra essersi esaurito nel secolo scorso
    Si intravede una italica mano (destra, ca va sans dire) anche dietro la strage di El Porvenir, in Bolivia, nella notte tra l’11 e il 12 settembre 2008. Ufficialmente i contadini assassinati sarebbero una quindicina, ma i sindacati boliviani parlavano di più di venti. Una vera “Portella della Ginestra” boliviana.
    L’ex paracadutista Marco Marino Diodato aveva seguito le tracce dei suoi “fratelli maggiori”, gli esponenti neofascisti che, soprattutto negli anni settanta, si erano rifugiati in America Latina mettendosi al servizio dei vari regimi golpisti del Cono Sud (Cile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia) coinvolti nell'”Operazione Condor” finanziata dalla CIA.
    Tra i più noti, Stefano Delle Chiaie, ex leader di Avanguardia Nazionale che in precedenza aveva offerto i suoi servizi alla Spagna franchista collaborando alle azioni del regime contro gli indipendentisti baschi rifugiati in Iparralde (Paese basco sotto amministrazione francese) e contro la componente di sinistra del Carlismo. In particolare, venne documentata fotograficamente l’aggressione del maggio 1976 al Montejurra (Jurramendi, in euskara) in Navarra. Come ricorda lo storico basco Inaki Egana “dos centenares de mercenarios, bajo la pasividad de la Guardia Civil, dispararon contra los seguidores de Carlos Hugo de Borbòn Parma (all’epoca il maggior esponente del Consejo Federal de Direcciòn del Partito Carlista nda), provocando la muerte de Ricardo Garcia Pellejero y Aniano Jimènez Santos. Muchos de los que parteciparon en aquella agresiòn serian luego miembros significativos del BVE y del GAL (squadre della morte antibasche nda), entre ellos Stefano delle Chiaie, Mario Ricci, Augusto Cauchi, Giuseppe Calzona y Jean Pierre Cherid (e presumibilmente anche Concutelli e Cicuttini nda). El animador de esta masacre fue Juan Maria Araluce, presidente de la Deputaciòn de Gipuzkoa, muerto por ETA a finales del mismo ano”.
    Dopo il 1975, venute meno con la morte di Franco le protezioni di cui godevano, alcuni di questi personaggi presero la strada del Sud America.
    In Bolivia l’ex paracadutista Diodato, diventato un ricco uomo d’affari, aveva sposato una nipote del generale golpista Hugo Banzer e, secondo due giornalisti boliviani, in anni più recenti avrebbe “organizzato squadre di killer legate ai gruppi civici per l’autonomia regionale che si battono contro il governo di Evo Morales”.
    Nel 2004 Diodato era stato condannato per “riciclaggio e traffico di armi e droga”, ma era facilmente evaso da una clinica di Santa Cruz dove stava “agli arresti”. Determinanti i suoi ottimi rapporti con l’aristocrazia bianca della “mezzaluna”, le ricche province boliviane della pianura (Pando, Beni, Santa Cruz, Tarija) che si vorrebbero separare da quelle andine, abitate in prevalenza da indigeni (La Paz, Cochabamba, Chuquisaca, Potosi, Oruro).
    Diodato viene indicato come “uno dei consiglieri di Leopoldo Fernandez”, il governatore del dipartimento di Pando accusato di essere il mandante della strage. A questo punto l’analogia con Portella della Ginestra diventa interessante. Un movimento separatista manovrato dall’esterno (come avvenne per il “Movimento per l’Indipendenza della Sicilia” di cui il bandito Giuliano era il braccio armato), contadini contro possidenti, la presenza di fascisti ( alcuni storici hanno ipotizzato la presenza di ex-repubblichini a Portella della Ginestra). E non mancherebbe neppure la mafia, dato che le indagini avevano individuato il clan di Nitto Santapaola come rifornitore di armi e droga per il gruppo di Diodato.
    Nei giorni successivi ai fatti di El Porvenir, si contavano altre vittime negli scontri tra i sostenitori di Evo Morales e i soidisant indipendentisti (in realtà discendenti dei colonizzatori che difendevano i loro privilegi, paragonabili agli unionisti filoinglesi dell’Ulster), nonostante i tentativi del governo di Morales di risolvere pacificamente il contenzioso. Il vice-presidente boliviano, Alvaro Garcia Linera, si era incontrato con Mario Cossio, prefetto del dipartimento di Tarija ed esponente dell’opposizione. In questa circostanza la polizia aveva disperso i sostenitori del governo: un fatto quantomeno inusuale.
    Contemporaneamente un comunicato delle forze armate minacciava di non voler “più tollerare l’azione di gruppi radicali e violenti che portano soltanto allo scontro tra Boliviani”.
    Il generale Luis Trigo aveva poi preso posizione contro il presidente venezuelano Chavez che si era detto disposto a intervenire militarmente in sostegno di Morales e anche il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, aveva ribadito che ” i problemi tra Boliviani intendiamo risolverli tra di noi”.
    Soltanto qualche giorno prima del massacro sia la Bolivia che il Venezuela avevano espulso i rispettivi ambasciatori statunitensi. Coincidenza che aveva proiettato sui fatti di El Porvenir l’ombra di una ritorsione, quasi una rappresaglia.
    Ancora nel febbraio 2008, parlando dello studente-spia A.Van Schaick, Morales aveva denunciato una “cospirazione Usa per dividere la Bolivia, insieme a gruppi oligarchici e mafiosi “, evocando poi il precedente del Kosovo. Anche se forse l’esempio del Katanga (con Morales nelle vesti di Lumumba) sembrerebbe più indicato.
    Gianni Sartori

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