Bologna, dal Caab al Fico: che tipo di partecipata?

Eatalyworld Bologna
Eatalyworld Bologna
di Silvia R. Lolli

Il lancio dell’acronimo avvenuto venerdì 6 dicembre nella sempre bella cornice della sala Borsa, aula Biagi, ci ha favorevolmente impressionato. Del resto già l’inaugurazione di Sana 2013 avvenuta nell’aula absidale di S. Lucia che ha preceduto quella del giorno dopo con Vandana Shiva è stata l’anteprima al progetto che riporterà Bologna alle sue tradizioni agricole e gastronomiche.

È stato tutto assemblato con una dose di marketing veramente notevole; e, visto che Caab è ancora una partecipata pubblica a maggioranza del Comune di Bologna, non c’è dubbio che si è saputo muovere con una velocità inusuale per un ente locale. Cambiamento di rotta della politica? Non lo sappiamo, comunque buona la presentazione alla quale eravamo andate, perché l’idea di Exbo presentata a settembre ci è sembrata innovativa: un possibile ritorno al valore della Terra, ma anche alla tradizione della cucina. Mentre oggi, passeggiare per Bologna vuol dire sentire odori di disinfettanti o di fast food, piuttosto che di cucina bolognese, l’idea di Fico ci piace.

Tuttavia alcune informazioni dovrebbero portare a riflessioni. Il Sindaco Merola in apertura ha ribadito più volte, come del resto altri intervenuti, che “il progetto non consuma territorio, anzi recupera un’area che oggi è sotto utilizzata”. Infatti abbiamo appreso che dei 34 grossisti di ortofrutta iniziali ne sono rimasti solo 19, anche per alcune fusioni di società. Oggi l’area del mercato è occupata per il solo 60%.

Ovviamente prevedere una presenza di altre attività produttive (ristoranti e spazi per presentare le filiere agro-alimentari), senza realizzare all’ennesimo ipermercato, potrebbe dare respiro alla commercializzazione ortofrutticola. L’aver già investito per avere l’autonomia energetica, così da realizzare sul tetto del Caab il primo impianto fotovoltaico in Europa, è stato certamente un buon investimento. È stato fatto dal Comune, cioè dall’attuale Caab?

Tutte positive le soluzioni prospettate per rendere finalmente un’area, che fino ad oggi ha avuto bilanci poco floridi e spreco di spazi e risorse, gestionalmente più appetibile. Per chi lo sarà? Questa è la domanda che ci è rimasta nell’aria, forse perché da cittadini ci basta sapere che si stanno cercando, e a tempi di record si stanno trovando, investitori privati che sposino il progetto?

Dopo Eataly e tutti gli altri partner privati presentati sabato 7 dicembre (è stato più volte ricordato che rispetto ai tempi di attuazione previsti per l’obiettivo dell’EXPO- Exbo 2015 si è in anticipo), venerdì abbiamo avuto una strana sensazione quando si è presentato l’assetto societario della partecipata Caab. L’ipotesi futura è l’assegnazione delle quote al fondo immobiliare, non citato, ma che dalle slide si leggeva, Real Estate. Dopo l’operazione cosa rimarrà di pubblico?

Sarà solo un retro pensiero, ma i fondi, soprattutto immobiliari e soprattutto dopo il 2007, non ci sono mai piaciuti. Inoltre pensare alla fine che sta facendo l’altra partecipata HERA (la vediamo sempre meno pubblica quando appalta troppi servizi) con debiti troppo alti, ci fa pensare e porre domande. Una su tutte: dopo il marketing (comunque positivo) cosa rimarrà di pubblico? Il pubblico assegnerà il suo patrimonio al fondo immobiliare, e le aree saranno date ai privati investitori. Le modalità? Il pubblico assicurerà, come ha detto Merola la mobilità; è già pronto un altro project financing per un altro people mover? Certo il direttore tecnico del Consorzio Cooperativo Costruzioni era presente.

Un’ultima riflessione rispetto al consumo di territorio visto da chi vive in una città che si è espansa, ma che ha lo stesso numero di cittadini degli anni Settanta: la scelta di spostare il mercato ortofrutticolo da Via Fioravanti non ha già prodotto il consumo di territorio, visto che si sta ancora costruendo? Non si è già prodotto consumo di risorse pubbliche almeno per le quote che annualmente il Comune paga per il project financing di un edificio, la sede municipale, nato veramente male, perché poco efficiente energeticamente?

Infine, cosa rimane di territorio agricolo a Bologna per poter partire con la filiera agroalimentare: saranno sufficienti gli orti urbani e gli spazi di agraria?

Autore dell'articolo: Amministratore

2 commenti su “Bologna, dal Caab al Fico: che tipo di partecipata?

    davide

    (13 Dicembre 2013 - 12:28)

    Scritto in data 04/12/2013 at 8:00 am da Wu Ming
    Stay FICO, Stay Hungry. Oscar Farinetti e la «Disneyland del cibo» a #Bologna, Eataly

    di Wolf Bukowski (guest blogger)
    Nonostante Bologna vanti il secondo Apple Store per grandezza d’Italia e sia dunque ben avvezza agli immortali precetti dello «stay hungry, stay foolish», ha la pretesa, per entusiasmarsi, di vederli declinati in qualcosa di più familiare. Tipo, per capirci: fatti una bella mangiata e sparale grosse. Ecco: così funziona.
    E in effetti in giro ce n’è una bella grossa. Si chiama FICO.
    FICO vuol dire Fabbrica Italiana Contadina – e si comincia a capire di che si parla, ma nulla più. Il secondo nome è Eataly World, che vuol dire Mangitalia Mondo cioè niente, ma un niente con il brand Eataly intorno: già si intravedono i contorni. Più chiara la definizione di «Disneyland del cibo» o quella di «più grande centro al mondo per la celebrazione della bellezza dell’agro-alimentare italiano» (CdA CAAB, 3 giugno 13).
    FICO è il progetto di un parco tematico con 40 ristoranti, «stalle, acquari, campi, orti, officine di produzione, laboratori, banchi serviti, grocery […] Un percorso naturalmente attrezzato con adeguata cartellonistica, audio guide e accompagnatori didattici» (Comunicato del Comune; la presentazione ufficiale è qui, il rendering qui).

    Location: il CAAB, ovvero i mercati generali agroalimentari, di proprietà pubblica al 90%, nella periferia settentrionale di Bologna. Un’enorme struttura oggi grandemente sottoutilizzata: il commercio di prossimità che vi si riforniva è stato spazzato via da Coop e grande distribuzione organizzata e quindi il CAAB, inaugurato nel 2000, è già obsoleto. Sulla miseria pianificatoria che ha condotto a questa situazione, voluta dallo stesso partito che governa oggi, neppure una parola. Stai muto, stay hungry, stay foolish – e qui entra in campo Oscar Farinetti.
    L’imprenditore renziano Farinetti, sul cui «impero non tramonta mai il sale» (Venerdì di Repubblica, 27/9), è abituato a trovare porte spalancate dalle amministrazioni che condividono la sua stessa foolishness. Il primo Eataly apre a Torino in spazi concessi gratuitamente da Sergio Chiamparino (G.Polo, Affondata sul lavoro, Ediesse 2013), mentre a Bari ottiene dall’amministrazione PD «l’autorizzazione più veloce del mondo»; Farinetti ama, «da comunista», lavorare a Bologna ma si trova benissimo anche a Roma con Alemanno; infine gode “da morire” quando assume un giovane e sancisce il divieto d’ingresso nei suoi Eataly a Calderoli. Captatio benevolentiae? No, piena sintonia con quella sinistra che adora la teatralizzazione dello scontro politico per evitare di guastarsi l’appetito con il conflitto sociale, e ignora la distruzione ambientale globale operata dal capitalismo appendendoci davanti un pannello solare, come un quadro su una crepa del muro. Foss’anche solo per questa sintonia, l’amore tra la gauche caviar bolognese e Farinetti era destinato a scoppiare.

    E poi, incidentalmente, amore è anche 55 milioni di patrimonio immobiliare pubblico, gli edifici del mercato ortofrutticolo, che il Comune mette a disposizione del FICO senza contropartita economica (CAAB parteciperà agli utili dell’Operating Company costituita ad hoc, che però raccoglierà «solo quanto necessario a compensare i costi di funzionamento», dunque che utili possono esserci? Ma il tutto è scritto nel più impermeabile gergo aziendalista, dunque chi ha interpretazioni diverse ne renda partecipi tutti nei commenti, grazie). In ogni caso l’approvazione del Comune è motivata dall’attrattività turistica, dai 10 milioni di visitatori all’anno attesi dalla Disneyland del cibo, non certo da ritorni economici diretti: per quelli si preferisce tassare pesantemente i piccolissimi.
    Questi 10 milioni di turisti sono una straordinaria creazione dal nulla: li cita come un dato di fatto il comunicato ufficiale del Comune prendendoli pari pari dalla delibera di CAAB del 3 giugno, che definisce il FICO «una sorta di grande parco giochi, con la stessa attrattività mondiale che ha Disneyworld, [che] potrà avere oltre dieci milioni di visitatori l’anno, diventando così il “monumento” più visitato in Italia». Dov’è l’analisi globale dei flussi turistici, dov’è lo studio puntuale sui parchi tematici? Boh. Bisogna fidarsi di un «business plan predisposto da Ernst & Young» che, al di fuori dal CdA del CAAB, nessuno ha visto. Neppure il consiglio comunale di Bologna che pure, supinamente, ratifica il progetto.

    I milioni di turisti, come tutte le affermazioni prive di fondamento, diventano occasione di fantasiose esegesi. Per Farinetti sono quasi pochi: dice che sarebbe «una libidine» battere Eurodisney, che ne fa 12. Tiziana Primori (vicepresidente di Eataly e alta dirigente Coop) e Andrea Segrè (presidente di CAAB) affermano con maggiore sobrietà che il break-even è fissato a 5 milioni di ingressi, pari a quelli del Centronova – una semplice Ipercoop della prima cintura bolognese. Ma allora cos’è il FICO, un centro commerciale o un’ambiziosissima Disneyland mondiale?
    Interrogata a proposito la Primori, con la sfrontatezza di chi dà voce a poteri non abituati al contraddittorio, risponde: «Né l’uno né l’altro, non lo sappiamo neanche noi»!
    Eppure la questione è rilevante: è un ennesimo centro commerciale quello che sarà ospitato in strutture pubbliche? Capire cosa sia il FICO sarebbe interessante anche per tentare una valutazione sui saldi occupazionali, che per i centri commerciali sono tipicamente negativi (qualcuno calcola che per ogni posto creato nei mall se ne perdano 6 tra i piccoli operatori).

    Il primo investitore è naturalmente Coop, che punta sul FICO 20 dei 45 milioni necessari. Coop ha una rendita di posizione sull’alimentare da mantenere, un sacco di soldi (del prestito sociale) da investire e la grossa questione di immagine che vedremo dopo: la redditività del FICO conta poco, dal suo punto di vista.
    Le banche. Emil Banca – legata alle coop – è pronta far credito agli ardimentosi che «volessero entrare nel progetto finanziario del grande parco pur non avendone le finanze» (sic, Carlino Bologna 25/11), ma da sola non basta: così sono ripetutamente evocate Unicredit, le assicurazioni Unipol e Intesa-San Paolo. cioè la banca di Expo 2015 che vede al vertice, nella sua nuova veste, il solito Chiamparino.

    Intanto, mentre ancora Farinetti non rivela quanto voglia rischiare di suo (e di nuovo di Coop, che partecipa Eataly al 40%) nel suo parco tematico, salgono sul FICO Ascom e Confcommercio, che evidentemente non hanno letto l’intervista in cui l’incontenibile imprenditore immagina «turisti che atterrano al Marconi e poi già lì si trovano un bel trenino con l’indicazione Eataly World che li porta direttamente sul luogo. Fico, no?» Beneficio per i commercianti bolognesi che le due associazioni dovrebbero rappresentare? Un fico. Secco.
    A chi poi pensa che il FICO abbia davvero a che vedere con l’agricoltura, la sostenibilità eccetera, segnalo le manifestazioni di interesse dei petrolieri di Sofaz (Azerbaijan) e del fondo immobiliare The Link di Hong Kong.
    Tra gli entusiasti della prima ora ci sono naturalmente quelli che gongolano alla pretesa di Farinetti di infrastrutture e «navette fiche» (sic). «Sarebbe bello» se il FICO segnasse la fine della «stagione di paralisi delle infrastrutture da cui Bologna non è uscita», dichiara il Vicepresidente di Confindustria Gaetano Maccaferri, talmente hungry di cemento da dimenticare TAV e Variante di Valico.
    Il FICO, prevede Nomisma, «potrebbe dare quello che manca [a un] comparto ancora considerato popolare, aumentando[ne] l’indice di attrattività» (Carlino Bo, 16/10). Che tradotto significa: aumento dei valori immobiliari, gentrificazione e nuove costruzioni. Still hungry.
    Naturalmente per CAAB il FICO è a «costi di territorio/cementificazione pari a zero, sostenibilità pari al 100%»; il Comune conferma. E il sindaco renziano Merola, eseguendo quanto deciso da Segrè e Farinetti, chiede e ottiene (dal ministro Zanonato) la promessa di «una mano» governativa per il FICO (Carlino Bo 25/11). Che poi questa mano allunghi soldi o benefit e crediti dalla Cassa Depositi e Prestiti poco cambia: sono risorse pubbliche seppellite sotto il FICO.
    L’adesione più recente al progetto FICO è quella di Granarolo – la cooperativa del latte obiettivo delle coraggiose proteste dei lavoratori migranti sottoposti a supersfruttamento e riduzioni salariali in seguito ai processi di esternalizzazione e precarizzazione della logistica. Ed è questa adesione, con tutto il suo carico di spudoratezza (Granarolo userà per il FICO i soldi risparmiati sui facchini?), che mi consente di lasciare la parte descrittiva per elencare, in tre rapidi punti, gli obiettivi sistemici della Disneyland del cibo.
    Primo obiettivo: affermare che qualsiasi lavoro va bene e che, come dice Matteo Renzi, è di sinistra creare lavoro, non parlarne. Dunque i faraoni erano di sinistra, creando lavoro per il Parco Tematico Le Piramidi: da tenere presente.
    Il legame insistito e ripetuto con EXPO 2015 (FICO aprirà appena chiude EXPO) si porta dietro, a mio parere, anche i contratti resi possibili dal governo per la manifestazione milanese: 80% di assunzioni a tempo determinato, stage a 516 euro al mese (corrispondenti a un impegno orario scrupolosamente occultato in tutti i documenti ufficiali), apprendistato per l’incredibile profilo di “operatore di grandi eventi” e così via. Letta, di questi contratti, si è precipitato a dire che possono diventare «un modello nazionale». Perché non iniziare dal FICO?
    In ogni caso, contratti EXPO o meno, sono convinto che il saldo occupazionale del FICO a pieno regime sarà comunque negativo, con una distruzione di posti di lavoro nella ristorazione, l’agricoltura vera, la didattica sul territorio, l’ospitalità diffusa… Piccoli e piccolissimi operatori, quindi: quelli di cui ai nostri decisori non frega proprio un fico secco.
    Secondo obiettivo: alla Coop e in generale alla GDO sta sfuggendo di mano la questione della qualità del cibo, del biologico e una certa renaissance contadina che, pur con fatica, è in atto. Particolarmente a Bologna, dove gran parte dei mercati contadini sono gestiti da Campi Aperti, associazione che si batte contro le normative punitive per i piccoli produttori, vende nei Centri Sociali e fa dell’agricoltura biologica, a filiera corta e a prevalenza di manodopera sui macchinari, una pratica politica radicale. Per contro: il carisma Farinettiano, la seduzione banalizzante della “tipicità” incarnata da Slow Food e la potenza di fuoco economico del FICO sono gli strumenti con cui Coop punta a riconquistare l’egemonia sulla produzione di senso attraverso il cibo. Come poi questo venga coltivato e venduto – e da chi e dove – è questione che importa ben poco: stay muto e mangia.
    Terzo obiettivo: Matteo Renzi, nel suo scarno programma, scrive che «nel mondo c’è […] voglia di visitare l’Italia, voglia di mangiare italiano, voglia di vestire italiano. Ci sono imprenditori bravissimi che sono riusciti a portare l’Italia nel mondo e far crescere il desiderio di Italia. Noi dobbiamo solo aiutarli». L’idea di Renzi, probabilmente condivisa dalla sua sponsor Merkel, è quella di un’Italia proiettata quasi esclusivamente su ricettività turistica ed export alimentare, e quindi interamente dipendente dai flussi di denaro dei paesi più forti. Con tutta evidenza Eataly e il FICO sono il programma economico di Renzi, e questo sarà realizzato da lavoratori hungry per le paghe misere e foolish a comando come animatori dei parchi tematici.
    Ma voglio, in conclusione, darvi una buona notizia che viene da CAAB: le mense delle basi militari NATO in Sud Europa saranno rifornite dalla piattaforma logistica bolognese, grazie all’appalto vinto da un’azienda il cui presidente è addirittura membro del CdA CAAB. Insomma, anche se non dovesse decollare il FICO, decolleranno piloti nutriti con i prodotti, eccellenti per definizione, dell’agroalimentare italiano. E le loro bombe saranno morbidi cachi e deliziosi fiori di zucca.

    Approfittiamo del post per segnalare quest’iniziativa. Stasera alla Bolognina. Si parlerà di Expo 2015 a Milano, e quindi anche di FICO.

    1. dissonanze materialistiche says: 04/12/2013 at 12:27 pm
    Segnalo una storia di ordinaria precarietà “made in eataly” solo per sfatare, qualora ce ne fosse bisogno, il “mito” dell’imprenditore che “gode nell’assumere un giovane”. Ho un amico che ha lavorato da eataly. Primo contratto rigorosamente a tempo determinato, rinnovo al termine della scadenza con un secondo contratto a tempo determinato al termine del quale, guarda il caso quando avrebbero dovuto assumerlo a tempo indeterminato, una pacca sulla spalla, ciao ciao e avanti il prossimo…proprio FICO lavorare da precario a eataly…molto foolish…

    2. frost says: 04/12/2013 at 12:35 pm
    A margine, è la seconda volta in pochi giorni che trovo Ernst & Young in un ruolo che sostanzialmente è pianificare e progettare interventi e politiche che hanno una rilevanza pubblica. Ma da quando?

    3. gallinam says: 04/12/2013 at 1:05 pm
    vedo che c’e’ anche una simpatica sgr nel mezzo. vediamo chi scelgono. gestione di fondi immobiliari, al momento un business che non genera molti utili, normalmente.
    4. Andrea Quaranta says: 04/12/2013 at 1:09 pm
    Da anni io e la mia compagna facciamo il grosso della spesa alimentare al Mercato della Terra di Bologna (http://www.mercatidellaterra.it/ita/network/bologna), simile al modello di Campi Aperti citato nell’articolo.
    Al di là delle questioni su economia e qualità del cibo (già ampiamente note), sottolineo che si tratta di un modo radicalmente diverso di vivere i rapporti umani collegati al fare la “spesa”. Si crea un rapporto diretto con il coltivatore, si vede la sua soddisfazione nel parlare dei suoi prodotti, si socializza, si conoscono persone nuove.
    Uno degli effetti più devastanti della grande distribuzione (Eataly non fa eccezione) è l’alienazione nel processo di consumo non solo del lavoratore ma anche dell’acquirente. A Bologna si può sperimentare un modello alternativo per entrambi, ed è su questa strada che bisogna insistere.
    5. VecioBaeordo says: 04/12/2013 at 2:12 pm
    L’impressione è che Slow Food e poi Eataly siano responsabili della gentrificazione dell’agroalimentare italiano. Si pretende di produrre, e poi di vendere, esclusivamente prodotti blasonati, certificati, e cari. Il nobile intento non è, come si vorrebbe far credere, il recupero (ah, i bei tempi andati) delle sane tradizioni contadine e la riconversione dell’agricoltura a produzioni universalmente meno nocive per tutti, ma la costituzione di una “aristocrazia dell’alimentazione” che ovviamente noi non ci potremo permettere, e il cui target sono i milioni di turisti. Il nostro ruolo non dovrà essere per nulla diverso da quello degli operai cinesi che montano gli smartphones. Ci credo che si amano Eataly e Apple!
    Parentesi sui milioni di turisti. Che non si capisce bene da dove arriveranno: magari i tedeschi ancora per qualche anno, gli americani finiti da un pezzo, i russi sono quelli di cui parlano tutti, e si attende l’ondata cinese, ma prima dovranno smetterla di bruciare vivi nei lager del tessile. Ho imparato da voi che è di destra compattarsi intorno a un *problema* esterno (ebrei, migranti, rom, comunisti ecc.). Qui mi sembra di vedere il tentativo speculare di compattarsi intorno a una *soluzione* esterna: i turisti da Urano. Quando invece la realtà sarà l’ennesima dimostrazione che non è da oltre frontiera che arrivano i problemi e le soluzioni, ma che la frontiera è sempre una sola: alto/basso, ricchi/poveri, padroni/schiavi.
    Burp.

    6. nicola says: 04/12/2013 at 4:02 pm
    Bell’articolo con buoni spunti, ma secondo me qualche debolezza.
    Ottimo mettere il dito nell’occhio al comune che concede spazi senza esaminare in maniera concreta i ritorni di tale investimento. Il punto pero’ sono i modi, non tanto i contenuti. Che molto probabilmente saranno criticabili, ma che ancora non conosciamo. Non possiamo dunque criticarli a prescindere.
    E mi sembra un vero e proprio cheap shot a Matteo Renzi quello secondo cui Eatly e Fico sono il programma di Renzi stesso. Non lo sappiamo, ne’ mi sembra realistico – e non ho nessuna simpatia per il personaggio. Il fatto che in Italia ci sia bisogno anche d’altro non esclude che si possa, anzi si debba, fare qualcosa per migliorare i servizi turistici del Paese. Che Londra, Parigi, Bangkok siano più visitate di Roma dovrebbe far pensare o no? Le economie avanzate non possono vivere solo di turismo, ma data l’importanza dei servizi, il settore turismo non può essere ignorato e basta.
    Ed anche su Coop e impatto occupazionale: sull’impatto, non avendo ancora nessun dato a disposizione, facciamo i conti su nulla, proprio come il Comune. Certo la loro responsabilità è clamorosa, ma una critica su queste basi (assenti) è debole. E la COOP. Il punto è come si è trasformata Coop in questi anni, non il concetto di Coop in quanto tale. Una cooperativa di consumatori dovrebbe esser per sua natura legata al territorio, e per decenni lo è stata. Con un ritorno importante sul piano del tessuto sociale. Il problema è la trasformazione del soggetto in questione, in termini di rilancio finanziario – come usano il prestito sociale – e di politiche commerciali e occupazionali. Che una Coop che ritorna alle origini investa sul territorio e su un certo settore dell’alimentare non mi disturba, anzi, sarebbe un fatto positivo, pur rimanendo interessato alle esperienze dei mercati dei coltivatori. Certo la Coop attuale non è quel soggetto, ma il centro critico dovrebbe essere allora la ragione sociale, più che il processo produttivo ancora sconosciuto.
    Ed infine, appunto, sui termini occupazionali. In realtà il punto sarebbe su cosa dovrebbe fare il Comune per rendere l’offerta di Fico compatibile con l’indotto del territorio.
    SE – un se grande come una casa – Fico sarà capace di portare tanto turismo verso Bologna, allora bisogna trovare i mezzi per far rimanere questo turismo e rendere la città accessibile. Hotel a prezzi diversi e non più solo in funzione fieristica, promozione della città, anche, perchè no, un auditorium come quello di Abbado capace di solleticare certi tipi di palati – a Londra, dove vivo, esiste una offerta smisurata di musica di alto livello a prezzi anche popolari. Perchè no a Bologna? In fondo basta vedere quanti turisti arrivano ogni giorno con Ryanair e non si fermano in città. Fico potrebbe convincerli a rimanere una mezza giornata in più, passando dunque la notte, se si offrono le infrastrutture adatte. E in quel caso i saldi occupazionali non sarebbero necessariamente negativi.
    Insomma, penso che vigilare – e attirare l’attenzione sui tanti lati oscuri – sia necessario, e penso che il lavoro fatto qui in questo senso sia assai prezioso. Sulle critiche precise sono però più scettico, soprattutto in mancanza di un vero e proprio progetto.

    7. Adrianaaaa says: 04/12/2013 at 4:35 pm
    Bellissimo post, che mi ha fatto venire voglia di condividere un po’ di ragionamenti. Lavoro nella ristorazione da qualche anno, e ricordo molto bene l’impressione che ho avuto quando mi sono trovata faccia a faccia con il modo in cui il cibo viene lavorato e consumato in una realtà urbana come Bologna. Sono cresciuta in una piccola città in cui mondo rurale e mondo industriale non si sono mai separati completamente, e in cui le famiglie operaie – che inevitabilmente provenivano da una qualche campagna del nord o del sud – continuavano almeno in parte a produrre il loro cibo negli orti, o lo acquistavano da amici, colleghi, vicini. Il concetto di agricoltura biologica non esisteva. Se una pianta non aveva bisogno di nulla non le si dava nulla, se invece aveva dei parassiti o una qualche malattia che avrebbe compromesso il raccolto, allora si facevano i trattamenti necessari. Come potete capire, un atteggiamento ben diverso da quello dell’agricoltura intensiva. Noi osservavamo la pianta e decidevamo che fare, caso per caso, in ogni fase del suo sviluppo. Niente idealizzazioni, nessun idillio bucolico. Non c’è niente di strano nell’interrogarsi sul cibo che si mangerà, da cui dipenderanno le proprie energie, e nel cercare delle soluzioni ai problemi che si presentano. Quello che è veramente strano è non farlo.
    A proposito di cibo, vorrei consigliare due libri secondo me capaci davvero di far entrare nell’ottica giusta, di sgomberare il campo dal terrorismo di alcune teorie nutrizioniste (i pomodori fanno venire il cancro! E non ce ne frega niente che i popoli delle Americhe se li mangino con gusto da millenni) e dal fideismo di chi crede che il biologico sia la condizione imprescindibile per avere cibo sano e sostenibile: si tratta di “Il dilemma dell’onnivoro” e “In difesa del cibo”, entrambi di Michael Pollan.
    Pollan fa una cosa molto banale e ragionevole: va a indagare nella produzione e distribuzione del cibo, per mostrare l’assurdità dell’agricoltura e dell’allevamento industriali, ma anche la realtà poco sostenibile di certo biologico, e affronta il tema dei trattamenti fitosanitari senza demonizzazioni, evidenziando il fatto che si tratta di un compromesso a volte necessario. Pollan fa quello che tantissimi non sanno più fare: ragiona sul cibo.
    Secondo me, una società che non sa più pensare al cibo con raziocinio è una società che ha dei problemi molto seri. E credetemi, questa incapacità io la vedo tutti i giorni all’opera, in un atteggiamento schizofrenico che fa sì che da una parte si consumi il proprio cibo astraendolo dalla sua provenienza e dalla sua lavorazione, feticizzandolo, vedendolo semplicemente come un equivalente, il più possibile vantaggioso, del proprio denaro. Volete un esempio? Andate a dare un’occhiata alla recensioni che compaiono nei numerosi siti per ordinare cibo online. Vedrete una teoria infinita di recriminazioni, osservazioni insensate, lamentele, tutte con lo stesso presupposto: che il cibo sia un prodotto che deve essere reso perfetto e prestazionale, più abbondante possibile e più veloce possibile. È un’assoluta assimilazione dell’ideologia capitalista, che il consumatore applica – sentendosi nel pieno diritto di farlo – a ciò che mangia. La natura di quel cibo, che è materia viva e quindi imperfetta, è cancellata insieme al lavoro, anch’esso vivo e imperfetto, che ci vuole per trasformarlo. La cena è qualcosa che si materializza magicamente alla porta e che è il frutto di un investimento in denaro che il consumatore fa. Come un piccolo capitalista, il consumatore pretende che il meccanismo che conduce il cibo fino a lui – e che lui ignora – sia ottimizzato e reso più produttivo possibile, fino a ripulirlo da qualunque imperfezione. La dimensione ambientale e sociale del cibo, che è un prodotto degli elementi naturali e di tanti e diversi soggetti sociali, scompare.
    Dall’altra parte, invece, ai problemi che il cibo pone si reagisce con la paranoia, medicalizzando l’alimentazione, vedendola come una continua fonte di minacce letali, come un intrico di sostanze buone e cattive, in cui le prime vanno assimilate e le altre evitate. Anche questo atteggiamento, ca va sans dire, è perfettamente funzionale a un’economia di mercato, perché è il corrispondente di tutta una branca di prodotti.
    Insomma, qualunque cosa pur di non porsi quelli che sono secondo me i problemi veri: avere a disposizione cibo nutriente, il più possibile sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale, che sia per tutti, che cresca in luoghi salubri e secondo i giusti tempi, affinché possa darci quello di cui abbiamo bisogno per vivere. Si tratta di questioni in realtà che molti cominciano a porsi genuinamente e lo dimostrano i diversi mercati di Campi Aperti a Bologna e le iniziative simili in altre parti d’Italia. Una domanda che il capitalismo verde e rosso di Farinetti e della Coop vuole mettere a profitto, ripulendola dalle questioni più spinose (quella del lavoro per esempio), impacchettandola in una bella confezione e pompandola perché il bacino potenziale delle persone interessate (che per il momento è piuttosto risicato in realtà in confronto alla gran massa dei consumatori) aumenti il più possibile.
    In questo modo, la domanda rientra nei ranghi e anzi diventa una nuova fonte di guadagno in un’economia sempre più asfittica. Diventa anche, ovviamente, un modo con cui si possono drenare risorse pubbliche verso imprenditori amici, come si vede benissimo dagli esempi citati nel post.
    Uno dei modi con cui la domanda viene fatta rientrare nei ranghi, è quello di mettere a profitto tutto il tempo che un consumatore è disposto a dedicarle. È esattamente a questo che servono quei parchi giochi che sono le strutture di Eataly. Si può mettere il cibo a profitto attraversi diverse strade: una di queste, di cui Pollan parla molto, è quello della raffinazione. Più un cibo è raffinato e più soldi ci si possono fare sopra. Una seconda via è quella di renderlo rapido, così il tempo che si libera, se è incanalato ad esempio in un centro commerciale, può essere anch’esso messo a profitto. Più il cibo viene acquistato, preparato e consumato in fretta, e più tempo resta per consumare altro.
    E davvero il tempo che si dedica al cibo – vedo che già Davide Gastaldo l’ha citato – è una delle cose che fa la differenza ed è una delle risposte alle questioni reali che ci si deve porre su ciò che si mangia. Per mangiare bene ci vuole tempo. Ci vuole tempo per produrre e preparare il cibo che serve da motore per le nostre vite. Se quel tempo non volete spenderlo voi, dovete concederlo a quelli che cucinano per voi ed essere disposti a pagarlo. Se così non è, e ve lo dice una che in una cucina ci lavora, rassegnatevi a mangiare roba scadente, che probabilmente non vi nutre come dovrebbe quando non vi fa davvero (ma davvero, non come i pomodori) male.

    8. Paolo b says: 04/12/2013 at 8:47 pm
    Se ci vorrete buone, pulite e giuste offenderemo il vostro sguardo.
    Nostre sono le vite amare, contaminate, incerte, l’indolenza battagliera, la resistenza.
    Se ci volete buone, pulite e giuste regaleremo al vostro stomaco buoni motivi di borghese disgusto.
    Siamo agricoltura fuori controllo, siamo la vita pulsante dei luoghi.
    Siamo la gioia, agricoltura e le sue sorelle
    http://www.laterratrema.org/2013/10/la-terra-trema-2013-agricoltura-e-le-sue-sorelle/
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    9. wolfbukowski says: 05/12/2013 at 7:47 am
    Dunque FICO si farà. Almeno pare.
    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2013/12/03/news/e_fatta_la_cittadella_del_cibo_si_far_venerd_la_presentazione_ufficiale-72612858/
    “Anche se nella nota non sono svelati gli equilibri economici raggiunti, è chiaro che è stata raggiunta una quadratura per la copertura finanziaria del progetto”
    Devo dire mai vista una cosa così veloce e -istituzionalmente- indolore. Siamo davanti a un’Opera dei tempi nuovi, smart, appetitosa e seduttiva; pochissime le voci contrarie o perplesse.
    Oppure semplicemente: i tempi sono ormai nuovi – e dunque anche un’idea deprimente come una disneyland del cibo trova un consenso entusiasta.
    D’altra parte lo dice il nome stesso: per opporsi al FICO bisogna essere proprio degli sficati, e mica tutti c’hanno il fisico.

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