Sul grande schermo: dalla Grecia arriva “Miss violence”, metafora della crisi

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Il mese di novembre è ricco di uscite cinematografiche interessanti. Merita di essere segnalato uno dei film più inquietanti visti alla recente Mostra del cinema di Venezia, il greco “Miss Violence”, che ci parla con grande incisività della crisi di questi anni e dei guasti che essa ha provocato nelle nostre coscienze. Inoltre, la Cineteca di Bologna dedica una rassegna, “La nueva ola”, al cinema spagnolo di oggi. L’evento di punta è “Blancanieves”, di Paolo Berger. Alla proiezione del 24 novembre sarà presente anche il regista. Esce anche “The Canyons”, l’ultimo bistrattato film di un grande regista e sceneggiatore del cinema americano, Paul Schrader.

Miss Violence, di Alexandros Avranas, Grecia 2013

Una famiglia come tante, si direbbe. Essa è riunita al completo per festeggiare l’undicesimo compleanno della piccola Angeliki: i due nonni, la madre e i tre fratelli. Sullo sfondo una malinconica canzone di Leonard Cohen insinua qualche incertezza nello spettatore, non sembra la colonna sonora più adatta all’evento. All’improvviso la festeggiata si avvicina al balcone e si lascia cadere, ponendo così fine alla sua vita.

Fin dalla scena iniziale e, di nuovo, in quelle successive, dedicate alla descrizione della difficile elaborazione del lutto, avvertiamo qualcosa di innaturale e forzato nei comportamenti dei componenti di questa famiglia. A partire dalla figura del nonno, il quale sembra assumere piuttosto il ruolo di padre, e che, alternando modi gentili ed affettuosi ad altri decisamente autoritari, dosando sapientemente premi e punizioni, sembra soprattutto affannarsi a mantenere un ordine sempre più problematico. Gradualmente si disvela davanti ai nostri occhi attoniti una realtà corrotta e degradata, che si regge sull’incesto e sulla prostituzione.

È uno dei film più disturbanti visti all’ultima Mostra di Venezia. Una parte della critica ha accusato il film di essere portatore di una visione estetica pornografica, per una forma di compiacimento, fine a se stessa, nell’esibizione delle peggiori brutture. La giuria del concorso ha espresso un giudizio diverso, assegnando al film il Leone d’argento per la migliore regia, e a Themis Panou la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Giudizio che ci sentiamo di condividere.

Certo, c’è qualche eccesso, una scena straziante e quasi insostenibile allo sguardo poteva essere eliminata senza togliere nulla ad un quadro già chiaro nella sua cupa desolazione. Ma c’è anche la capacità di raccontare un lato oscuro dell’uomo, una propensione all’obbedienza che talvolta può manifestarsi e che può condurre, quale esito ultimo ed estremo, ad accettare la convivenza con l’orrore, con ciò che all’apparenza dovrebbe essere insostenibile ed inaccettabile. Ciò attraverso un graduale accumulo di rinunce, di mancate rivolte, di “NO” pronunciati troppo flebilmente, di supine accettazioni, di sguardi girati dall’altra parte o di volti ripiegati verso il basso. Un passo dopo l’altro che poi, lentamente ma inesorabilmente, conduce verso l’abisso. Il film si chiude con un gesto di rivolta, che l’orco sembra subire passivamene.

Ma ormai è troppo tardi. Chiude un conto, ma non ripara i guasti provocati nell’anima delle vittime. Non sorprende che un film come questa venga dalla Grecia, un paese devastato dalla corruzione e dalla crisi e che tuttavia non riesce a trovare la forza necessaria per voltare pagina. Una visione cupa e radicale che abbiamo trovato anche in altri film realizzati in Grecia e visti a Venezia negli ultimi anni: “Attenberg”, di Athina Rachel Tsangari (Coppa Volpi per la migliore attrice nel 2010) e “Alps”, di Yorgos Lanthimos (premio Osella per la sceneggiatura nel 2011).

Blancanieves, di Pablo Berger, Spagna-Francia 2012

È un film in bianco e nero (bellissimo) e muto (se non per l’accompagnamento musicale, con il ritmo trascinante del flamenco). È stato l’inaspettato successo di “The artist”, il fortunato film di Hazanavicius, a consentire a Berger di realizzare un progetto che teneva nel cassetto da alcuni anni: quello di girare un film utilizzando i codici espressivi e le tecniche del cinema degli albori. Quanto alla storia si tratta della celebra favola dei fratelli Grimm, ambientata però nel profondo sud della Spagna, negli anni Venti del secolo scorso.

Ecco allora che Biancaneve diventa Carmensita, la figlia di una ballerina di flamenco (che muore il giorno della sua nascita, durante il parto) e di un celebre torero (che, lo stesso giorno, è vittima di un grave incidente nell’arena). Dovrà fuggire, vittima dell’odio della matrigna, l’infermiera che è riuscita a plagiare il padre. Sul suo cammino incontra una indimenticabile compagnia di artisti di strada, composta da sei toreri nani. Una narrazione fatta con le sole immagini e la musica; capace tuttavia di offrire una coinvolgente rappresentazione di alcuni aspetti della cultura spagnola, a partire dalla tauromachia. Esce nelle sale a quasi un anno di distanza dall’anteprima italiana al Torino Film Festival.

The Canyons, di Paul Schrader, Stati Uniti 2013

Prendete e mescolate assieme un divo del cinema porno americano (James Deen), una attrice newyorkese famosa più per gli arresti per guida in stato di ebbrezza che per le interpretazioni cinematografiche (Lindsay Lohan), un regista e sceneggiatore di culto (Schrader appunto, basti pensare a Taxi driver e Toro scatenato di Scorsese), uno degli scrittori più incisivi degli ultimi decenni (Bret Easton Ellis, autore della sceneggiatura).

Va poi aggiunto che il film è stato prodotto con risorse economiche limitatissime, già questa una evidente provocazione al sistema produttivo hollywoodiano, come provocatorie sono le immagini iniziale del film, ritratti desolanti di sale cinematografiche abbandonate ed in rovina, una metafora sulla crisi del cinema di fronte all’avvento delle nuove tecnologie. Le premesse ci sono tutte per incuriosire chiunque abbia passione per il cinema. Eppure qualcosa non gira perfettamente; o meglio, forse va capita fino in fondo.

La prima impressione dello spettatore di fronte a The Canyons è di stupefazione e di rigetto (il film è stato pesantemente stroncato dalla critica, quasi unanimemente). Non sconvolgono di certo i nudi integrali maschili e femminili, né le scene al limite dell’hardcore, ma quello che lascia interdetti sono i dialoghi e le inquadrature che rimandano abbastanza chiaramente all’immaginario di certi film erotici degli anni ’70. Sembra di vedere un film di cosiddetta serie B, se non proprio un film spazzatura. Tuttavia fermarsi alla superficialità di questa interpretazione rischia di essere sviante. È evidente come tale impatto sia scientemente voluto dal regista, il quale sembra volersi divertire a provocare lo spettatore fino ad irretirlo e portarlo a dire “non è possibile, ma Schrader è ammattito…”

Scoprire il gioco del regista con gli attori permette invece di divertirsi con un film che mette in scena il mondo dorato di Hollywood e il contrasto tra la ricchezza sfrontata delle sue ville e la miseria di esistenze vuote e alla deriva, nelle quali solo il sesso sembra capace di accendere qualche scintilla. Con esiti tragici, poiché anch’esso è minato dall’ossessione del controllo e del dominio. In sintesi: un videogame sessuale ambientato nel mondo del cinema con annessi ricatti, violenze, intrighi e finanche omicidi.

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