Inchiesta: passato e presente nella Cina d’oggi

Angela Pascucci, Potere e società in Cina

di Amina Crisma

In vista dell’appuntamento del 22 novembre con la presentazione del libro di Angela Pascucci Potere e società in Cina. Storie di resistenza nella grande trasformazione, pubblichiamo l’introduzione del dossier Passato e presente nella Cina d’oggi a cura di Amina Crisma, Maurizio Scarpari, Guido Samarani e Davide Cucino. Amina Crisma sarà anche la moderatrice del dibattito con Angela Pascucci.

Quale ruolo occupa la relazione con il passato nella Cina d’oggi e a quali funzioni assolve negli scenari del presente? È tale domanda a rappresentare il tema di fondo di questo dossier di Inchiesta, una domanda che muove da un lato dalla constatazione dell’importanza di un rinnovato e riaffermato legame con la storia che trova numerose e significative espressioni negli spazi più vari e diversi – dalla cultura di massa ai discorsi politici, dai seminari accademici alle fiction televisive e cinematografiche a un turismo che produce riti collettivi e consacra monumenti e luoghi – e dall’altro lato dalla rivelazione, attraverso sintomi molteplici, di una sostanziale e persistente ambivalenza nel rapporto con la memoria.

L’enfasi sull’irrinunciabile rapporto con la tradizione, ad esempio, è una caratteristica pressoché costante di molti dibattiti intellettuali così come delle dichiarazioni ufficiali delle supreme autorità del partito e dello Stato, ma a quest’insistenza su una conclamata natura perenne e immutabile della sinità (zhonghuaxing) fa da vistoso contraltare la frenetica velocità delle trasformazioni che incessantemente e spietatamente cancellano forme di vita e ambienti e paesaggi urbani e rurali; e se da una parte si ribadisce solennemente in molti modi il supremo valore della pietà filiale come devota custodia di reliquie antiche, dall’altra si procede senza esitazione a profanare tutti i luoghi simbolici di cui lo sviluppo economico imponga il sacrificio. E ancora, a un passato remoto che è oggetto di celebrazione e di culto si contrappone un passato prossimo che è oggetto di persistente rimozione: valga per tutti l’esempio del 1989.

Questo dossier rappresenta dunque il tentativo di scandagliare su più versanti la complessa e contraddittoria interazione di passato e presente che connota con i suoi accentuati chiaroscuri il multiverso panorama della Cina contemporanea. Nel mio intervento, tento di rappresentare alcuni fenomeni che risultano a mio avviso particolarmente significativi della caratteristica dialettica di memoria e oblio a cui sopra accennavo, e cerco inoltre di mostrare come le reinvenzioni della tradizione a cui oggi si assiste costituiscano delle riformulazioni orientate a precise intenzionalità politiche: non diversamente, mi sembra, da quanto accadeva già nella Cina degli Stati Combattenti, i discorsi sul passato si configurano come interventi nel presente e progetti volti al futuro, progetti che, in quanto espressione di soggetti diversi, corrispondono a finalità differenti e appaiono tutt’altro che univoci.

Come la stessa tradizione non si configura come un ambito monolitico, bensì come un campo di tensioni polifonico e conflittuale, così lo spazio del rapporto con il passato è a sua volta conflittuale e polifonico, e la mobilitazione intorno alla memoria diventa luogo di scontro esplicito, come ben si è potuto osservare nella paradossale quanto paradigmatica vicenda della collocazione/rimozione, all’inizio del 2011, della statua di Confucio a Tian Anmen.

Il nodo del rapporto con la tradizione in tutta la sua carica di istanze ordinatrici e di progettualità politica sta al centro del contributo di Maurizio Scarpari, che è stato per oltre trent’anni docente di lingua cinese classica all’Università di Venezia ed è autore di numerosi saggi sulla lingua e il pensiero della Cina antica, oltre che promotore e curatore di una vasta opera collettanea dedicata alla storia della civiltà cinese dalle origini ai giorni nostri (La Cina, Einaudi 2009-2013). La questione sulla quale egli si interroga, e su cui sussistono tuttora risposte ambivalenti, è se il confucianesimo si possa o no ritenere una religione: questione da tempo discussa, che rimane attualmente controversa, e che oggi assume una pregnanza inedita in quanto il riferimento ai valori confuciani costituisce una sorta di Leitmotiv della dirigenza cinese, acutamente consapevole dell’esigenza di colmare il vuoto ideologico determinatosi in seguito all’apertura all’Occidente e all’impetuoso processo di sviluppo economico che ne è seguito.

In una situazione in cui la crescita genera incessantemente inedite potenzialità ma anche poderose e violente contraddizioni, l’istanza di costruire una “società armoniosa” appare declinarsi nei termini di una religione civile alla quale si affida la custodia della coesione sociale e spirituale e dell’identità culturale della nazione, e la cui elaborazione, benché immancabilmente riferita all’autorevolezza di un venerabile passato, è evidentemente frutto di una costruzione moderna, nella quale fra l’altro ha giocato un ruolo cospicuo una dialettica interculturale di cui qui si ripercorrono la genesi e le tappe salienti,

L’intervento di Guido Samarani, docente di Storia della Cina contemporanea all’Università di Venezia, curatore fra l’altro de La Cina. Verso la modernità (Einaudi 2009), fra i cui molti lavori si possono ad esempio ricordare La Cina del Novecento (Einaudi 2004) e Cina. Ventunesimo secolo (Einaudi 2010), è riferito a un problema che rappresenta il grande assente nei dibattiti cinesi contemporanei – “l’ombra cinese”, come la chiama Jean-Philippe Béja – e che è stato riportato pubblicamente all’attenzione nel maggio 2012 da una lettera aperta a Hu Jintao, allora segretario uscente del PCC, e a Xi Jingping, che a novembre sarebbe diventato ufficialmente il nuovo segretario, di un gruppo di giovani cinesi, studenti in diverse università degli Stati Uniti.

Sulla percezione e rappresentazione diffusa della questione “democrazia in Cina” spesso grava un equivoco corrente, quello di identificare tout court “democrazia” con “Occidente”; ma non è affatto detto che l’esigenza di una democratizzazione della Cina debba coincidere con una mera adesione a modelli occidentali, come questo contributo sottolinea, evidenziando, attraverso il riesame di alcuni momenti salienti del secolo scorso, come vi sia una chiara e indiscutibile responsabilità del PCC nel non aver perseguito nel corso dei decenni una riflessione e un’iniziativa volte ad allargare e a potenziare, invece che congelare e controllare, gli spazi di espressione e rappresentazione della volontà popolare. E peraltro, come Samarani rileva, l’attuale impasse della democrazia è ben lungi dall’essere un problema soltanto cinese: pur nell’indubbia diversità di situazioni, di condizioni, di storie pregresse, esso attraversa drammaticamente l’intero pianeta, dai paesi occidentali ai luoghi delle primavere arabe, e abbisognerebbe di spazi di riflessione condivisa.

Al tema della diffusione del soft-power cinese e delle sue persistenti difficoltà è dedicato il contributo di Davide Cucino, presidente della European Union Chamber of Commerce in China, che esamina le modalità di promozione dell’immagine della Cina messe in opera dal governo raffrontando le ingenti risorse investite in tali strategie ai risultati effettivi che si possono, allo stato attuale, ritenere acquisiti. Fra tale immenso dispendio di energie e di mezzi – che si può esemplificare nell’istituzione degli oltre quattrocento Istituti Confucio aperti nel mondo, ma che si esplicita in più direzioni, fra l’altro nei tentativi di costruire una rete mediatica sul modello di Al Jazeera, – e i suoi esiti concreti si può constatare una grande sproporzione: nonostante tutti gli sforzi posti in atto, la diffidenza e l’ostilità nei confronti della Cina continuano ad essere largamente presenti nell’opinione pubblica internazionale, e vanno, a quanto pare, addirittura aumentando in aree di recente penetrazione cinese quali quelle africane.

Si tratta di un clima che resta complessivamente sfavorevole alla Cina e improntato a una pregiudiziale sinofobia, nonostante qualche successo conseguito sulla via dell’accreditamento di un’immagine positiva, come ad esempio l’attribuzione nel 2012 del premio Nobel per la letteratura allo scrittore Mo Yan; ma agli occhi del pubblico internazionale essa non basta certo a cancellare l’immagine pregnante della sedia vuota alla premiazione del dissidente Liu Xiaobo, premio Nobel per la Pace 2010. L’inefficacia delle strategie comunicative del soft power cinese si può ascrivere, in sostanza, a un’incapacità di porsi dal punto di vista dell’interlocutore, da una sorta di rifiuto pregiudiziale di comprenderne la sensibilità: un atteggiamento che ha fra l’altro le sue radici in un passato che andrebbe criticamente rivisitato, anziché fieramente rivendicato in blocco nell’ostentazione di un orgoglio nazionale Han che intimidisce, anziché sedurre, gli interlocutori.

Nell’ambito dei rapporti fra Cina e Occidente, non vi è dunque soltanto un eurocentrismo arrogante che occorre rifiutare, ma vi è anche un sinocentrismo che ne è l’opposto speculare e da cui occorre del pari guardarsi, se si vuole sottrarre il cosiddetto dialogo all’inerzia di un’infinita coazione a ripetere, fondata sull’ostentazione magniloquente delle rispettive, e presunte immutabili, “identità culturali”: questo, mi sembra, l’orientamento critico comune e condiviso che si delinea nella varietà di questi contributi diversi.

Una miglior comprensione reciproca implica necessariamente una dialettizzazione autocritica di entrambi, capace di dare autentico spazio dall’una e dall’altra parte alla concretezza della pluralità: una pluralità che nell’esperienza cinese del passato e del presente è stata ed è vissuta sovente più come minaccia da espungere e da reprimere che come risorsa da coltivare, ma che nondimeno ha caratterizzato le stagioni più feconde di una storia millenaria, dai suoi remoti esordi ai momenti più creativi del secolo scorso, e nella quale si possono forse scorgere, come disse John Dewey all’alba del Movimento del 4 Maggio 1919, in un celebre discorso augurale alla nuova Cina nascente che riattualizzava una nota immagine di Mencio, i “germogli di una democrazia futura”.

Questo dossier è stato pubblicato sul numero 182, luglio-settembre 2013, della rivista Inchiesta

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