Sul grande schermo: al cinema racconti dalle piccole patrie della provincia italiana

La prima neve di Andrea Segre
La prima neve di Andrea Segre
di Aldo Zoppo e Dario Zanuso

Alla recente mostra del cinema di Venezia alcuni dei film italiani più interessanti sono giunti da aree geografiche marginali rispetto ai luoghi di tradizione della nostra produzione cinematografica, anche se alla fine la parte del “leone” l’ha fatta un film romanocentrico di nome e di fatto come il documentario di Gianfranco Rosi, Sacro GRA.

Ci riferiamo in particolare ad alcuni film ambientati in un’area del nostro paese, il Nordest, che vive in modo particolarmente acuto le contraddizioni della nostra epoca. Un paio di questi film sono o stanno per arrivare nelle nostre sale; l’occasione è buona per una breve segnalazione.

La prima neve, di Andrea Segre

Segre è noto ed apprezzato soprattutto come documentarista. In questa veste ha spesso affrontato le tematiche dell’immigrazione e della marginalità sociale, dando corpo e voce agli ultimi della terra. Ricordiamo in particolare Il sangue verde sulla protesta degli immigrati africani a Rosarno e Mare chiuso, sulle vittime della politica dei respingimenti (quest’ultimo diretto assieme a Stefano Liberti). È uscito da pochi giorni il suo secondo film di finzione, dopo il buon successo del precedente “Io sono Li”.

Molti sono i tratti comuni dei due film. Ancora una volta al centro del racconto vi è l’incontro tra un migrante, uno straniero, e gli abitanti di una comunità. In entrambi i casi, inoltre, la storia è profondamente radicata nel contesto di un territorio, di cui si cercano di rappresentare le sfumature più nascoste. Passiamo così dalla laguna di Chioggia alla valle trentina dei Mocheni, attorniata da vette incontaminate e ricca di pascoli e boschi, larici e abeti rossi. L’obiettivo della macchina da presa, con sguardo discreto, segue in particolare le storia di Dani e Michele. Il primo è fuggito dall’Africa, dal Togo, passando per il caos libico e vive con la figlia in una casa d’accoglienza per rifugiati, in attesa di raggiungere Parigi. Il secondo trascorre la sua adolescenza tra la famiglia dei nonni, gli amici della montagna e la madre.

Appartengono a mondi diversi, che sembrano escludere la possibilità di una qualche forma di condivisione. Eppure un tratto li accomuna: entrambi vivono il dolore inconsolabile di una grave perdita. Quella della moglie per Dani, morta di parto durante l’avventuroso viaggio in barca verso l’Italia. Michele ha invece perso il padre, un alpinista travolto dalla montagna durante un’arrampicata. L’incontro tra i due, le parole e gli sguardi che si scambiano, riesce ad aprire uno spiraglio nella barriera che entrambi hanno eretto tra la propria intimità più profonda e il mondo esterno. Sullo sfondo di questa storia lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi lenti della vita nella valle e dai silenzi di persone abituate alla solitudine, che con poche parole dicono molte cose.

Zoran, il mio nipote scemo, di Matteo Oleotto (esce il 14 novembre)

Si cambia registro, il film ha i toni della commedia che diverte ma lascia al contempo spazio alla riflessione. A Venezia ha vinto il premio del pubblico della Settimana della critica. Il film di esordio di Oleotto, è ambientato in un piccolo paese vicino a Gorizia, in una zona del Friuli che ancora risente del trauma della divisione di un popolo fra Italia e Jugoslavia. Paolo, interpretato dal maestoso Giuseppe Battiston, è un perdigiorno gretto e meschino, vittima egli stesso di un egoismo che lo ha portato a buttare tutte le occasioni che la vita gli ha offerto.

Non gli resta, quale ultima consolazione, che il vino (il film ha una gradazione alcolica decisamente elevata). Un’inaspettata convocazione per la morte di una zia slovena gli porta in dote, in luogo dell’agognato denaro, un nipote scemo: Zoran, occhialoni da sfigato e eloquio da nerd irrecuperabile (una rivelazione l’attore sloveno RokPrašnikar), del quale dovrà farsi carico prima del definitivo affidamento ad un istituto. Se non che la scoperta di una sorprendente abilità del nipote nel tiro delle freccette, fa nascere in Paolo l’idea di sfruttarlo per far su un po’ di soldi. Le cose andranno però diversamente. A dare il giusto ritmo contribuiscono, oltre ai cori della montagna, le musiche dei romagnoli Sacri Cuori.

Piccola patria, di Alessandro Rossetto (la data di uscita non è nota)

La carrellata scorre su capannoni industriali ed aziende agricole. All’improvviso appare, dal nulla, un grandioso monumento al falso benessere, un hotel con piscine e idromassaggi dove il lusso smodato si confonde con la volgarità di chi pensa che basta avere i soldi, gli schei, per saper vivere. Anche la protagonista dell’opera prima di Rossetto, Renata, che lavora come inserviente in quell’hotel, ma che arrotonda concedendo il proprio corpo a uomini incapaci di dare e ricevere amore, ha come ossessione quella di fare soldi. Il fine giustifica il mezzo e non vi sono remore morali che tengano: organizza così un ricatto ad uno dei suoi clienti.

Più che la storia a colpire di questo film è la rappresentazione da taglio documentaristico dei luoghi, propria dell’esperienza precedente del regista. Una piccola provincia del nordest dove tutti si conoscono, vanno a messa la domenica e insieme trascorrono le serate al bar a discutere dei “negher” che oramai si sentono padroni e che non se ne può più e bisogna dargli una lezione. Miserie di un’umanità perduta in cambio di pochi schei.

Autore dell'articolo: Amministratore

3 commenti su “Sul grande schermo: al cinema racconti dalle piccole patrie della provincia italiana

    Gianni Sartori

    (2 Giugno 2014 - 09:52)

    Cari compagni, approfitto un’ultima volta della vostra ospitalità e invio questo ricordo di un grande speleologo, vostro concittadino.

    L’ETERNA ESTATE (in memoria di FERNANDO RUGGERO, “EFFE”)

    Gianni Sartori

    La frase, pronunciata da Paolo Mietto quasi per caso, è come un pugno allo stomaco: “Ma come, non lo hai saputo? Effe è morto, sono quasi quattro anni, è caduto con il deltaplano…”.
    E di colpo mi ritrovo tra ricordi vecchi di decenni. Ma forse dovrei dire brandelli, frammenti di ricordi; da fissare prima che scorrano via definitivamente; prima che il sole dei giorni a venire li sciolga o lo stillicidio lunare li consumi…ricordi che avevamo in comune e che non potremo più confrontare (“ma quella volta alla voragine di Zemblen, l’avevi fatto poi la sicura, o no?”). Ricordi sospesi in una sorta di incontaminata eternità come talvolta le memorie dell’adolescenza. Ricordi di una stagione irripetibile, di quando il mondo era giovane -e noi con lui- e tutto era ancora possibile.
    Collocati in un periodo non ben definito, tra la fine dei sessanta e i primi settanta. Quasi sempre d’estate, una breve, ETERNE ESTATE a cavallo degli anni, apparentemente senza soluzione di continuità.
    Ricordi che fatalmente ne hanno evocati altri, facendo emergere dalle nebbie indistinte del passato volti e avvenimenti talvolta scollegati (ma forse sincronici); volti di persone del tutto sconosciute tra loro (Effe e Cianuro non si sono mai nemmeno incontrati) e pur tuttavia legate dal filo sottile della memoria, la mia. Ricordi che non vorrei frammentare, classificare (da una parte la speleologia, dall’altra la militanza etc.), ma che rivendico nella loro totalità, talvolta contraddittoria, con tutte le eventuali connessioni palesi, occulte o presunte.

    Penso di non averlo mai chiamato altro che “Effe”, iniziale-soprannome che si portava incollata sul casco giallo da speleologo militante. La rivedo, scritta in stampatello maiuscolo, nitidamente al momento di entrare nell’antro della Grotta della Guerra (a Lumignano)…e mi rendo conto di non sapere altro di quella giornata. Forse avremo parlato dei niphargus, della saxifraga berica… Non so.
    Ho ripreso in mano vecchie foto che, per il tempo di un attimo, hanno fermato l’inesorabile scorrere del tempo. Foto in grado di rievocare suoni e voci che arrivano “sfocati” da una strana luminescenza ovattata.

    LEZIONI DI “SOPRAVVIVENZA”
    Stiamo pedalando lungo la dorsale dei Colli Berici, verso qualche grotta da scoprire. Effe raccontava di una brutta caduta in bici in cui aveva rischiato di rovinarsi seriamente la schiena a causa dello zaino. Effe aveva quindi adattato con un piccolo gancio una cinghia dello zaino, in modo da poterselo sfilare rapidamente, anche “in volo”.
    Precisazione per i non-addetti: all’epoca in grotta si scendeva con scalette di acciaio che venivano trasportate nello zaino. Ovviamente, in caso di caduta, le vertebre erano a rischio. Al contrario, uno zaino pieno di maglioni e giacche a vento ha salvato il sottoscritto scivolato in un canalone qualche anno dopo.
    Ricordo che il racconto del suo incidente mi aveva colpito, forse perché prefigurava i rischi annessi e connessi alle attività speleologiche intraprese dal sottoscritto, allora quindicenne, con un entusiasmo quasi infantile e con una buona dose di leggerezza.

    LA PECHERONZA
    Altra “spedizione”, stavolta verso la vecchia cava abbandonata di Monteviale per allenarsi con le solite scalette (o forse verso le mitiche -e pericolose, sia per i crolli che per le esalazioni- miniere di lignite). Pedaliamo lungo la strada assolata mentre le chiome degli alberi sembrano dilatarsi, respirando, nell’aria immota…
    Man mano che ci avviciniamo alla linea dell’alta tensione che scavalca la strada, il ronzio prodotto dai cavi elettrici aumenta, diventa potente… Risento, quasi sommersa dall’inconsueto rumore, la voce di Effe: “Senti, le api…”.

    SPELEO-ECTOPLASMI
    Tra le foto ritrovate, due sono “autoscatti” realizzati all’interno di una piccola voragine, visitata, presumo, nel 1968.
    Alla grotta, situata al di sotto della cantina di una villa ai piedi di Monte Berico, si accedeva attraverso un vero e proprio pozzo, circolare e in muratura. Nella prima foto sembro letteralmente avvolto dalla corda di canapa (di quelle che non si usano più da almeno 40 anni), con una sorta di doppio imbrago che doveva “servire a fare un po’ di scena”. Forse Effe aveva calcolato male l’inquadratura perché risulta in parte tagliato, come se d’improvviso si fosse “affacciato” (ma ora mi vien da dire “apparso”) nella foto. Nell’altra si distinguono soltanto i nostri volti immersi nel buio, ectoplasmi sospesi nelle tenebre carsiche.

    BOMBE E CIOCCOLATA
    Spedizione alla voragine dello Zemblen, Altopiano di Asiago. Data presunta, estate 1968.
    Con Effe e Angelo, a far da terzo moschettiere, raggiunto in autostop l’Altopiano di Asiago, risaliamo a piedi la strada bianca verso Forte Interrotto tagliando ogni tanto per i boschi. Fissate le scalette ad un paio di faggi vigorosi, scendiamo nell’inesplorata voragine. Prendiamo le misure (per il rilievo) tentando di risalire qualche “fusoide” che ostinatamente cerca di aprirsi un varco verso l’alto, in una spinta ascensionale che un giorno o l’altro sfocerà alla luce eterna, pardon esterna. Ad un certo punto ci rendiamo conto che il fondo della grotta, oltre che di massi crollati e tronchi in putrefazione, è cosparso di bombe, proiettili da mortaio, mine anticarro e antiuomo su cui noi incoscienti stiamo posando gli scarponi e magari smuovendo qualche pietra. Completiamo il rilievo con comprensibile frettolosità e risaliamo “porconando” contro chi, a guerra finita, non ha trovato niente di meglio che liberarsi dei residuati scaricandoli nelle cavità naturale. Riporto per la cronaca che, secondo un recuperante consultato in seguito, potrebbe trattarsi di armamenti nascosti durante una ritirata per non farli cadere in mano nemica. Comunque sia, noi risalimmo rapidi. Già in vista del Bivio Italiano, il cielo si incupiva e ripetuti brontolii annunciavano un temporale estivo in agguato. Correndo a precipizio lungo le scorciatoie, arrivammo in tempo, prima del diluvio, al bar sottostante. Dovendo comunque festeggiare per gli scampati pericoli, Effe ordinò tre cioccolate che, in via del tutto eccezionale, propose di mettere in conto al gruppo speleologico di nostra appartenenza.
    Intanto fuori pioveva che Giove pluvio la mandava. Si andava facendo tardi e i due soci decisero di prendere la corriera. Io, all’epoca autostoppista militante, ne facevo una questione di principio. “Par quatro giose” (oddio, magari qualcuna di più) mi appariva disonorevole ricorrere ai mezzi. Attesi ancora, sperando in una tregua umanitaria e poi mi incamminai verso Vicenza, sotto la pioggia battente con il pollice alzato in vista. Rientrare a casa fu un’impresa più impegnativa della discesa nello Zemblen, ma comunque sopravvissi per raccontarlo.

    WILLY, CIANURO, CAT STEVENS, LA VORAGINE RIBALDONE, LE SORELLE DI EFFE E QUALCHE RIMPIANTO
    (Amalfi e dintorni, settembre 1969)

    Ero partito in autostop senza una meta precisa, ma con qualche punto di riferimento. Prima tappa, Vigevano. Per rivedere due anarchici (Willy e Cianuro: dove siete compagni?) conosciuti all’annuale marcia pacifista che, partita da Milano, si era conclusa a Vicenza davanti alla caserma “Ederle”. L’incontro era avvenuto a Ponte Alto dove transitavo quotidianamente in bici andando a scaricare nei magazzini della premiata ditta “Polato”. In quel momento i marciatori sostavano in prossimità del cavalcavia e mi avvicinai, incuriosito, a quello che sembrava un “capo indiano”. Alto, faccia larga, capelluto, dall’aria simpatica… Si trattava di Marco Pannella, personaggio destinato a ritagliarsi una certa notorietà nell’universo della politica-spettacolo. Già pericolosamente intossicato da ideologie sovversive e libertarie, gli chiesi se per caso c’era qualcuno dell’Onda Verde, un gruppo milanese di ispirazione anarchica. Me ne aveva parlato l’allora compagno (Pci) Giorgio Bordin, destinato in seguito a calcare le scene. Non ebbi mai modo di verificare, dato che il futuro leader radicale mi scovò un paio di anarchici doc. Willy e Cianuro appunto, due scaveioni dall’aria truce.
    Ci eravamo rivisti alla sera quando, dopo il lavoro, mi ero precipitato, pedalando, alla “Ederle” (dall’altra parte della città). La manifestazione era quasi finita e i cellulari sfrecciavano verso la questura riempiti di manifestanti. Molti si erano legati fra loro in una sorta di catena umana, per non essere sollevati di peso uno a uno, rendendo complicata l’operazione di sgombero. Ho ancora un vivissimo ricordo (peccato non aver scattato una foto) dei due compagni in questione sopra una vespa all’inseguimento della lunga fila di cellulari. Cianuro guidava piegato in avanti, camicia svolazzante, mentre Willy, tutto vestito di nero, teneva sollevata e agitava a due mani una bandiera anarchica, dando l’impressione di dover cadere da un momento all’altro. Urlava anche qualcosa che sul momento non compresi…Potrei anche dire di aver visto lo Spirito della Storia transitare a gran velocità per le strade vicentine a cavallo di una vespa. Ma essendo un facchino precario, e non un seguace di Hegel, all’epoca non dissi niente. Provai comunque un’emozione, questo è sicuro. Per la sera era prevista un’altra manifestazione in Piazza dei Signori e, nell’attesa, accompagnai i due a visitare quello che di “rivoluzionario” offriva la bianca (politicamente) cittadina veneta. Peraltro medaglia d’oro alla Resistenza e dove non si erano ancora spenti gli echi della sollevazione del 19 aprile 1968 a Valdagno. Willy si era entusiasmato sentendo di un “Circolo Che Guevara”, ma rimase poi deluso scoprendo che condivideva la sede con il PSIUP. Ci aprì Domenico Buffarini, un romano reduce da Valle Giulia, spedito al Nord dal partito. All’epoca trotzchista, poi socialista, grande esperto degli indiani d’America e altro ancora (recentemente, si sarebbe convertito all’Islam). Anche se quella volta ci accolse sbrigativamente, i due compagni apprezzarono le bandiera rosso-nere disegnate da alcuni esponenti di passaggio dell’SDS (il movimento di Rudi Dutschke) sul tavolo e sui muri della sede.
    Li rividi il giorno dopo, verso mezzogiorno, tornando dal primo turno lavorativo, sulla strada per Verona.
    Tornavano all’ovest in autostop e mi lasciarono un recapito per il mese successivo, un campo di lavoro a Vigevano. Qui mi diressi verso la metà di settembre, dopo aver lasciato il buon Toni (vecchio socialista che, mi raccontava, appena rientrato a piedi dalla Russia, venne deportato in Germania) a riempire e svuotare camion e magazzino. Verso sera mi ritrovai nei dintorni di Milano, tra gli svincoli e i cavalcavia dell’autostrada, a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di bivaccare sotto i piloni. Invece, con un ultimo guizzo, arrivai in centro a Vigevano, in tempo per farmi indicare il campo di lavoro e dormire su una comoda branda.
    Willy e Cianuro se ne erano già andati. O meglio, erano stati invitati a farlo dopo che i due libertari si erano ripetutamente scontrati con i gestori, cattolici, del campo. Ma avevano lasciato tracce vistose del loro passaggio. La scritta “ANARCHIA” campeggiava un po’ dovunque tra i fabbricati in abbandono dove era insediato il campo. Per un po’ contribuii alla raccolta di ferraglia, vecchi materassi e altri scarti della società opulenta da rivendere utilizzando il ricavato per beneficenza.
    Feci conoscenza con uno dei “dirigenti”, un tipo simpatico che sembrava la fotocopia, in formato ridotto, del mio amico Enrico Castaman, fortissimo alpinista e grande medico ortopedico. Colgo l’occasione per esprimergli la mia più profonda gratitudine (e lui sa bene perché).

    COMPAGNI DI STRADA
    Quando ripresi il viaggio, percorremmo insieme il tratto fino al casello dell’autostrada, discorrendo animatamente di Dio, della Rivoluzione e di altri Misteri della Fede.
    Chissà perché allora c’era quasi sempre qualcuno che mi accompagnava in queste partenze. E a mia volta anch’io ho accompagnato amici e viandanti in viaggio verso qualche Oriente. Si parlava del più e/o del meno, ci si scambiava l’indirizzo, pensando di rivederci con calma…Il mondo era giovane e noi con lui (ma questa l’ho già detta…) e sicuramente avremmo avuto tempo e modo di mettere a posto le tante cose storte che non andavano come avrebbero dovuto. Il più delle volte non ci si rivide e rimane soltanto il ricordo di un tratto di strada percorso insieme. Ben sapendo che la meta era ben altro che un casello autostradale o una stazione…
    Per analogia, mi torna in mente un altro tratto di strada calpestato lasciandoci alle spalle il portone della caserma. Polemicamente, presi a fischiettare l’inno di Lotta Continua, forse per darmi un tono, per ribadire la mia identità, momentaneamente espropriata dallo stato. Rimasi alquanto sorpreso quando l’inappuntabile ufficialetto (proletario in divisa?) che ci sorvegliava cominciò a canticchiare “…l’unica cosa che ci rimane è questa nostra vita…”. Scambiammo uno sguardo che valeva il resto della strofe “…allora, compagni, usiamola insieme prima che sia finita…”.
    Nonostante il luogo e la situazione non fossero i più indicati, alzai bene in alto il pugno chiuso, senza voltarmi. Era un impegno, un appuntamento per “dopo la presa del Palazzo d’Inverno” (dove, pare, il primo ad entrare potrebbe essere stato un anarchico, forse un marinaio di Kronstad).
    Dio buono, poter rimettere insieme tutti quei momenti, quelle persone, quelle speranze…sarebbe una folla, una marcia, un corteo…
    Tornando on the road, nei giorni successivi visitai San Marino sotto la pioggia, dormii in un fienile e tornai indietro verso Bologna, dove si era trasferita la famiglia di Effe.
    Arrivai sul tardi. Ricordo una interminabile (e per me, provinciale, inedita) teoria di lampioni tra il casello e la città. Gialli e altissimi come non ne avevo mai visti. Percorrendo un’ampia strada del centro presi nota del giardino pubblico dove, in caso di necessità, avrei potuto stendere il sacco a pelo. Effe non c’era, c’era “Elle”, il fratello alpinista che aveva arrampicato con Gianni Ribaldone.
    Mi spiegò che il resto della famiglia era in vacanza ad Amalfi. Oltre a darmi l’indirizzo, mi riempì lo zaino di scatolette e altre cibarie.
    Riassumo il resto del viaggio, altrimenti si fa notte. Sostai qualche giorno all’Isolotto di Don Mazzi (Enzo, quello che scriveva sul Manifesto) dormendo in una delle baracche, sotto ad un manifesto di Camilo Torres, il prete guerrigliero ricordato anche dal “Che”. L’ultima sera presi un passaggio da un tipo che avevo conosciuto alle assemblee. Scoprii in viaggio che in realtà era il vicedirettore dell’osservatore Romano, in incognito, inviato a controllare la parrocchia ribelle. La notte dormii in riva la Lago Trasimeno nei pressi (ma lo scoprii il giorno seguente) di un cimitero, tra il gracidare delle rane e il verso di civette e allocchi. All’alba mi ritrovai con un setter inglese che mi leccava la faccia e un cacciatore che, disse, mi aveva scambiato per un cinghiale. Sul momento pensai ad una battuta, ma qualche anno dopo lessi di un saccopelista tedesco fucilato nel sonno da un mattiniero cacciatore all’Isola d’Elba. Si giustificò dicendo di averlo scambiato per un cinghiale.
    Immagini che scorrono.
    Roma; san Pietro; centinaia di scritte murali; la statua della Pietà non ancora presa a martellate dal pittore surrealista Laslo Tozl (o come cavolo si scrive) il cui gesto iconoclasta verrà elogiato dai situazionisti di Robin Hood, fuoriusciti da Re Nudo; i bufali al pascolo (portati dai longobardi, mi pare); il Vesuvio…
    L’emozione nel veder i cartelli stradali indicare Eboli e Battipaglia, luoghi che per ragioni diverse, ma similari, avevano già un posto di rilievo nella mia personale mitologia. Perfino un passaggio da Faenza, il regista di Escalation (ma forse mi confondo con l’anno dopo).
    E finalmente venni scaricato al casello di Vietri sul Mare. Era notte e percorsi la strada buia e silenziosa pensando che forse avrei trovato da dormire in stazione. Così avvenne. All’epoca c’era ancora un po’ di tolleranza. La stazioncina era piccola, dormii tranquillamente e il giorno dopo arrivai ad Amalfi. Dopo un paio di settimane sulla strada, dovevo essere in condizioni pietose e il buon Effe mi consigliò per prima cosa di andare a farci un bagno, al mare.
    Delle varie grotte amalfitane ne ricordo in particolare una scoperta da Effe e denominata Voragine Ribaldone. Mi spiegò che era stato un raro esempio, all’epoca, di speleologo-alpinista di alto livello in entrambe le attività. Grande amico del fratello di Effe (quello incontrato a Bologna, Elle), Gianni Ribaldone aveva ricevuto una medaglia d’oro al valor civile per una coraggiosa operazione di soccorso in Val Brembana, a Roncobello. Era morto tre anni prima sul canalone Gervasutti (Monte Bianco).
    La cavità che ora portava il suo nome si apriva sulle alture soprastanti Amalfi e iniziava con un pozzo naturale che discendemmo con le vecchie, care scalette in acciaio. Mentre mi calavo nel buio ammirai gli inquietanti resti penzolanti di una scaletta in corda e pioli di legno che Effe si era costruito usandola nelle prime esplorazioni. Dopo un periodo di permanenza in grotta, esposto all’umidità, il manufatto si era evidentemente deteriorato e aveva deciso di frantumarsi mentre l’incosciente speleologo scendeva. Me lo raccontò molto tranquillamente, come fosse una cosa normale. Era rotolato sul fondo e se l’era cavata soltanto perché il gradino spezzato era uno degli ultimi. L’ampio salone del fondo si prolungava in varie direzioni. Ricordo un bosco incantato di stalagmiti, colonne sottili come non ne avevo mai viste, alberelli pietrificati tra cui strisciare con attenzione per non spezzarli. Un altro tratto della grotta, un vero scrigno di bianche concrezioni, si percorreva aggrappati alla parete, a qualche metro dal fondo.
    Gran parte dei ricordi amalfitani sono legati all’esplorazione di grotte “marine”, una serie di cavità che esplorammo a nuoto, approfittando della bassa marea. Il sottoscritto, per maggiore prudenza, si fece prestare un paio di pinne. Le cavità si aprivano alla base della scogliera e, dopo un tratto iniziale con l’acqua che lambiva il soffitto (talvolta un breve sifone), sfociavano in una spiaggetta sotterranea. La volta si sollevava e potevamo uscire dall’acqua.
    Ci fu poi un tentativo infruttuoso di raggiungere Pompei in autostop. Riuscimmo ad arrivare soltanto a Positano dove, ci dissero, stazionava un musicista, un certo Cat Stevens. Scrisse anche qualcosa dedicato proprio a Positano dove si parla di aliscafi.
    E una sera mi soffermai più del solito sulla terrazza in penombra con l’avvenente sorella di Effe (le sorelle erano due, peraltro avvenenti entrambe), scambiando confidenze e progettando viaggi a venire. Ad un certo punto arrivò il fratello che, bruscamente, interruppe l’innocente corteggiamento. Dopo altre grotte più o meno anonime, ormai sprofondate in qualche meandro della dimenticanza, venne il momento di ripartire. Quel giorno doveva accompagnare sua madre da qualche parte e ci salutammo in fretta, ripromettendoci di rivederci quanto prima a Bologna. Mi accompagnò fuori dal paese, per indicarmi il luogo più indicato per l’autostop, l’amico amalfitano di Effe che in quei giorni aveva condiviso le nostre esplorazioni ipogee. Altro tratto di strada da percorrere insieme, parlando dei futuri progetti, delle grotte ancora da esplorare (“con più calma, con più tempo”) l’anno prossimo…che però non venne mai. In realtà l’anno dopo ripassai da quelle parti (sempre in autostop), diretto in Sicilia per ammirare in diretta un’eruzione dell’Etna. Avevo pensato di fermarmi al ritorno, ma rimasto senza una lira, beccai un passaggio da Salerno a Roma proseguendo direttamente verso casa.
    Rividi un’ultima volta Effe nel 1971, primo centenario della Comune. Lo ricordo bene perché i muri di Bologna erano ancora ricoperti di manifesti che ricordavano la grande rivolta del proletariato parigino. C’era anche una scritta gravida di speranze: “1871, La Comune; 1921: Kronstadt: 1971…?”
    Rimasta, purtroppo, senza risposte di eguale portata.
    Per l’occasione avevo coinvolto Tiziano Zanella (detto el biondo, in riferimento al “buono” del film di Sergio Leone), compagno (PotOP) e speleologo vicentino. Le sorelle di Effe erano cresciute e mi raccontarono di viaggi ben più esotici. Una sera ci offrirono il gelato in Piazza Maggiore, ma non ricordo “zingari felici”, solo turisti. Ancora troppo presto, forse, per il ’77.
    Ci fu anche un risvolto speleo, se pur mancato. Una sera partecipammo, invitati, ad una riunione del gruppo speleologico bolognese che il giorno successivo doveva compiere l’ennesima esplorazione del mitico Corchia. Effe garantì per noi (in realtà molto meno convinti) e quella notte, sulla brandina da campo, meditai a lungo prima di potermi addormentare. Le storie che avevo sentito non erano erano certo rassicuranti. Ma un provvidenziale nubifragio rese il progetto irrealizzabile. Persi così la mia prima e ultima occasione di visitare l’antro famoso e famigerato. Quel giorno decidemmo di togliere il disturbo, ripromettendoci comunque di rivederci quanto prima. Fu un viaggio di ritorno particolarmente sfigato. Alla sera eravamo ancora dalle parti di Rovigo. Ricominciò a piovere e ci dirigemmo verso la stazione sperando di potervi pernottare, ma i tempi stavano cambiando (e non nel senso da noi auspicato) ed essendo senza biglietto venimmo scacciati fuori, alla pioggia. Dormimmo riparati alla meno peggio (praticamente solo dalla cintola in su) sotto una mini-tettoria. Il giorno dopo i sacchi a pelo erano “bombi” e noi pure.
    Quanto a Effe, non lo rividi più.
    E’ tutto. Troppo poco forse per un’amicizia che non considero retorico definire profonda (e non sto pensando alla speleologia, anche se l’ironia è fuori luogo), ma il tempo passa e (in questo non è galantuomo) gioca brutti scherzi alla memoria. Ho voluto scrivere per non dimenticare anche questo poco. Dovunque tu sia ora, sui picchi desolati di un aspro pianeta oltre Sirio e Andromeda, nei meandri sotterranei dell’inesplorato sistema carsico di una qualche Ade parallelo o tra le nuvole iridate di futuri ancora impensati…Hasta luego, Fernando.
    Gianni Sartori

    Gianni Sartori

    (30 Maggio 2014 - 07:37)

    “VADE RETRO RETRONE”
    (aprile 1975, dove si svela che fine avesse fatto il mitico canotto del Club Speleologico Proteo dopo essere stato impietosamente “rottamato”)
    Il percorso lungo cui si snoda il fiume Bacchiglione attraversando Vicenza è relativamente noto. Così come i ponti che lo scavalcano (ponte Novo, ponte Pusterla, ponte degli Angeli…). Meno conosciuto quello del più sinuoso fratello minore Retrone. Anche se la nascita negli anni novanta del Parco Fluviale del Retrone in zona Ferrovieri (da un progetto di Elena Barbieri che si era inspirata al parco fluviale di Pforzheim, in Germania) ha sicuramente contribuito a renderlo più familiare ai vicentini.
    Una coincidenza. L’idea per la prima stesura di questo racconto (rimasto finora inedito e sepolto in uno scatolone tra riviste e volantini) risale ad un ventennio fa, quando insieme alla Barbieri, all’epoca responsabile di Legambiente di Vicenza, percorsi le sponde del degradato Retrone (tra scarichi industriali e fuoriuscite di un depuratore malfunzionante) nel tratto che da S. Agostino, sfiorando i Colli Berici, si dirige verso la città. Scopo del nostro sopraluogo tra rusari, ortighe, bise e pantegani, individuare un’area su cui fosse possibile la realizzazione di un parco fluviale strappando alla metastasi edilizia quel residuo brandello di campagna. Rive selvagge, impraticabili. Con il senno di poi, potevano restarsene anche così che la biodiversità aveva solo da guadagnarci. La fangosa ricognizione ebbe comunque un effetto collaterale. Riportarmi alla memoria quel viaggio semiacquatico ormai dimenticato e sepolto (o meglio, affondato). Un pretesto per riattivare la memoria, dato che il fluire dei ricordi ha profonde analogie, ancora in parte inesplorate, con lo scorrere dell’acqua.
    Aprile 1975. I giorni dell’ira a Milano, Torino e Firenze con assalti alla sedi missine. A Vicenza un modesto corteo antifascista per la morte di Varalli, Zibecchi e Micciché. Niente di speciale, anche se già si andava coagulando (tra ex di Potop, di Lc, qualche anarchico, perfino qualche ex figiciotto e cani sciolti…) la locale versione di Autonomia Operaia che nel giro di pochi mesi avrebbe trasformato il vicentino (soprattutto l’Alto Vicentino) in una delle aree calde del nord-est. Per quel giorno fui un operaio assenteista, anche se si sfilava proprio davanti a botega…
    Ma una manifestazione non bastava per esorcizzare quel senso di morte. Complici la giornata quasi estiva e la frustrazione (o l’eccesso di adrenalina) decisi su due piedi che era giunto il momento di tradurre in pratica un vecchio progetto a lungo solo vagheggiato. Attraversare Vicenza discendendo il Retrone a bordo del vecchio canotto che per un decennio era stato utilizzato dal gruppo speleologico “Proteo” per superare il laghetto di Caronte al Buso della Rana, all’epoca ancora la grotta più lunga d’Italia (tra quelle conosciute, ovviamente). Canotto considerato ormai quasi inservibile o comunque pericoloso dato che periodicamente si sgonfiava nei momenti meno opportuni. Sentimentale come al solito, non me l’ero sentita di vederlo mandare in discarica e lo avevo acquistato cercando poi di ripararlo alla meglio con toppe da bicicletta. Affrontare quel fiume, in odore di fogna a cielo aperto, assumeva i contorni di una sfida; non tanto ai pantegani e alla leptospirosi, ma più o meno inconsapevolmente, al conformismo, all’omologazione, ai binari precostituiti dei percorsi quotidiani (un po’ situazionista, dai…). Una reazione anticipata e preventiva all’infrangersi di qualche sogno in più come gli avvenimenti di quei giorni preannunciavano inesorabilmente. Insomma, “prima di cadere sul fango della via…” preferivo andare ad impantanarmi per bene da solo. Compagno di navigazione, il dottor Dino Sgarabotto già in procinto di partire volontario per il Kenia con il CUAMM. Entrammo in acqua al “Ponte del quareo”, non lontano dalla basilica romanica di Sant’Agostino e dalla zona industriale. In due in un canotto da un posto e mezzo scarso, un groviglio di gambe e pagaie con i piedi che sporgevano e lambivano il liquame, pardon l’acqua. Unico conforto, il robusto rivestimento in tela cerata che aveva dato buoni risultati anche sugli infidi, irregolari e taglienti fondali dei laghetti sotterranei.
    Si procedeva tranquillamente, nonostante le numerose e inquietanti bocche di scarico che riversavano copiosamente sostanze multicolori di incerta origine e da cui cercavamo di tenerci alla larga. Sapevamo di essere in prossimità di luoghi a noi ben familiari, ma al momento non identificabili data l’insolita prospettiva. Le “Valli di sant’Agostino” dove fiorivano gli iris di palude, quelli gialli; la palestra di roccia della Gogna dove si poteva ancora incontrare d’inverno qualche esemplare di picchio muraiolo; la voragine Bedin (non ancora scandalosamente riempita di materiali); la chiesetta di san Giorgio, un’eredità longobarda…
    In questo tratto il Retrone lambisce le estreme propaggini dei Colli Berici e il suo corso ne riproduce, mantenendosi a distanza, il profilo in pianta. Costeggia poi l’area a ridosso della stazione ferroviaria e si dirige verso il centro storico. Dopo il ponte della ferrovia si intravedeva la passerella per pedoni (e ciclisti con bici a mano), abituale e indispensabile scorciatoia per la Gogna e per sfuggire momentaneamente al traffico. Come la passerella, anche alcuni grandi alberi (piope) qui svettanti vennero in seguito sacrificati per una nuova arteria. Se non ricordo male, per accedere alla passerella si attraversava un praticello incolto (con figari e un paio di statue ricoperte di edera) da dove si poteva scendere alla sponda del fiume tra pietre e mucillagini verdastre. Qui un giorno rinvenni un vistoso esemplare di carpa a specchi, boccheggiante e arenata tra le pietre. Le periodiche, micidiali e non certo casuali fuoriuscite notturne di scarichi industriali non lasciavano scampo alle creature del fiume. In altre occasioni avevo scorto esemplari di luccio trascinati, a decine, dalla corrente e ormai senza forze. Da allora qualcosa è cambiato? Temo che ormai (nonostante l’installazione di un depuratore, ma periodicamente sommerso dalle alluvioni) carpe e lucci siano estinti. Anche perché, se in teoria la coscienza ambientale è aumentata, la produzione industriale (e i suoi effetti collaterali) molto di più.
    Dopo aver costeggiato il Campo Marzo e superato il punto in cui la Seriola si riversa nel Retrone (una cascatella frequentata dalle cutrettole che all’epoca trasportava insieme all’acqua anche qualche pesce rosso evaso dai Giardini Salvi), riconobbi un albero, una paulonia, di cui negli anni cinquanta (in epoca non sospetta) avevo impedito lo sradicamento per gioco da parte di alcuni coetanei. Per la cronaca, è ancora lì, vivo, vegeto e vegetale. Parentesi di archeologia industriale. In questo punto, fino agli anni ’20, le acque della Seriola venivano catturate da una conduttura che scavalcava il fiume per andare ad alimentare la Filanda Sperotti sulla riva opposta.
    Fuoriuscendo da una delle due arcate di ponte Furo venimmo intercettati da una squadra di turisti impegnati a immortalare uno degli scorci più suggestivi (“fa tanto Venesia…”) della città del Palladio. Anche se, bisogna dirlo, a pelo d’acqua quel giorno il fetore era irrespirabile. La vicinanza ti frega, a volte. Sbarcammo per una breve sosta sulla scalinata di un vecchio imbarcadero. Ad additarci il cammino, il braccio proteso e consumato dal tempo di una statua di san Martino. Forse in passato sosteneva una lampada per i naviganti nottambuli. Sulla riva opposta, sovrastando alberi e case, troneggiavano la cupola verde rame della Basilica (ricostruita dopo i bombardamenti del 1944) e la Torre Bissara con la caratteristica, lieve, inclinazione. Qui avremmo dovuto risalire e concludere l’avventura. Ma, dopo un rapido consiglio di guerra e aver rigonfiato per bene (con una pompa da bicicletta) il canotto, decidemmo di riprendere la navigazione nonostante le incognite. Fino a quel punto eravamo sopravvissuti (e il nostro natante non si era sgonfiato neanche tanto), ma cosa ci avrebbe riservato il tratto successivo? Immerso tra le abitazioni, da qui il fiume ci risultava meno conosciuto. Transitammo serenamente sotto l’unica arcata di ponte san Paolo cercando invano sulla riva destra i resti dell’imbarcadero del mitico “ammiraglio” Pivetta, ricordato anche da Goffredo Parise nelle sue opere ambientate a Vicenza, .
    Gradualmente, tra ponte san Paolo e ponte san Michele (un autentico scorcio veneziano a Vicenza) il numero dei pantegani era andato aumentando con ritmo esponenziale. Le simpatiche bestiole spuntavano da ogni pertugio e orifizio, come nell’incubo di un etilista in crisi di astinenza. Zampettavano agilissimi sui bordi in cemento delle rive, si intrufolavano nei tubi di scarico, attraversavano il fiume con noncuranza, da vera specie dominante.
    D’altra parte erano a casa loro e noi eravamo gli intrusi. Intrusi che intanto facevano gli scongiuri pensando al precario equilibrio dell’imbarcazione. In prossimità del ponte delle Barche (si dice di origine romana) il viaggio divenne una vera calata agli Inferi.
    Solo un’arcata era relativamente sgombra e accessibile. Riuscimmo a infilarla per puro caso, grazie più alla lieve corrente che alle nostre maldestre pagaiate (“pagaierete caro, pagaierete tutto…”, una condanna biblica). Nell’altra arcata, completamente ostruita, si era formata una barricata di ramaglie e immondizie varie. Appena superato il ponte, ci accorgemmo che l’acqua scura (limacciosa?) del fiume era solcata da un rivolo rosso vivo. Eravamo in corrispondenza del macello comunale (poi trasferito in zona Est) da dove sgorgava una sorgente di sangue fresco insieme a frattaglie di ogni genere. Attorno si affollavano orde di ratti e alcuni esemplari di columba livia metropolitana, magri e spennacchiati come avvoltoi in miniatura. Mi ricordai (con un senso di disgusto che preannunciava la mia scelta vegetariana) della lunga teoria di anelli in ferro sul muro esterno, all’inizio di viale Giuriolo, dove talvolta avevo intravisto i vitellini qui legati in attesa dell’esecuzione. Anche se all’epoca non avevo ancora ben colto il nesso tra oppressione umana e oppressione animale, già allora tutto ciò mi appariva ignobile. Venti anni dopo, salvando un vitellino (Alex, in memoria di Langer) dal mattatoio, avrei in qualche modo, simbolicamente, riscattato quella miopia che non ci permetteva (anche a noi compagni) di ribellarci per le sofferenze inflitte ai nostri fratelli animali. Ma questa è un’altra storia.
    Tornando al Retrone (anzi “nel Retrone”), vorrei precisare che non ero (e non sono) particolarmente suggestionabile nei confronti del piccolo popolo animale. Apprezzo la presenza di chirotteri svolazzanti nelle grotte (evitando comunque di frequentarle in inverno, dato che un brusco risveglio dal letargo potrebbe risultare fatale per le simpatiche creature) e nutro profonda simpatia per natrici, ramarri, rospi (“più rospi, meno ruspe”), salamandre, talpe (le ciupinare) e altre creature. Rispetto assoluto anche per le vipere (contando sulla reciprocità) e non mi inquietavo se nel sacco a pelo si rintanava qualche scorpioncino. Una volta, in un casolare abbandonato di Rio Freddo, rinvenni (e trasportai in luogo più appropriato) un’intera famiglia, la madre con i cuccioli sul dorso. E non credo di essere particolarmente prevenuto nemmeno nei confronti del ratto di chiavica di cui con il tempo ho imparato ad apprezzare le indubbie doti (l’alto quoziente intellettivo, lo spirito comunitario, il fatto che abbia contribuito a debellare la peste…).
    Ma forse in quella circostanza era stato superato un limite, la mia personale soglia di tolleranza.
    Proseguimmo oltre infilando il tratto di Retrone che qui corre parallelo al Bacchiglione fino alla stadio Menti. A separare i due fiumi soltanto il viale dedicato al comandante partigiano Antonio Giuriolo di Giustizia e Libertà. Gli anni trascorsi hanno contribuito a cancellare qualche ricordo. Sicuramente avrò pensato al mio incontro di qualche anno prima con una famiglia di Sinti in fuga nella notte nebbiosa (v. “Correva l’anno 1970…” su Germinal n. 113-114)
    Ricordo invece che percorremmo incerti e sempre più lentamente l’ansa, all’epoca circondata da alberi frondosi, retrostante Piarda Fanton. Tutti ancora presenti all’appello i grandi platani di viale Margherita destinati loro malgrado ad un attimo di celebrità quindici anni dopo. Un contenzioso tra amministrazione comunale che intendeva abbatterli tutti per far posto ad un ampliamento stradale e una solitaria ambientalista (Elena Barbieri, sempre lei!) che in una giornata di pioggia sottile si piazzò davanti alle ruspe per impedire l’ennesimo ecocidio riuscendo a salvarne tre su quattro.
    Immersi nell’alveo profondo, tra antiche case e muraglie, discutemmo del misterioso e, stando a quanto ci raccontavano alcuni parenti operai al lanificio Rossi, lunghissimo tunnel in cui il Retrone si infilava come un fiume carsico e dove l’azienda scaricava coloranti e detergenti in quantità industriale. Che fare? Decidemmo di sbarcare e concludere la nostra escursione fluviale. Ormai in vista del ponte dei Marmi, ci portammo a ridosso della riva destra che apparentemente sembrava più abbordabile. Ricoperta d’erba, ci aveva tratto in inganno. Il suolo era in realtà un amalgama, un appiccicoso e fetido impasto di fanghiglia, liquami e oleosi scarichi industriali. Qui il capitalismo riversava le sue viscere maleodoranti. Appena posai il piede, mi venne risucchiato. Sprofondai in quelle infette sabbie mobili fino a metà polpaccio riuscendo a fatica ad estrarre l’estremità resa ormai nauseabonda. Spingemmo nuovamente il cannotto nella corrente e affrontammo l’ignoto destino. Dopo ponte dei Marmi, per un breve tratto, il Retrone si riavvicina al Bacchiglione, nei pressi del monumento ai Dieci Martiri (fucilati dai fascisti proprio sulla striscia di terra tra i due fiumi). Poi l’antro buio ci divorò totalmente, pur lasciando intravedere nella penombra un luccichio dovuto alle sottili increspature dell’acqua. Sperando di non incontrare un dislivello eccessivo, una cascatella, proseguimmo trasognati tra indistinti pilastri in cemento (le pupille si andavano allargando) ormai nelle viscere dell’impianto industriale, detto el stabiimento (senza la “elle”), dal caratteristico color zucca. Riemersi alla luce e al calore, il primo saluto da una viatara (gallinella d’acqua), una madre con pulcini neri al seguito. Ignara o indifferente rispetto all’inquinamento, aveva scelto di nidificare su questo scampolo di riva ricoperto da uno stentato canneto, un po’ squallido ma al riparo dalle doppiette. Poco dopo transitammo sotto una delle due passerelle di corde, quella lesionata da un’esplosione che mio padre aveva attraversato a forza di braccia durante il bombardamento del 1944 (v. “Mio padre partigiano” su A-Rivista anarchica n.289). Eccitati per lo scampato pericolo, ci lasciammo trasportare fino alla confluenza con il Bacchiglione. Con le pagaie sollevate e cantando inni sovversivi, sfilammo sotto gli occhi allibiti di alcuni pensionati che, bici alla mano, stavano tranquillamente discorrendo sulla riva dove all’epoca iniziava l’aperta campagna.
    Gianni Sartori

    nda Ma cosa c’entra ‘sto pezzo sul Retrone con la speleologia? C’entra, c’entra, almeno indirettamente.
    Intanto lungo il corso del Retrone c’era un buon esempio di “speleologia urbana”, il tunnel sotto il lanificio Rossi, anche se all’epoca l’esplorazione di cunicoli, catacombe e fognature (possibilmente in disuso) non andava ancora di moda. Per non parlare poi della miriade di fori, orifizi e aperture altamente evocativi (in senso speleologico s’intende) che si spalancavano lungo l’infernale percorso.
    E poi quelle giornate di rivolta dell’aprile 1975 sono entrate di diritto nella storia della speleologia italiana. Da quando vennero ricordate dallo speleologo (e compagno) torinese Andrea Gobetti nel suo “Una frontiera da immaginare” dove si parla soprattutto di grotte, ma non manca qualche riferimento alle lotte degli anni settanta e in particolare di quelle giornate dell’aprile 1975. Giornate in cui Andrea, amico di Tonino Micciché (uno dei tre compagni ammazzati in quei giorni), ebbe una parte attiva. Tanto attiva che al nipote di Piero Gobetti costò poi la galera. Ma è soprattutto il “mezzo” (il canotto) a qualificare l’articolo come parte integrante della speleologia vicentina. Almeno di quella non ufficiale, considerando che all’epoca il sottoscritto era già stato espulso dal sodalizio per eccessiva esuberanza (anche se ho sempre pensato che la politica c’entrasse qualcosa, visto che la proposta di espulsione era venuta da un democristiano di destra). Il “mezzo”, dicevo. Ed è noto che “il mezzo è il messaggio”. Magari chi l’ha scritto non pensava ai mezzi di trasporto, ma tant’è. Scripta manent e poi ognuno ci vede quel che gli pare. Per concludere. Avevo conservato per molti anni il nobile reperto, anche quando era ormai inservibile, pensando di poterlo un giorno donare a qualche Museo della Speleologia Prealpina Triveneta insieme a vetuste scalette e ingombranti lampade a carburo, convinto che chi perde la memoria del passato rinuncia a capire il presente e si lascia fregare il futuro. Purtroppo sembra essere scomparso dopo l’ennesimo trasloco. Peccato. gs

    Gianni Sartori

    (29 Maggio 2014 - 16:43)

    UN ALTRO ALPINISMO ERA POSSIBILE?

    SULLA “DANIELI” DI LUMIGNANO RICORDANDO MARIANO LUPO
    Primi anni ottanta. Incontro casualmente Roberto Fini che non vedevo da parecchio tempo. Negli anni settanta era stato uno dei pochi esponenti vicentini di Lotta Continua. Fortissima a Schio, nella città del Palladio L.C. non aveva mai veramente attecchito, forse per la concorrenza di PotOp. Rivanghiamo qualche ricordo comune. Come quel primo anniversario del golpe cileno quando L.C. aveva organizzato una manifestazione antifascista a Schio. A comizio concluso mi ero arrampicato sulla facciata del Duomo e da lassù sventolavo la mia bandiera rossa con grande A cerchiata nera (versione personale del comunismo libertario). In breve tempo si era radunata una folla di curiosi che forse temeva (o sperava) di dover assistere alla mia rovinosa caduta al suolo. Arrivarono anche i carabinieri che mi intimarono di scendere immediatamente. Oltre alla scontata richiesta dei documenti, subivo l’aggressione verbale di alcuni scledensi. Ovviamente rispondevo per le rime. Nonostante la presenza delle forze dell’ordine, ci si stava per accapigliare. Facile immaginare chi alla fine sarebbe stato fermato e ingabbiato.
    A trarmi d’impaccio intervenne generosamente Roberto che letteralmente mi trascinò via venendo a sua volta “schedato” dall’appuntato. Ma, avendo già alle spalle parecchie denunce, la cosa non sembrò preoccuparlo più di tanto.
    Mi aggiorna sul fatto che nel frattempo “ha cambiato sport”. Attualmente si dedica alla vela e alle regate. Per non sfigurare lo informo che nel pomeriggio pensavo di andare a Lumignano per una arrampicata in “solitaria”.
    Si aggrega, anche se manca completamente di esperienza. All’epoca la “palestra” di Lumignano, sui Colli Berici, era ancora quasi eco-compatibile e si estendeva sul tratto di parete compreso tra La “Rossi” (la via più dura, con qualche passaggio di V grado) e la “Danieli” (un III grado). Tra le due, lo spigolo Conforto (in memoria di un alpinista degli anni trenta deceduto per un incidente motociclistico), la “Maruska” (in ricordo, pare, di un artista dilettante così soprannominato che qui veniva a dipingere), la “Sbrega” e un tetto chiamato “la Pansa”. In seguito i cosiddetti FC, alfieri di uno pseudo-alpinismo consumista, competitivo e irriguardoso dell’ambiente, hanno trasformato ogni angolo della ex barriera corallina in parco-giochi. O meglio, in ruota per criceti addomesticati, ora d’aria per reclusi volontari del capitalismo (senza nemmeno un’embrionale idea di ribellione). Piantando migliaia di chiodi a pressione con il trapano, abbattendo concrezioni e stalattiti millenarie, costringendo alla fuga sia il falco pellegrino che la rondine rossiccia, in passato qui nidificanti. E mettendo a rischio anche la rarissima saxifraga berica che qui, tra le pareti e i covoli, sopravvive agli impietosi tempi moderni. Usque tandem?
    Ancora ignari di quanto ci riservava il futuro, ci incamminiamo sul sentiero che porta alla base delle pareti.
    Dato che Roberto è alla prime armi, decido per la “Danieli”. Vedo con sorpresa che si è attrezzato con un casco da motociclista, bianco e con sopra dipinta una vistosa “A” cerchiata in campo rosso e nero. Come mai questa sbandata libertaria? Mi spiega che il casco apparteneva a Mariano Lupo, un compagno assassinato dai fascisti a Parma il 25 agosto 1972. A Roberto (amico di entrambi) lo aveva dato la sorella. Mi informa poi che Lupo, più che un vero e proprio esponente di Lc, sarebbe stato “un attivissimo militante antifascista, uno che di fronte ai fascisti non si tirava mai indietro”. E anche con qualche retroterra anarchico, come suggeriva la decorazione del casco. Niente di strano ripensando all’ecumenismo che caratterizzava gli Arditi del popolo di Guido Picelli e Antonio Cieri, quelli che il primo agosto 1922 alzarono le barricate e respinsero gli squadristi di Italo Balbo (rileggersi Oltretorrente di Pino Cacucci).
    Ma per me la scoperta era un dito rigirato nella piaga. Nei giorni immediatamente successivi all’assassinio del compagno Mariano Lupo, anche a Vicenza venne diffuso un manifesto contro le ricorrenti aggressioni fasciste. Stampato in xerigrafia, scritte rosse su fondo bianco, nella prima versione era firmato da quasi tutte le organizzazioni extraparlamentari di sinistra presenti in città. Potere operaio, Lotta continua, Il Manifesto, Servire il popolo e gli Anarchici. Mancava solo Lotta comunista. Nel giro di 24 ore i manifesti già incollati sui muri vennero ricoperti con una nuova versione da cui era scomparsa la firma degli anarchici. L’iniziativa, imposta anche alle altre organizzazioni, veniva da qualcuno di Potere Operaio che “non voleva confondersi con questi…”(e giù con i soliti epiteti). L’incazzatura di allora riesplodeva ingigantita scoprendo che in fondo Mariano Lupo era stato, almeno sentimentalmente, vicino agli anarchici.
    Va anche ricordato che dopo l’uccisione di Lupo la sede parmense del Msi venne devastata e che uno dei suoi assassini, un certo Bonazzi (poi defunto), entrò a far parte della redazione di Quex, insieme a Murelli (“giovedì nero” del 12-4-1973), Izzo (il massacratore del Circeo) e Zani. Tra gli ispiratori del giornale dei detenuti di estrema destra, il nazista Franco Freda.
    Torniamo in parete. Risalgo il primo tiro e recupero il compagno. Scatto un paio di foto e riparto. Ormai concluso il secondo tiro, mi arrivano le prime lamentele. E’ in crisi e non se la sente di proseguire. A volte capita, niente di cui scandalizzarsi. Che fare? Ridiscendere o arrivare in cima e poi tornare a recuperarlo. Opto per la seconda soluzione. Non saprei dire perché. Forse la discesa, visto che non mi fidavo della “sicura” di Roberto, mi sembrava più rischiosa della salita in “libera”. Oppure, semplicemente, volevo tornare a casa con almeno una via completata. Recupero la corda, la infilo nello zaino e risalgo utilizzando il “camino” (una piccola grotta verticale con foro di entrata e di uscita) che mi permette di evirare un tratto esposto (visto che al momento non godo nemmeno di una sicura psicologica). Mentre scendo in corda doppia lungo la “Maruska”, riconosco a pochi metri, in libera su una parete ben più impegnativa, Franco Perlotto, autore di imprese alpinistiche di fama mondiale (dalla Norvegia alla California, dal Sudamerica al Sinai…) e futuro sindaco di Recoaro. Ritornato alla base della “Danieli” risalgo fino a dove Roberto rischiava ormai di nidificare e dopo una sommaria spiegazione lo aiuto a calarsi fino al sentiero. L’ho rivisto soltanto recentemente. Insegna in qualche università sudamericana e conserva ancora il casco di Mariano Lupo. Per non scordarsi di quello che siamo stati.
    Gianni Sartori

    * nda in particolare avevo frequentato con una certa assiduità Potere Operaio, (manifestazioni e picchetti, soprattutto a Padova, riunioni, qualche scontro con i fascisti, nel ’72 sulle barricate di Arzignano -Pellizzari- …) “ma senza mai iscrivermi”. E sempre in polemica su questioni come le gerarchie interne, i fatti di Barcellona del 1937 e quelli di Kronstadt (1921). Stanco di sentirmi dire “faremo come in Spagna…” ogni qualvolta davo segni di indisciplina, per quanto organizzata, me ne andai senza clamore riprendendo a frequentare il MAV (Movimento anarchico vicentino). In età ormai avanzata, ho tentato a volte qualche giustificazione a posteriori. “In fondo -dicevo (ma con scarsa convinzione)- Potere Operaio era anche il nome del giornale dell’anarchico Jaime Balius, quello degli Amigos de Durruti”. Aggiungendo anche: “Ma la musica dell’inno di PotOp non era forse quella di A Las Barricadas, l’inno della CNT?” (ben sapendo che in realtà deriva dalla Varsovienne diventata in seguito un canto rivoluzionario russo).

    P.S. per approfondire ulteriormente le interconnessioni tra speleo-alpinismo e lotte varie nel vicentino si consiglia la lettura di altri articoli: “L’occhio che uccide” su “A, rivista anarchica” n.172, “Memorie dal sottosuolo 1” su “A” n. 192, “Storia di Alex” su “A” n. 225 e “Memorie dal sottosuolo 2” su “A” n.367.

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