Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, l’ambiente svenduto a un’associazione a delinquere di stampo capitalistico

di Loris Campetti

Un padrone lombardo che si è fatto da sé raccogliendo rottami ferrosi, per poi diventare imperatore dell’acciaio italiano. È Emilio Riva, un genio nel suo genere, peccato che si tratti di un genere criminale. La chiusura delle indagini preliminari svolte nel corso di quattro anni dalla procura della repubblica di Taranto confermano quell’Ilva Connection che negli ultimi mesi abbiamo raccontato ai lettori di questo sito: 53 informazioni di garanzia, che preludono alla richiesta di rinvio a giudizio, sono state consegnate a tre generazioni della famiglia Riva, padre fondatore, figli e nipoti con l’accusa più grave di associazione a delinquere (di stampo capitalistico, si potrebbe chiosare), in cui sarebbero riusciti a coinvolgere, cioè a “convincere” e più spesso a comprare, ministeri, istituzioni locali (comune e provincia di Taranto e regione Puglia), politici di destra, centro e soprattutto sinistra, periti e scenziati, preti e carabinieri, sindacati e media.

Un’associazione a delinquere con l’intento di aumentare produzione nello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, a costo di trasformare la città di Taranto un luogo di morte, avvelenato da diossina, benzo(a)pirene, polveri sottili, metalli pesanti. A Taranto si muore più che in qualsiasi altra città italiana di tumore, semplicente perché chi doveva rispettare le leggi le ha violate, chi doveva controllare non l’ha fatto, chi doveva valutare le conseguenze dell’inquinamento ha taroccato le perizie, chi doveva raccontare i crimini dell’Ilva ha taciuto, chi doveva difendere i lavoratori in alcuni casi ha difeso il padrone, contro la magistratura. A morire di tumore sono innanzitutto gli operai dell’Ilva, accompagnati dai tarantini che hanno la sfortuna di abitare vicino alla fabbrica, i soggetti più deboli – bambini e anziani – e gli animali, intossicati dalla diossina (dalle pecore alle capre e alle cozze del Mar Piccolo.

Ora le 53 persone coinvolte nello scandalo hanno 20 giorni di tempo per farsi ascoltare dai Pm, prima che vengano avanzate al Gup le richieste di rinvio a giudizio, fase iniziale di uno dei più monumentali processi per inquinamento industriale. Noi non siamo giudici, non spetta a noi dire se i magistrati tarantini – forti di chilometri di intercettazioni telefoniche e di corrotti pizzicati con i soldi di Riva tra i denti – hanno in tutto ragione.

Le posizioni di chi è stato raggiunto da informazioni di garanzia sono diverse tra loro; chi è sospettato colpevole di ogni crimine, a partire dall’associazione a delinquere, chi di aver modificato al rialzo i limiti di diossina tollerabile, chi di concussione aggravata, come Nichi Vendola, per aver tentato di far addomesticare le considerazioni dell’Arpa Puglia guidata da Assennato, uno dei pochi presidi indipendenti e corretti contro l’inquinamento, chi come lo stesso Assennato colpevole, sia chiaro, non di avere addomesticato le denunce contro i Riva, ma di negare qualsivoglia pressione o minaccia di Vendola per consentire la continuazione del reato di avvelenamento di una fabbrica, una città e tante coscienze. Non spetta a noi il ruolo di giudici, ma quello di commentatori politici sì.

Bersani non ha colpe giudiziariamente perseguibili per aver accettato da Riva 98 mila euro per la sua campagna elettorale; non ha probabilmente commesso reati politici Vendola che, come dice lui e non c’è ragione per non crederlo, non è a libro paga di Riva; il sindaco Stefàno potrà probabilmente dimostrare la sua innocenza; i sindacati “responsabili” (Fim e Uilm in testa) probabilmente non hanno preso soldi in nero (in bianco sì) da Riva per non disturbare il manovratore, o per andare a manifestare contro i giudici.

Altri esempi potremmo farne, ma ci fermiamo qui perché quel che più ci sta a cuore è il comportamento delle forze di sinistra e sindacali al cospetto del peggior capitalismo italiano, sostenuto dagli ultimi tre governi e da quasi tutte le forze politiche e sociali. Politicamente hanno molto da farsi perdonare, dal Pd a Sel, all’Idv, a Cisl e Uil (e per una troppo lunga stagione, per fortuna conclusa, anche alla Cgil e alla Fiom). Politicamente non sono ammesse “cordialità” con Riva, anche se non si è a libro paga; non sono ammesse pressioni sui tecnici per evitare conflitti ineliminabili e persino salutari; non si può stare, contemporaneamente, con il boia (il padrone) e l’impiccato (gli operai e i cittadini).

Non si può accettare la pretesa di scegliere tra diritti fondamentali: al lavoro e alla salute. Il lavoro senza sicurezza e salute è una dannazione, e la repubblica italiana è fondata sul lavoro, il buon lavoro, e non su una dannazione, come ci ha ricordato Stefano Rodotà nel nostro libro “Ilva connection”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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